Gavin Maxwell.
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LA BAIA DEGLI ONTANI.
Parte 2.
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Titoli originali: The Rocks Remain. 1963. Raven Seek Thy Brother. 1968.
Traduzione di: Andreola Vettori.
1979. Rizzoli Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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LA BAIA DEGLI ONTANI.
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Indice di questa parte.
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Parte seconda. L'albero del sorbo.
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8. L'albero del sorbo.
9. Troppo tardi per amare.
10. La terza caduta.
11. Prigionia e libert.
12. Un'amara primavera.
13. Il faro di Orasay.
14. Il faro di Kyleakin.
15. Cose vecchie e cose nuove.
16. Gli scogli di Kylerhea.
17. La battaglia.
18. Lepri e segugi.
19. Lontano da casa.
20. Il ritorno di Mossy e Monday.
21. Malattie.
22. Rientro a Camusferna.
23. La pace prima del cader della notte.
Epilogo.
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Fine Indice.
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PARTE SECONDA.
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L'ALBERO DEL SORBO.
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8. L'albero del sorbo.
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In un tempestoso pomeriggio del tardo autunno 1966, ero seduto sul fianco scosceso della collina alle spalle di Camusferna, che un tempo era stata la mia casa. Riconoscevo il cielo, il mare, le spiagge di sabbia bianca sparse tra le isole, solo a met ricoperte dalla marea che rifluiva. Li riconoscevo con gli occhi ma non possedevano nulla che io volessi ricordare. Le immagini del passato, nette e penetranti, che si affollavano alla mia memoria, recavano con s solo dolore, ed io cercavo di ignorarle.
Il mare era di un azzurro cos intenso da sembrare nero, le creste delle onde brevi, bianche e maligne. Un vento forza nove soffiava da sud-ovest, spingendo davanti a s grandi nuvole grige, che sembravano oltrepassarsi a gara l'una con l'altra, lasciando tra di loro liberi squarci attraverso i quali i raggi brillanti di un sole bianco andavano ad illuminare qui una spiaggia, l una collina, l ancora un'isola. Oltre il Sound di Sleat, dove un peschereccio beccheggiava violentemente sollevando una grossa spuma bianca a prua, le basse colline di Skye erano spruzzate di neve, e le cime tutte bianche si alzavano contro uno scuro cielo grigio. I gabbiani si lasciavano trasportare sul vento bagnato, bianchi anch'essi, ma la corrente era troppo forte perch potessero mantenere una direzione costante; si inclinavano, si innalzavano, viravano, roteavano, lanciandosi l'un l'altro rauche grida quando le raffiche di vento esplodevano su di loro. Gi nel Sound, schiume vaganti tra un ribollire di schiuma, passava una piccola schiera di balene - piccole creature lunghe forse nove metri. In altri tempi sarei stato all'erta, attento a riconoscere le loro specie, a identificarne i nomi scientifici. Ma ora, guardandole, mi sembravano solo un momentaneo disordine nell'acqua, quasi un'intrusione.
Guardavo gi verso Camusferna, e le stavo dicendo addio dopo diciotto anni. Improvvisamente caddero taglienti raffiche di grandine, tirai su il cappuccio del mio montgomery, e mi rannicchiai contro lo sconnesso fianco della collina. Non offriva alcun riparo; non esistevano ripari dal vento: lo seppi improvvisamente, chiaramente.
D'un tratto un pallido raggio di sole illumin col suo fascio di luce la casa e il campo sotto di me; la casa che stavo per abbandonare, pensavo, per sempre. Mi sforzai di ricordarla come l'avevo vista la prima volta, un cottage consumato dalle intemperie a un tiro di pietra dal mare, appoggiato senza recinti intorno su di un verde campo erboso, e tra questo e il rompersi delle onde solo le basse dune ricoperte di pallido sparto. Solitario, abbandonato, in attesa di qualcuno. Ricordai i primi tempi che avevo abitato l, usando come mobilio cassette da pesce e tutte quelle incredibili ricchezze che il mare deposita dopo una tempesta da sud-ovest. Allora, in casa non c'era acqua corrente, non c'era telefono, elettricit, strada. A un miglio e mezzo sopra di me, a Druimfiaclach, sulla strada a un'unica corsia, abitava la famiglia che ho chiamato MacKinnon. Come tutte le persone e tutte le cose, anche loro se ne sono andati; la loro piccola casa di lamiera ondulata verde  vuota, i fiori del giardino un tempo accuditi con amore, sono ora sommersi da erbacce e ortiche, e oggi non c' pi una casa occupata da esseri umani nell'arco di cinque miglia da Camusferna.
Molte altre cose esterne sono cambiate. Il fianco della collina era spoglio, terra di brughiera, ruvida di massi, erica e macchie di felci, nuda, spazzata dal vento, intatta; era cos quando venni per la prima volta a vivere a Camusferna, avendo con me solo un fornello a meta su cui cucinare, solo un secchio per attingere l'acqua dal ruscello a cento metri da casa, solo la legna disseminata sulla spiaggia per accendere il fuoco nella cucina abbandonata. Ora, alle spalle di me che guardavo gi alla casa, c'era una fitta piantagione di sitka e larici gocciolanti di dieci anni, perch il proprietario della tenuta, dopo vari esperimenti andati a male, aveva deciso di fare di questa terra zona di rimboschimento.
Per una qualche stravagante ragione, il campo un tempo verde su cui sorge Camusferna, era ora un intrico di giunchi lussureggianti alti quasi quanto le mura di casa.
Anche la casa era cambiata. Quando ero arrivato a Camusferna, la casa era un cottage di quattro stanze, due di sopra e due di sotto. Ora, osservandola dall'alto, c'erano ali prefabbricate aggiunte qua e l, costruite con la malagrazia che nasce dalla necessit e dalla mancanza di tempo. Sul lato della casa affacciato sul mare, c'erano due jeep demolite, che non avevano resistito ai massi e alle buche che gremivano le due miglia di sentiero aperto quattro anni prima. Tra questi rottami abbandonati e il mare, la barca a motore, la Polar Star, era in secco alta sulla sua sella dotata di ruote massicce, e le umide eliche di bronzo rilucevano sull'erba a poppa.
Pali e fili del telefono scendevano gi lungo un fianco della collina, quelli dell'elettricit lungo l'altro. Convergevano tutti su Camusferna, e intorno alla casa si alzavano alti steccati di legno che tenevano prigioniere due lontre, un tempo domestiche e abituate a vivere in casa.
Ora, mentre sedevo intabarrato nel mio montgomery, e la grandine batteva su di me sciogliendosi in rivoli di acqua gelata che si infilavano attraverso ogni gancio rotto del mio soprabito, contemplavo cosa avevo fatto di Camusferna, cosa avevo fatto degli animali e di me stesso.
Negli ultimi due anni, il mantenimento di quella casa che ruotava intorno alle lontre, comportava oneri simili al mantenimento di una stazione meteorologica nell'Antartide. Costava, di fatto, pi di settemila sterline all'anno, che io fossi l o che fossi lontano.
Nell'ultima settimana, erano caduti diluvi di pioggia, poi abbondanti nevicate: la neve si era quindi sciolta, e gi dalla montagna gelidi rigagnoli rimbalzavano in cascatelle nelle fenditure della collina; poi aveva di nuovo piovuto, tantoch il ruscello di Camusferna era diventato un rabbioso, schiumeggiante torrente in piena, e larghe pozze d'acqua si stendevano ovunque sul piatto campo intorno alla casa. Brillavano improvvisamente quando il lacerarsi delle nuvole scopriva per un attimo il pallido sole d'autunno; una in particolare attrasse la mia attenzione per la sua curiosa forma, un otto perfetto. Era nel recinto sul lato nord della casa, il recinto di Teko: il risultato di uno di quei comportamenti tipici degli animali negli zoo, un'azione ossessivamente ripetuta, coatta, nata dalla noia e dalla frustrazione; per ore e ore, giorno dopo giorno, Teko percorreva lo stesso tracciato fino a farlo diventare un solco spoglio di vegetazione, abbastanza incavato da trattenere l'acqua. Presto, pensai, l'erba ricrescer fitta, e gli steccati verranno abbattuti perch non serviranno pi a nulla. Mi ero infine arreso; stavo per chiudere Camusferna, entrambe le lontre sarebbero finite in uno zoo. Non sapevo ancora dove sarei andato a vivere.
In cielo, un corvo solitario volava alto sulla spinta del vento, che smorzava il suo rauco, profondo gracchiare. Mi ricordai di quanto Wilfred Thesiger mi aveva detto: quando nel sud dell'Arabia un corvo solitario alto nel cielo incrocia una carovana, i beduini cercano di annullare il cattivo presagio gridandogli contro Corvo, sfamati di tuo fratello. Era ormai troppo tardi per quello scongiuro.
Tra me e quell'otto abbandonato pieno d'acqua nel recinto di Teko stava l'albero del sorbo, l'albero magico che sorge accanto ad ogni vecchia casa delle Highlands, e che accende tante superstizioni e credenze gaeliche. Il sorbo  il nume tutelare, la forza protettiva, l'albero della vita, infinitamente maligno se offeso e oltraggiato; capace perfino di far proprie le buone, o le cattive, fantasie di chi ha con lui stretti legami spirituali. Ben pochi abitanti delle Highlands abbatterebbero un sorbo, anche durante moderne operazioni di rimboschimento; e certo nessuno osa portare in casa le sue bacche brillanti perch sono il sangue dell'albero, e il sorbo maledice chi versa il suo sangue.
Il mio sorbo aveva perso ormai le bacche, e le bufere avevano spogliato i rami delle sue foglie scarlatte; ma colpiva la mia attenzione perch lo vedevo con occhi nuovi, sopraffatto improvvisamente da un recente ricordo. Seduto tutto raggomitolato nella bufera contro il fianco bagnato della collina, riandai indietro con la memoria all'estate, a un giardino sulla sponda dell'Egeo. Il sole bruciava, le cicale frinivano su di un fico carico di frutti e i fiori di convolvolo, avvinti a un traliccio accanto alla mia sedia, si aprivano alle brillanti farfalle colorate che danzavano loro davanti.
Stavo leggendo il manoscritto di un'autobiografia ancora non pubblicata, la storia della vita di una poetessa. Leggevo forse con un'attenzione maggiore dell'ordinario, perch quelle pagine riguardavano me e i dolorosi avvenimenti di tanti anni prima. Ed ecco, improvvisamente, un paragrafo sembra staccarsi da quelle pagine e colpirmi con un impatto quasi fisico. Avevo davanti a me il sorbo.
Non riesco a ricordare le parole, le frasi di quel paragrafo; solo la violenta immagine che mi si par davanti. Eravamo a Camusferna, avevamo litigato violentemente, e uscendo di casa, lei si era voltata verso di me dicendomi con un veleno che smentiva ogni sua parola, Possa Iddio perdonarti, ed io avevo risposto, Mi perdoner. Queste parole non erano scritte sulla pagina che avevo davanti; leggevo invece quanto era seguito, che non conoscevo, perch da allora l'avevo riincontrata per caso, in una strada di Londra, solo dopo molti anni, quando ero ormai sposato con un'altra donna.
Era sempre stata convinta di possedere forti, straordinari poteri occulti, e in quel momento di odio non aveva dubitato di essere in grado di rovinare gli anni che ancora avevo davanti. Era tornata a Camusferna di nascosto la notte, immaginavo una notte di vento tempestoso, di nevischio turbinante, di onde ruggenti e di luna da streghe; aveva posato le mani sul tronco del sorbo, e con tutta la forza del suo spirito mi aveva maledetto dicendo: Che egli possa soffrire in questo luogo quello che io sto soffrendo. Poi se ne era andata su per il nudo fianco della collina.
Posai il manoscritto e fissai la ruvida, scura erba del prato greco, pensando con quanta esattezza il disegno degli ultimi anni aveva obbedito al suo cieco desiderio di distruzione. Qualcosa doveva sapere,
perch era di dominio pubblico, e mi chiesi se ne era soddisfatta; ma c'erano molte cose di cui non poteva essere a conoscenza. Non poteva sapere, tra l'altro, che avevo ormai preso l'amara decisione di mandare le lontre in uno zoo, sistemare in case estranee i miei cani, e chiudere Camusferna. Non ho verso di lei alcun risentimento, che la sua maledizione possa o no avere influenzato gli eventi. Ma non riesco a capire come possano coesistere insieme un tale amore e un tale odio.
Mentre guardavo l'erba ai miei piedi, vidi un pallido oggetto lungo circa la met di un fiammifero che si muoveva spasmodicamente tra le foglie. Ondeggiava a tratti come una bandiera, a tratti si muoveva per alcuni centimetri ora a destra ora a sinistra, talvolta avanzava un po', talvolta indietreggiava. Sporgendomi verso il basso, vidi che era un frammento di foglia bianca simile a un brandello di carta, portato da una formica quattro volte pi piccola. La formica cercava di trasportare quel carico verso di me, ma questo veniva continuamente bloccato dai fili d'erba, come un tronco d'albero spinto trasversalmente attraverso una foresta. La formica allora manovrava prima a destra poi a sinistra, districando l'estremit del suo fardello tra gli alti ostacoli, e finalmente riusciva ad avanzare di alcuni centimetri. Mi guardai intorno in cerca di una sua possibile destinazione. Dietro di me, e alla mia destra, un ruvido muro di mattoni alto forse un metro e mezzo formava un angolo, e in cima al muro c'era una terrazza che dava su un campo incolto e riarso. Forse, pensai, il nido della formica era da qualche parte nel muro, ma l'estremit pi vicina del muro distava ancora circa sei metri dalla formica, e tra l'erba e il muro c'era un'aiuola vuota di circa un metro, dove la terra era stata vangata e rivoltata in zolle sconnesse e irregolari, grosse quanto una palla da golf; qualunque fosse la destinazione della formica, mi sembrava impossibile che potesse raggiungerla.
Dopo un quarto d'ora aveva raggiunto il manoscritto appoggiato sull'erba ai miei piedi. Si ferm a riposare su di esso sostando sulla parola sorbo, sistemando il suo carico tra le mandibole come per trovare una presa pi bilanciata. Pensai a Bruce e al ragno; mi identificai con lei proprio come un bambino, e l'avventura della formica divenne la mia.
La formica si ripos per un lungo minuto sull'accecante foglio di carta bianca, facendo ondeggiare lentamente le antenne alla ricerca di eventuali pericoli davanti a s. Poi, all'improvviso, come all'abbassarsi della bandiera dello starter, attravers la pagina ad incredibile velocit e si tuff di nuovo nella giungla d'erba tra lei e il muro. Un'identica, smisurata e insieme paziente energia sosteneva ogni suo movimento; la formica invertiva la marcia trasportando il suo carico a ritroso, procedeva di fianco apparentemente padrona dei principi meccanici che la governavano, certa della direzione da seguire, dritta verso il muro.
Quando finalmente si fu liberata dell'erba per ritrovarsi tra gli aridi grumi di terra dell'aiuola, l'enormit degli ostacoli che le si paravano di fronte non sembrarono causarle alcuno sconforto; ai piedi di quelle ripide montagne di terra - ciascuna era in relazione alla sua statura l'equivalente per noi di parecchie decine di metri - si girava cautamente, riaggiustava la presa e affrontava la salita a marcia indietro. Arrivata in cima, si girava in avanti lanciandosi precipitosamente gi per il pendio. La formica non tent mai una volta di evitare un ostacolo lungo il suo cammino, n di aggirare il successivo anche quando questo appariva facile all'occhio umano; il fine e la direzione erano assoluti.
Dal momento in cui mi ero accorto con occhio distratto della formica e dello strano fardello simile ad una bandiera, al quale sembrava attribuire una cos grande importanza, era passata una buona mezz'ora, prima che raggiungesse il piede del muro. I mattoni incombevano alti sull'insetto, ruvidi e diseguali; alcuni sporgevano all'esterno con speroni vertiginosi, e entro le profonde fenditure erano schierati strati e strati di fitti intrichi di ragnatele biancastre, simili a elaborati sbarramenti.
La formica si ferm ai piedi del muro, con le zampe anteriori sollevate a tastarlo, come per valutare l'enormit della barriera che le si parava davanti. Poi si gir, e cominci a salire a marcia indietro su per la parete perpendicolare ad una stupefacente velocit, con la testa rivolta verso il basso e la preda stretta tra le mascelle. I primi tre mattoni erano facili; poi la formica raggiunse una sporgenza, si appoggi a questa, e ripart di nuovo in avanti. A un metro da terra, il procedere divenne difficile, per un mattone che sporgeva in fuori con un ripido sbalzo. La formica lo affront con molta cautela, mentre i sei piedi cercavano ogni possibile punto di appiglio. La lunghezza del suo corpo sporgeva ora fuori dalla perpendicolare. Scivol indietro di un centimetro, riafferr miracolosamente la presa, poi scivol di nuovo. Per un attimo rest appesa solo con i due piedi anteriori. Ci fu un disperato contorcersi del corpo, mentre le altre zampe si tendevano freneticamente verso l'interno in cerca di una presa; poi cadde, gi per tutto il tragitto fino alle ruvide zolle di terra smossa ai piedi del muro. Paragonato a noi, era come se un alpinista fosse precipitato per buoni trecento metri.
Per un attimo la formica rest stesa sulla schiena, assolutamente immobile, il bianco oggetto simile a un brandello di carta, che ora sapevo essere un messaggio, stretto ancora saldamente tra le mascelle. Poi le zampe cominciarono lentamente a ondeggiare, la formica si raddrizz, sfid il muro lanciandosi verso di esso come animata da una profonda rabbia.
La prima grossa caduta. Ricordai la mia: il matrimonio era stato
un fallimento per entrambi. A me c'era voluto molto pi tempo per riprendermi.
Al secondo tentativo, la formica evit, non so se per puro caso o per prudenza, la sporgenza da cui era caduta; gir intorno all'angolo del muro, raggiunse un punto di alcuni centimetri pi alto del precedente, ma trov un baldacchino di ragnatele ad attenderla. Il messaggio ne fu avviluppato, e nella disperata, frenetica lotta per liberarlo, la formica cadde di nuovo. Questa volta impieg un tempo maggiore prima di riaversi, e quando si riebbe non si cur affatto del muro; voleva solo ritrovare ci che aveva perso. Corse intorno in piccoli cerchi e rapide tangenti, fermandosi di tanto in tanto a interrogare l'aria con le antenne. Dopo alcuni minuti non si era mossa di un passo dal punto in cui era caduta.
La seconda caduta. Il matrimonio naufragato, anche se non ancora prosciolto; le lontre imprigionate come pericoli pubblici, Camusferna gremita di mezzi meccanici, fornita di personale, e stretta d'assedio dai turisti, l'idillio ormai lontano, il messaggio smarrito chiss dove durante la caduta. Anch'io, come la formica, avevo cercato a lungo, ma avevo percorso solo circoli viziosi.
Mi chinai in avanti, attento a non proiettare l'ombra del mio braccio sulla formica impazzita, e districai il messaggio dalla tela di ragno. Ondeggi verso il basso e atterr a quindici centimetri da lei, biancastro nella pallida, arida terra, nascosto a lei, realizzai, da enormi creste montagnose. Ci vollero parecchi minuti prima che riuscisse a trovarlo. Ebbe un evidente moto di trionfo e soddisfazione nell'individuare la sua posizione, lo afferr di nuovo e si lanci verso il muro. Ormai era stanca, saliva lentamente, con maggiore esitazione; non raggiunse neppure l'altezza precedente; quando cadde, giacque a lungo distesa, e quando si mosse nuovamente, non era pi indenne; delle sei agili zampe, solo cinque erano attive. Non pensavo che avrebbe tentato di nuovo, ma lo fece, perch aveva ancora con s il messaggio.
La terza caduta. L'incidente di macchina, l'occlusione troppo tardi diagnosticata, l'ospedale e l'andare alla deriva, il dolore fisico e la lunga convalescenza, il senso di sconfitta, la lenta, sofferta defezione di tutto quel che aveva riempito la mia vita, un non voluto ritorno a un ventre non accogliente. La formica aveva certamente fatto meglio.
La formica cadde in tutto sei volte, ed ogni volta per riprendersi impieg pi tempo, ma dopo la seconda caduta non perse mai il messaggio.
La settima volta, incredibilmente, riusc a scalare il muro, l'intero metro e mezzo di muro. Le ci era voluta un'ora e venti minuti; era ferita ed esausta, ma ce l'aveva fatta. Ristette sull'alta sporgenza della terrazza, sul piatto sentiero ricoperto di polvere, oltre al quale c'era la giungla. Mi alzai e feci qualche passo per osservarla. Sembrava immobile, ma avendola antropomorfizzata - doveva essere una formica neutra, un'operaia, e la mia identificazione con lei ne aveva fatto un maschio -
io pensai che respirava profondamente stirando e distendendo i muscoli torturati, sicuro di avere ormai superato la parte peggiore del viaggio. Teneva ancora il messaggio; talvolta lo muoveva lentamente tra le mascelle.
Stava cos da forse due minuti quando il dramma raggiunse il culmine. Dall'altra parte del sentiero polveroso largo circa un metro, fuori dall'incolta boscaglia, sopraggiunse di corsa una formica pi piccola, pi rossa dell'altra, apparentemente di un'altra razza. Correva veloce tra tutta quella polvere, come spinta verso una destinazione conosciuta. Afferr il messaggio dalle mandibole della mia formica, senza incontrare apparentemente alcuna resistenza, e ripart velocemente nella direzione da cui era venuta, sparendo sotto terra. La mia formica sembr ignorare la perdita; per un attimo, pensai all'intera azione come a una corsa a staffetta, in cui ciascun individuo aveva adempiuto il suo compito e recitato correttamente la propria parte. Avevo provato l'identica sensazione quando mi ero trovato debole ed esausto; una gara a staffetta in cui, giunto alla fine del mio percorso, dovevo solo passare
il testimone e fidare che il mio successore lo portasse alla vittoria. Non avevo nulla da fare, pensavo, solo riposare e recuperare le forze.
Ma improvvisamente la mia formica realizz che non teneva pi nulla tra le mandibole. Ag come aveva agito dopo la seconda caduta, quando il messaggio era rimasto avviluppato nella tela di ragno; cominci a correre violentemente in circolo con grande agitazione, tenendo due delle sei zampe alte, senza che toccassero il suolo. Dopo circa mezzo minuto sembr individuare un odore, e si lanci all'inseguimento di colui che l'aveva derubata. Poi scomparve alla mia vista tra l'alta vegetazione.
Rividi tutto ci in un rapido susseguirsi di immagini, mentre sedevo tremante e rannicchiato contro il freddo e bagnato fianco della collina, guardando gi a quella casa che era stata la mia casa. Il sole cominciava a tramontare, un gelido, livido tramonto dietro i dentellati picchi di Skye, tra nuvole gonfie di pioggia e stracciate dalla bufera. Guardai gi verso Camusferna, cercando di mettere a fuoco su un'immagine nitida i miei occhi che troppo a lungo avevano fissato la pesante calura estiva di quel giardino greco. Avevo le scarpe piene d'acqua, e rivoli d'acqua gelida mi correvano gi lungo la spina dorsale. La formica, pensai, era ormai morta, ma restava pur sempre la sua sfida. Io non ero ancora morto.
Vidi una giovane donna uscire dalla porta di Camusferna con del pesce per le lontre. Lei e sua figlia di sette anni erano gli unici esseri umani della casa. Intorno a lei, c'erano pi di dodici cani. Tre erano miei, due deerhound e il loro cucciolo di sei mesi. Gli altri variavano di dimensioni, dal grande danese ai barboncini nani; non avevo pi alcun contatto con loro, nessun contatto neppure con Camusferna.
Mi alzai e cominciai a scendere verso casa. Era ormai scuro, si vedevano solo alcune luci qua e l, le luci della casa, del faro dell'isola di Ornsay e di un peschereccio solitario gi nel Sound, che puntava a sud verso Mallaig. Ero qui di passaggio, per dare l'addio a Camusferna. Tutto era stato predisposto: le lontre sarebbero andate in uno zoo, i cani in quelle case che li avessero accolti. Gus, il mio cane favorito, il rinomatamente selvaggio e indomabile cane dei Pirenei, in realt dolce e sentimentale come uno spaniel, era morto durante la mia assenza, strangolato dalla sua stessa catena mentre era fuori di notte.
Durante le poche settimane della mia visita a Camusferna, avevo evitato di vedere le lontre. La loro fine in uno zoo era qualcosa a cui non potevo rassegnarmi, un orfanotrofio per bambini non desiderati; ma sembrava non esserci alternativa. Non riuscivo a guadagnare il denaro sufficiente a mantenerle; eppure avevo gi ricevuto un enorme numero di lettere dal pubblico che condannava duramente la mia decisione. Cosa potevano saperne delle mie difficolt? Settemila sterline all'anno per mantenere poveramente in vita Camusferna - quanti di coloro che mi scrivevano sarebbero mai riusciti a trovare quei soldi, per mantenere qualcosa di bello anche solo parzialmente vivo entro una maschera di ossigeno? E per quanto tempo? Sapevo che era un capitolo chiuso, finito; ma ancora facce sconosciute, voci sconosciute si accanivano contro di me perch facessi l'impossibile, perfino il ridicolo. Alcuni mi chiedevano perch non lasciarle libere. Come chiedere perch non viene lasciato libero un cane che si  posseduto e amato per sette anni; quelle due lontre, Edal e Teko, erano state allevate col biberon fin dalla primissima infanzia, avevano vissuto nelle case degli uomini fino a che la convivenza non era diventata chiaramente pericolosa, ed erano abituate a ricevere pasti regolari a determinate ore. Non se ne sarebbero mai andate; e se, invece, si fossero allontanate, non sarebbero certo state in grado di badare a se stesse, n di resistere ai rigori del clima scozzese senza la cuccia riscaldata per dormire a cui erano abituate. Con le lontre scozzesi che avevo abituate a Camusferna la situazione era diversa; le avevamo lasciate libere, e in quegli anni erano miracolosamente sopravvissute nonostante il pericolo che la loro sconsiderata fiducia nell'uomo comportava. Le vedevo ogni tanto; e spesso ricevevo lettere da turisti inglesi in visita alle West Highlands, che mi raccontavano che, sempre entro un arco di circa quindici miglia da Camusferna, una lontra era uscita dal mare e si era avvicinata disinvoltamente a odorare le loro scarpe. Era questo, domandavano alcuni, il normale comportamento di una lontra? Ognuna di queste lettere mi causava un gran sollievo, perch mi rassicurava che quelle creature, a cui avevamo insegnato a fidarsi degli essere umani, non erano ancora state uccise.
Ma con Edal e Teko la soluzione non era cos semplice, e alla fine mi ero deciso. L'amore per gli animali, cos come l'amore per gli esseri umani, dilata le proprie capacit di sofferenza; talvolta provo invidia per coloro che sono indifferenti a mammiferi di altre razze che non siano la loro; ma l'amore dilata forse anche l'intuizione e l'accettazione dell'altro, la compassione e la tenerezza, troppo soffocate nella maggior parte dell'umanit, cos soffocate da minacciare perfino la sopravvivenza della nostra specie. Queste cose che furono alla base del mio atteggiamento verso le due lontre, resero la mia decisione una penosa battaglia, assai pi penosa di quanto intenda descrivere. Ma la lotta era ormai terminata, la decisione era presa. Stavo per dare via le lontre, stavo per chiudere Camusferna; mi sarei rifatto altrove una nuova vita.
Nulla  mai definito. Se ami un animale o un essere umano, funi smisurate ti riportano costantemente verso l'oggetto di quell'amore, e le mani che tirano le funi sono le tue. Ma era un po' troppo tardi per amare.
Mi mossi gi per la collina, verso le luci della casa. Nell'oscurit, la notte sembrava ancora pi tumultuosa di quanto non fosse stato il tramonto; la pioggia, spinta dalla tempesta, batteva e sferzava contro il mio viso. La marea aveva girato, e mi arrivava il cupo rimbombo e il risucchio dei frangenti che rompevano sulla spiaggia sotto la casa. Era una messa in scena adatta a un lungo addio, un addio che sapevo non era solo mio, ma condiviso a vari livelli da tutti coloro che mi avevano scritto vedendo nella mia piccola e poco importante tragedia, un riflesso delle loro vite. Era, dopotutto, la fine di un'epoca, e ogni fine porta con s inevitabilmente, per chiunque, un dolore pi o meno intenso. Per costoro, la mia capacit di resistenza era diventata il simbolo della loro; se infrangevo il modello che fino allora aveva improntato di s la mia vita, quale si immaginavano che fosse, li avrei traditi, e con il mio avrei rotto anche il loro equilibrio. Non ho mai capito quando mi sono
assunto questa involontaria responsabilit, come non ho mai capito perch il mio primo libro su Camusferna, L'anello di acque lucenti, abbia toccato un non confessato bisogno in coloro che lo hanno letto. Per me era stato una sorta di diario, il diario di alcuni anni di intensa felicit interrotta da qualche grande dolore; certo non il diario di un grande con cui gli altri possano identificarsi fino a condividerne il dolore nell'abbandonare Camusferna. Ricordo le esatte parole di alcune lettere di gente sconosciuta. Qualsiasi cosa lei stia per fare, per piacere, non dica che la Camusferna dell'"Anello di acque lucenti" non  mai esistita. Dica che  sparita, se vuole, ma non che lei ha mentito. Non potrei sopportarlo, perch per me  l'unico segno evidente che il paradiso esiste davvero da qualche parte...
Qualunque cosa lei dica, Camusferna sar per me, sempre, la Camusferna che lei ha descritto. Voglio conservare in me quell'immagine, anche se non la vedr mai - me la strappi via, e non credo che mi rimarrebbe pi nulla...
Il suo libro mi ha molto turbato. Non perch lo ritenga buono - non lo ritengo tale - ma perch ha distrutto la mia grande illusione, che da qualche parte possa esistere la felicit, la serenit - qualcosa che non ho mai posseduto nei miei sessantaquattro anni di vita...
Ho tredici anni e ho letto il suo libro. Il suo  l'unico tipo di vita che voglio condurre. Sia gentile, mi dica come si fa a cominciare? Mi dica come lei ha cominciato. Come si fa a lasciare la citt e a vivere avventurosamente in campagna? Lontano dalla gente, lontano soprattutto da genitori e parenti...
Se vuole saperlo, penso che lei  uno scrittore pidocchioso, di quelli che rimandano ogni momento al vocabolario. Ho letto di tutto, Bond  il mio prediletto, ma invidio il modo in cui lei vive, se  vero quel che dice...
Ebbene, la mia vita era stata cos come l'avevo raccontata, ma ora non lo era pi, e la colpa era solo mia.
Passai accanto al sorbo, lo intravedevo appena contro le veloci, incalzanti nuvole notturne, e al recinto di Teko. Teko doveva essere dentro a dormire nella piccola casetta ricoperta di tegole, appoggiata contro il lato nord della casa. L aveva una lampada a raggi infrarossi che pendeva dall'alto, una piattaforma rialzata, e un letto fatto con un grosso copertone di camion riempito di coperte. Passandogli accanto, immaginai la sua forma addormentata; sapevo che non lo avrei pi rivisto, perch non credevo che avrei mai sopportato di vederlo chiuso in uno zoo.
Un cane improvvisamente mi venne incontro annusandomi nell'oscurit. Un cane grande, alto fino alla cintura. Appoggiai le mani su di
lui e riconobbi Hazel, la femmina deerhound, bagnata e inzaccherata come me, ma affettuosa e festante. Da quando Gus, il cane dei Pirenei, era morto, Hazel era diventata la mia prediletta, la sua ampia mole dormiva sul mio letto, con grande reciproco disagio ma con sua profonda gioia. Molti penseranno che dovrei vergognarmi di scrivere che a questo, che sembrava il nostro ultimo incontro, io avevo quasi le lacrime agli occhi. Appoggi le zampe sulle mie spalle, e la sua testa mi sovrastava di almeno trenta centimetri, le dissi addio e la lasciai entrare in casa ad asciugarsi e riscaldarsi.
Avevo detto addio ad Hazel, ed ora volevo, ossessivamente, dire addio a Teko. Stetti per alcuni minuti immobile nell'oscurit, sotto la pioggia e il vento sferzanti, sapendo che ci che volevo fare avrebbe solo peggiorato le cose; ma guidato forse dall'inconscia consapevolezza di quel che stava per accadere, dall'inconscio desiderio di cambiare quel che stavo per fare di Camusferna e buttare per aria tutte le decisioni prese, aprii l'alto cancello di legno della sua piccola casa. Chiusi il cancello dietro di me e accesi la luce nei suoi appartamenti notturni. Non era l, e non c'era da meravigliarsi. La bufera aveva spostato alcune tegole del tetto e il pavimento era allagato di alcuni centimetri di acqua; le coperte erano zuppe, e la lampada ad infrarossi si era fusa. Lo chiamai, e lui mi venne incontro dal grande recinto dove c'era la sua piscina, tutto bagnato, inzaccherato, affranto.
Mi accolse come un naufrago su un'isola deserta accoglie la nave che lo viene a salvare. Si serv di ogni sua espressione che ero venuto imparando cos a fondo durante quei sette anni, per darmi il benvenuto, per rimproverarmi, per esprimere una rinnovata speranza per il futuro. I parossismi di emozione dei mustelidi, che possono sfociare in terribile violenza, erano ora puro affetto e desiderio di essere rassicurato; si contorceva, si dimenava, mi infilava le dita in bocca e nelle orecchie; avvicin la sua bocca alla mia in cerca dell'animale scambio di saliva.
Chiamai a gran voce perch portassero degli asciugamani e delle coperte asciutte; fu felice di essere asciugato come lo era da piccolo, e quando ebbi riempito il suo copertone di coperte calde, vi entr dentro a un mio gesto e si dispose a dormire sulla schiena, con la testa appoggiata sul mio avambraccio, la bocca aperta, ronfando leggermente.
Mi liberai da lui e lo lasciai dormire, sapendo ormai che non potevo pi mandarlo in uno zoo, che dovevo ancora portarlo alla cascata, alle pozze d'acqua tra gli scogli, al mare e al fiume, perch vagabondasse libero e felice come un tempo. Non sapevo davvero come potevo fare, ma sapevo che dovevo farlo; altrimenti sarei stato un traditore, e chi tradisce la fiducia degli animali, pu tradire anche la fiducia degli esseri umani.
Non ebbi il coraggio; chiesi a un'altra persona di telefonare allo zoo a cui era stato destinato Teko, dicendo che se Edal era ormai relativamente indipendente dalla compagnia dell'uomo e poteva stabilirsi l, Teko non avrebbe mai potuto abituarsi, e che quindi avevo deciso di tenerlo. Non sapevo come; sapevo solo che era necessario, mi ero impegnato. Volevo passare la prossima estate ridando a questo animale la gioia e la libert che avevamo un tempo goduto insieme a Camusferna. Il mio futuro era oscuro, agitato da molteplici problemi; il suo, potevo almeno restituirglielo per una stagione.
Cos, quando lasciai Camusferna per il Nord Africa nel dicembre del 1966, non le dissi un vero addio, come avevo pianificato e come mi ero preparato a fare. Sarei ritornato, sfidando ogni avversit, le fiamme dell'inferno o i gorghi dell'alta marea. Ormai li conoscevo bene entrambi.
...
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...
9. Troppo tardi per amare.
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Il ventiquattro giugno 1963, lasciai Camusferna per il sud. Andavo a passare una quindicina di giorni a casa di mio fratello in Grecia. In condizioni normali, l'idea di questo viaggio mi avrebbe molto rallegrato, ma ora non volevo lasciare la mia casa, o ci che rimaneva di essa, perch stavo cercando disperatamente di tenerla unita.
In cima alla collina trasferii il mio bagaglio dalla jeep alla grande Land Rover con cui dovevo raggiungere Inverness per prendere il treno per il sud. Avevo usato quella Land Rover in Africa, e conoscevo le sue particolari caratteristiche di fabbricazione. Tra le altre, una che qualche minuto dopo mi avrebbe salvato la vita, un tetto rinforzato BBC, ideato per sostenere il peso di uomini e equipaggiamenti. Ricordo che era una mattina assolata e senza vento, e che il mare nel Sound di Sleat sotto di me era d'un azzurro intenso. Alti nel cielo, sopra le purpuree colline di Skye, correvano grossi cumuli di nuvole bianche.
Per le prime diciassette miglia dopo Camusferna la strada  ad un'unica corsia, con delle piazzole per superare ogni due-trecento metri, e per le prime cinque miglia verso il villaggio  davvero molto stretta. Larga a malapena, ad esempio, per una macchina e una bicicletta affiancate.
Avevo percorso circa mezzo miglio, e procedevo su per la collina a circa venti all'ora, quando da dietro un poggio fitto di erica sulla mia destra, un cervo salt attraverso la strada quasi sotto le mie ruote. Sterzai istintivamente e riuscii pelo pelo a evitare il cervo. Continu la sua corsa gi per il pendio alla mia sinistra, e stavo raddrizzando il volante quando un secondo cervo lo segu. Non riuscii ad evitarlo, ma credo di aver tentato. Sentii il colpo sordo dell'impatto; poi sentii che la macchina barcollava, e capii che stavo cappottando. Battei la testa sul tetto
mentre la macchina compiva la sua prima capriola, poi qualcosa di pesante mi colp sulle costole, mentre quella si rovesciava di nuovo.
Persi coscienza, credo, solo per pochi istanti. Ero ancora al posto di guida ma giacevo sulla parte destra, e l'erba e l'erica penetravano dal finestrino fin sul mio collo e sulle guance. Il motore era ancora acceso, ma non riuscii a raggiungere l'accensione con la mano sinistra a causa di una grossa valigia che stava sul sedile accanto a me, ed ora teneva inchiodato il mio braccio al fianco. Nella parte anteriore della Land Rover c'erano due latte piene di benzina, oltre al serbatoio pieno; non ero in condizioni di valutare razionalmente la probabilit di un inizio di incendio, ma sapevo che se mi coglieva in quella infelice posizione, correvo se non altro il rischio di restare malamente ustionato. Tentai di allontanare da me la valigia, ma riuscii solo a girarmi per met verso l'alto, in modo da poterla spingere via con la mano destra. La cosa mi era difficile, perch avevo il piede sinistro stretto in qualche modo tra i pedali, tanto da non poterlo girare per servirmene come punto d'appoggio. Tentai ancora storcendo il piede fino a farmi male, ma non si muoveva. Non ce la facevo a spostare la valigia, ma riuscii a far scivolare il braccio sotto di essa e a raggiungere l'accensione. Poi il silenzio fu assoluto, e giacqui immobile cercando di riprendere il fiato.
Riuscii a spostare la valigia urtandola contemporaneamente con la testa e la spalla sinistra; a ciascun urto faceva un salto fino a che uno pi forte degli altri la fece barcollare per depositarla oltre la leva del cambio, nel posto per i piedi del passeggero. Ebbi allora entrambe le braccia libere, e cominciai ad arrampicarmi per uscire. Come tutte le Land Rover, anche questa aveva tre posti davanti, e il cammino fino alla porta attraverso la quale dovevo fare la mia sortita, mi sembrava assai lungo. Provai a tirarmi su afferrandomi alla leva del cambio, ma solo allora realizzai che il mio piede sinistro era davvero preso in trappola e non mi sarebbe venuto dietro. Lo contorsi, lo dimenai, lo piegai, ma restava sempre prigioniero. Finalmente diedi un violento strattone, che mi caus il male che pu produrre una grossa escoriazione, e fui libero. Mi arrampicai goffamente fuori dalla porta messa per orizzontale, saltai a terra e accesi una sigaretta.
C'era solo qualche graffio sulle parti visibili dell'automobile. Non c'era alcun segno dei cervi, anche se il secondo aveva lasciato un grosso ciuffo di pelo sul paraurti. Non c'era sangue. N i cervi n io, mi sembrava, eravamo stati seriamente feriti. Mi sbagliavo di grosso.
Non capii allora, e non ho ancora capito, le cause di quell'incidente che ebbe conseguenze cos protratte nel tempo e che cambi, di fatto, per vari anni, la mia vita. Tanto per cominciare, i cervi correvano gi per la collina, verso la staccionata della foresta a circa trenta metri sotto la strada, ed un cervo, d'estate, fa questo solo se viene colto improvvisamente di sorpresa da un essere umano sopra di lui. E anche in questo caso, avrebbe sentito il rumore della Land Rover che si avvicinava. Mi arrampicai su per il poggio con una certa rabbia, pensando che ci fosse qualcuno lass, qualcuno che aveva visto la macchina rotolare gi per il pendio senza preoccuparsi di venirmi in aiuto mentre ero li intrappolato temendo di essere arrostito.
Non c'era nessuno: solo le impronte dei cervi nella soffice torba nera a pochi metri dalla strada, e un po' pi su, alcune pecore sparse qua e l che brucavano indisturbate. Il che escludeva la possibilit di un cane, perch le pecore si sarebbero raggruppate insieme. Tornai indietro per la strada che avevo appena percorso.
Quando arrivai a Druimfiaclach, entrai a salutare i miei vecchi amici MacKinnon; mi sembrava di non potere fare a meno di una tazza di t di Morag, prima di scendere gi per la collina per telefonare, in modo che venissero a riportare la Land Rover sulla strada. Calum Murdo era perplesso quanto me riguardo al comportamento dei cervi. Non  assolutamente il loro modo di fare, disse. Di fatto, penso che non mi abbia creduto finch non vide i ciuffi di pelo sul paraurti.
Mentre ero seduto nella cucina dei MacKinnon entr il dottore. Era arrivata da poco nel circondario, anche se da molti anni ormai il villaggio aveva un dottore uomo. Aveva visto passando la Land Rover; si era meravigliata di non vedere nessuno, e di come fosse potuto accadere l'incidente, e si era fermata a Druimfiaclach per chiedere se qualcuno era stato ferito. Le dissi brevemente come erano andate le cose. Non  ferito? chiese.
No, assolutamente no.
 sicuro?
Sicurissimo. Solo una o due contusioni, ed una escoriazione su un piede. Sto bene. Ne ero convinto, tantoch quando i primi sintomi del male cominciarono a farsi sentire, non pensai davvero a collegarli con l'incidente.
Bene, Maggiore (il mio grado del tempo di guerra mi era rimasto incollato addosso, nonostante i miei sforzi per disfarmene) ti allontani su quella Mercedes a centocinquanta miglia all'ora, e tu e l'intera popolazione delle Isole Britanniche uscite indenni da questo ciclone, ma esci di strada con una Land Rover che fa meno dei venti. Si dice che il diavolo ci mette spesso la coda; conosce infiniti modi per farlo, e forse adopera cervi e tetti speciali montati su Land Rover. Comunque una cosa  certa, nessuno di noi se ne va prima che la propria ora sia scoccata. "Ho un appuntamento con la morte su di una qualche contesa barricata..." Mi perdonerai se mi sono lasciato trasportare dalla mia verbosit...
Cinque giorni dopo arrivai all'aereoporto di Atene. Mentre lasciavo l'aereo e cominciavo a scendere gi per la scaletta, la calura sembrava quasi schiacciarci al suolo. I passeggeri cominciarono ad attraversare la pista di atterraggio diretti agli edifici dell'aereoporto distanti circa duecento metri, e a un quarto della strada mi accorsi di sudare in ogni punto del corpo. Ero circa a met strada, quando mi resi conto di uno strano crampo doloroso al piede sinistro, un dolore sordo come la sensazione di un'ammaccatura, che aumentava costantemente di intensit. Con mia enorme sorpresa, divenne cos forte che fui costretto a fermarmi. Posai il bagaglio a mano e dimenai il piede, pensando che forse ero stato seduto troppo a lungo in un'unica posizione. Dopo circa un minuto il dolore diminu, ma mi riprese di nuovo quando ero alla dogana. Non appena stavo fermo - e non mi era possibile fare altro per alcuni minuti - il dolore scompariva. Mio fratello era all'aereoporto con la sua macchina; non ebbi pi da camminare, e dimenticai completamente quell'episodio.
Mio fratello possedeva uno yacht e due piccole ville confinanti, molto belle, sull'isola di Eubea, con delle terrazze ombreggiate da una brillante vite a trenta metri sul mare. D'estate era solito affittare lo yacht insieme alla villa pi grande; solo occasionalmente, quando come ora c'era una disdetta dell'affitto, usava lo yacht per s e i suoi amici.
Per dimensioni, la casa di mio fratello a Katounia, con un diverso clima e in una diversa, pi intensa bellezza, era stranamente simile alla mia di Camusferna; il piccolo villaggio sul mare a cinque miglia a nord; il porto, il centro pi vicino per gli acquisti a diciassette miglia a sud.
Andammo da Atene al porto, Chalkis, dove un ponte attraversa lo stretto turbinoso canale tra la terraferma e l'Eubea, e dove lo yacht era all'ancora per prenderci. Arrivammo a Chalkis che era scuro, e mio fratello decise di passare l la notte e di salpare la mattina dopo. Di nuovo non dovevo camminare, e non avevo pi pensato allo strano comportamento del mio piede all'aereoporto di Atene.
Cenammo in una trattoria sulla banchina del porto, e la stretta striscia d'acqua tra noi e la terraferma riluceva di schegge multicolori di luce riflessa guizzanti come anguille nella marea che si alzava. Bevemmo retsina e mangiammo granchi arrostiti sulla griglia. Fortunatamente li avevo gi finiti quando vidi come venivano cucinati; ma fui costretto ugualmente a spostare la sedia per non dover osservare pi a lungo. Ad alcuni metri dal nostro tavolo una ragazzina, una piccola creatura dall'aspetto gentile di circa undici anni, stava in piedi davanti a una griglia di carbonella accesa, con accanto un grosso vassoio pieno di granchi e di polipi. Ogni tanto afferrava un paio di pinze e metteva qualcosa sulla griglia davanti a s. La griglia era circondata su tre lati da lastre di vetro poste verticalmente come in un acquario; mi chiesi oziosamente perch era fatta cos, e poi improvvisamente mi accorsi che le zampe del granchio pi vicino a me sulla griglia ondeggiavano lentamente, e che le sole cose completamente immobili su quella superficie erano i polipi. Dopo alcuni minuti realizzai che i granchi venivano arrostiti vivi, molto molto lentamente, e che quelli che stavo osservando erano ormai all'ultimo stadio di cottura; stesi l sulla schiena, sopra ai carboni ardenti, quella piccola protesta di una vita che ancora indugiava era tutto quel che restava loro. Dopo un tempo incredibilmente lungo ogni movimento aveva fine, la ragazzina li esaminava e faceva un cenno a un cameriere. Questi arrivava con un vassoio, e su di esso lei trasferiva i granchi e i polipi bollenti fino a che la griglia era nuda di corpi. Solo allora capii il significato delle pareti di vetro. Con le molle scelse un nuovo granchio e lo pos accuratamente schiena all'ingi sulla griglia. Per alcuni secondi rest immobile; poi, non appena il calore dei carboni ardenti penetr attraverso la corazza, il granchio improvvisamente si gir sulla parte destra tuffandosi letteralmente in aria. Batt contro la parete di vetro, ricadde sulla griglia e cominci a correre all'impazzata tutt'intorno ad essa. Una delle zampe gli cadde tra gli interstizi della griglia, tocc i tizzoni e in un attimo venne carbonizzata. La ragazzina afferr di nuovo il granchio con le molle, e pazientemente lo rimise sulla schiena. Dovette ripetere questo gesto ben tre volte, fino a che solo le zampe restarono a muoversi pietosamente nell'aria, e lei pot quindi dedicare la sua attenzione alla nuova vittima. La quale riusc effettivamente a scavalcare il vetro nella foga del primo balzo, e cadde sul pavimento fuggendo velocemente sulle zampe scorticate. Qualcuno del tavolo accanto a noi not la scena e si mise a ridere. Allora spostai la sedia per non vedere pi la ragazzina, e solo il delizioso odore di granchi arrostiti stava a testimoniare quel che avveniva alle mie spalle.
Quando la mattina salpammo verso nord, le preoccupazioni, i pensieri, le ansie e le tensioni emotive della mia vita a Camusferna scivolarono via da me come la pelle di un serpente che si squama. Qui, nella fresca brezza che soffiava da sud e increspava il mare dell'intenso colore dei lapislazzuli, accendendo minuscoli arcobaleni nel bianco sollevarsi dell'onda di prua, con il sole non ancora troppo caldo sulla nuda pelle e le tavole del ponte non troppo infuocate sotto ai piedi nudi, mi sentii libero e leggero, come mi capitava di sentirmi in passato a Camusferna. Forse, pensai, il segreto per mantenere intatta la propria fantasia,  di essere un nomade, non rimanere mai troppo a lungo in un posto per non offrire spazio alle oscure nubi che gremiscono gli immobili orizzonti, non creare la lunga, strisciante catena fatta di errori trascorsi e di presenti risultati. Sentivo gli spruzzi salati sul viso ed ero felice.
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Davanti a noi, a tribordo, l'alta e pallida scogliera montagnosa di Candeli troneggiava dai suoi novecento metri d'altezza, e due aquile roteavano in circoli stretti nell'intenso cielo azzurro. Ai suoi piedi, una piccola baia tranquilla dove gli oleandri selvatici in fiore arrivavano fin sulla spiaggia lambita da un mare verde smeraldo. Dissi a mio fratello: Sei fortunato a vivere qui!.
Davvero? disse dopo un momento; non capisco perch. Vivi anche tu in riva al mare, dove hai scelto di vivere, e anche tu hai una barca, e suppongo delle entrate assai pi alte di quanto io abbia mai avuto. Anche qui ci sono pensieri e difficolt; ti senti cos solo perch sei un ospite senza alcuna responsabilit verso di esse. Scommetto che anch'io mi sentirei come te se venissi a trovarti a Camusferna, solo che non potrei sopportare il clima. Non seppi cosa rispondere, perch aveva espresso a parole i miei pensieri di qualche minuto prima. Chiesi invece: Come funziona qui la posta? Arriva puntuale?. No rispose se stai qui per quindici giorni, puoi anche non ricevere una sola lettera, non importa quante te ne siano state scritte ed io dissi: Grazie a Dio.
Nel pomeriggio prendemmo il piccolo zodiac battezzato Grishkin, e sfrecciammo lungo la costa fino alla piccola baia tranquilla che avevo visto ai piedi del monte Candeli. Lo tirammo in secco sulla spiaggia di ciottoli roventi ai piedi della gigantesca scogliera, e mi preparai per una ricognizione in mare con la maschera. Non so nuotare, e questo non  solo il mio sport d'acqua preferito, ma il mio unico, a cui mi abbandono raramente, perch  essenziale per me che sia un passatempo piacevole, e il mare a Camusferna non  mai abbastanza caldo per rendere piacevole una nuotata.
Nuotavo lentamente, affascinato come sempre dai banchi di pesci brillanti e multicolori, dalle alghe ondeggianti, dall'intensa vita marina che passava a schiere sotto il trasparente vetro della maschera. Nuotavo sul limitare della piattaforma, col fondo del mare a non pi di tre metri dalla mia faccia, e guardavo gi verso il grande oscuro precipizio dove la piattaforma aveva fine, e il fondale precipitava in abissi inimmaginabili. Laggi, grosse ombre si muovevano, troppo indistinte per essere identificate, ma pensai che fossero tonni. Girai per tornare alla spiaggia, perch anche nuotatori esperti mi dicono che provano un'assurda paura se guardano gi improvvisamente nella misteriosa oscurit degli abissi marini.
Quando fui nuovamente in acque pi basse, vidi il bagliore madreperlaceo di una conchiglia-angelo aperta e vuota tra i neri aculei di due ricci di mare attaccati a uno scoglio. Stavo per tuffarmi per prenderla, quando mi accadde al piede sinistro quel che mi era accaduto all'aereoporto, e questa volta molto pi velocemente. Nel giro di un minuto i dolori diventarono molto forti. Restai l abbastanza a lungo per prendere la conchiglia-angelo, poi puntai velocemente verso la spiaggia. Approdai su di uno scoglio levigato e mi tolsi la maschera. Sedetti ed esaminai con attenzione il piede; lo esaminai a lungo, e lo punzecchiai, ma non vidi nulla di strano. Sembrava identico al suo compagno, tranne che per una lunga escoriazione ormai essiccata, lungo l'arco del collo del piede. In quel punto c'era stato parecchio sangue rappreso, ricordai, tanto che avevo dovuto bagnare parecchio la calza per riuscire a separarla dal piede, una volta tornato a Camusferna, dopo l'incidente con la Land Rover. C'era anche un livido bluastro, ma era scomparso in brevissimo tempo. Per la prima volta collegai quanto mi stava accadendo al ricordo del mio piede intrappolato tra i pedali della macchina; qualcosa di invisibile e di sinistro stava covando sotto la crosta di quella escoriazione. Lo scoglio era cos caldo che dovetti muovere il piede; e contemporaneamente realizzai che il dolore si era arrestato.
Avevo sufficienti cognizioni mediche per capire cosa poteva essere successo. Non ero emerso indenne da quel ridicolo incidente; l'afflusso di sangue al piede era compromesso. Il caldo mi dava un temporaneo sollievo, ma nel piede aveva avuto inizio un lento processo di morte. Senza rifornimento di sangue non poteva vivere.
Anche se avessi agito subito, la situazione era ormai fuori del mio controllo; forse era giusto voler ignorare, per quella mia breve vacanza, che qualcosa di grave, che avrebbe portato grosse conseguenze, mi era caduto addosso. Camminai fino allo zodiac stringendo in mano la mia conchiglia-angelo e dicendomi che era un'ostruzione temporanea, che si sarebbe risolta da sola. Non riuscivo a credere seriamente che potevo diventare parzialmente zoppo. Ero stato troppo a lungo abituato a pesanti fatiche fisiche e a servirmi di ogni mio muscolo e arto, come elemento indispensabile della mia esistenza, per accettare l'idea di una menomazione, al di fuori di un gioco puramente intellettuale.
Il giorno seguente partimmo per una crociera nelle isole dell'Egeo, Skyros, Skiathos e Skopelos, con i loro arroccati paesi bianco-calce, e le marmoree grotte marine colme di echi, dove i nidi di fango di migliaia di rondoni pendevano dagli alti soffitti a volta. Le limitazioni della mia attivit fisica erano ormai precise e prevedibili: una lenta passeggiata di un centinaio di metri e dovevo fermarmi per permettere al dolore di sfiammare, cinque minuti in mare e dovevo tornare a riva e scaldare il piede su uno scoglio bollente, fino a che il crampo si allentava.
Quando tornai in Inghilterra, andai subito da un dottore. La sua diagnosi fu vaga, ma genericamente ottimista. La temperatura del piede era notevolmente pi bassa di quella dell'altro, il che stava a significare una circolazione ridotta, ma lui non riteneva impossibile una cura naturale. Mi diede delle pillole, dei vasodilatatori, e mi disse di osservare attentamente se vi erano dei miglioramenti. Nel caso di un peggioramento, mi consigli di rivolgermi ad uno specialista, e di non accontentarmi di un'unica diagnosi.
Tornai a Camusferna. L, senza il calore del sole estivo sul collo del piede nudo ad aiutare la circolazione, ero ormai praticamente zoppo, che i vasi sanguigni potessero o no ricanalizzarsi naturalmente. Mi era quasi impossibile camminare, e quando sedevo a scrivere, dovevo tenere il piede sinistro su una bottiglia di acqua calda, per evitare che il crampo sopraggiungesse anche con i muscoli in riposo. Ormai ogni sensazione di libert se ne era andata da Camusferna, dove era diventato per me terribilmente scomodo vivere date le mie condizioni, lontano pi di un miglio dalla strada. Mi sentivo prigioniero come le lontre incatenate ad una vita da zoo. Lavoravo sodo, e scrivevo per lunghe ore ogni giorno; anche perch ormai non c'era nulla che potessi fare quando avevo finito di lavorare, solo restare seduto a quella scrivania a preoccuparmi degli infiniti problemi che sembravano formare il futuro di Camusferna. Quello dei guardiani era il pi pressante. Jimmy Watt, che stava con me da cinque anni, badava all'inizio a una lontra e all'andamento di una casa quanto mai semplice e disinvolta; ora aveva sotto la sua responsabilit la manutenzione e il funzionamento di due jeep; di una Land Rover; della Polar Star, la barca di dodici metri; di un'altra mezza dozzina di barche tra dinghy e fuoribordo e dei nostri recenti acquisti, le due case del faro di Ornsay e di Kyleakin, oltre a due cottages che avevo comperato vicino al villaggio. In varia misura, tutte e quattro queste case avevano pi o meno bisogno di lavori di manutenzione e di migliorie, e se io potevo solo scrivere, la responsabilit di ogni dettaglio ricadeva su di lui. Si alzava una tempesta, e qualcuno doveva correre agli ormeggi mal protetti della Polar Star, a nord delle isole, lontani circa un miglio, per pompare via l'acqua dalla sentina e assicurare il telone impermeabile. Assai spesso bisognava portarla a diciassette miglia a sud per far rifornimento. Bisognava ordinare le provviste di casa e andarle a prendere, insieme alla posta, sulla strada in cima alla collina. Ci fu un via vai di aiutanti, che lasciarono dietro di loro lunghe, svariate tracce di disastri; ma era assolutamente impossibile far funzionare questo microscopico ma assai complesso impero senza Jimmy e due assistenti. Un'accurata analisi delle spese dimostr che esclusi i salari - ma prendendo in considerazione tutte le altre spese, come luce, riscaldamento, benzina, riparazione dei veicoli, cibo per gli umani e per gli animali, spese di lavanderia, assicurazione e telefono - ogni essere umano a Camusferna veniva a costare circa venti sterline alla settimana. Compresi i salari, la somma totale era assai al di sopra delle cento sterline alla settimana. Gi in quegli anni relativamente lontani, la casa di Camusferna costava cinquemila sterline all'anno, e l'unica maniera per far fronte a questa spesa era dimenticare la gioia provata un tempo per la sua bellezza e la sua libert, e restare prigioniero tra le mura del mio piccolo studio a scrivere per tutto il giorno. Non ci si poteva aspettare che i visitatori casuali, spesso stranieri, capissero questa situazione, e il mio lavoro era sempre indietro rispetto ai programmi.
L'unica libert concessa era ormai la Polar Star: nelle giornate di vacanza, quando tutto scorreva liscio e con la barca andavamo a visitare i fari, o semplicemente a gironzolare lungo i ventosi bracci di mare che, come fiordi norvegesi, si insinuano entro la terraferma tra le alte colline, provai nuovamente quel senso di libert e di leggerezza che avevo provato in Grecia sulla barca di mio fratello. Conservo ancora in me l'incanto di quelle giornate estive; giornate in cui il mare era cos incredibilmente levigato che i gruppi di urie e di gazze marine che si tuffavano a prua davanti a noi, lasciavano sulla superficie increspature che si allargavano in cerchi perfetti, e la nostra bianca scia spumeggiante si stendeva alle nostre spalle come un solco fuggente; il sordo, pulsante fremito dei motori quasi inafferrabile nella cabina del timone; il prepotente risucchio dei gorghi durante il veloce rifluire della marea nello stretto di Kylerhea che forza il timone; le schiere dei chiassosi gabbiani che si librano, ondeggiano e si tuffano, per nutrirsi degli avanotti spinti in superficie dai grandi banchi di sgombri; l'eccitante strappo del micidiale cosacco su cui danzano una dozzina e pi di pesci rilucenti simili a pregiati smalti azzurri e verdi; le bufere durante le quali la barca turbinava impennandosi nelle onde come un cavallo selvaggio, e un terrificante muro bianco di acqua si alzava a prua sopravento, facendola inclinare di sessanta gradi circa, ed io mi trovavo a lottare non solo con il timone ma con la mia gelida paura; tutto ci, ma soprattutto le tranquille serate immobili, quando tornavamo agli ormeggi al tramonto e sedevamo a lungo nel pozzetto di poppa. Il sole tramontava dietro le Cuillin di Skye, i nastri scarlatti di nuvole riflessi come un largo sentiero di sangue nel Suond tingevano le piccole onde che battevano dolcemente sul fianco della barca, simili a un cangiante mosaico liquido di giada e fuoco pallido. Sedevamo li fino a che le colline non erano altro che neri profili su di un ultimo bagliore verde mela, e gli unici rumori intorno a noi, l'acqua che sciabordava contro lo scafo e le grida degli uccelli di mare, delle colonie di gabbiani e rondini marine sulle isole accanto. Quei momenti di pace e di placida quiete agli ormeggi della Polar Star erano ormai per me quel che era stata un tempo la cascata, oggi sfigurata dall'accavallarsi dei neri tubi pendenti di alkathene che rifornivano di acqua la casa e i recinti delle lontre. Recinti: l'intera Camusferna mi appariva ormai chiusa entro un recinto, il mare l'unica libert. La casa e i suoi dintorni erano una prigione per me e per le lontre confinate dietro agli steccati.
Man mano che le settimane passavano, era impossibile celare a me stesso che le condizioni del mio piede andavano rapidamente deteriorandosi. Ma una sorta di inerzia, dovuta forse a un'inconscia paura del futuro, mi impediva di prendere qualsiasi decisione. Ad ottobre, la forte abbronzatura del mare di Grecia era scomparsa rivelando il vero colore del piede, un opaco bianco bluastro, mentre alla base dell'alluce si stava formando una piaga di forma circolare. Un giorno il dottore chiamato a visitare uno dei membri della famiglia, guard anche il mio piede. Bisogna che lei faccia qualcosa disse non pu rimandare oltre, a meno che lei non sia disposto a perdere il piede. Intendo dire che oggi c' una possibilit di futura cancrena, e quindi della totale amputazione alla caviglia. Lei non pu pi stare qui. Era vero, non era pi un posto per me, sia fisicamente che psicologicamente; era piuttosto un vicolo cieco, senza neppure la pace e la tranquillit di un vicolo cieco.
Cos alla fine di novembre tornai a Londra e consultai degli specialisti. Il primo disse che sarebbe stato possibile sostituire i vasi schiacciati con vasi artificiali; il secondo disse che i vasi erano troppo piccoli per poter essere sostituiti in maniera soddisfacente, e che con buone probabilit si sarebbe avuto un rigetto nel giro di uno o due anni. Disse che l'unica alternativa era una simpaticectomia lombare. Seduto dietro alla sua grande scrivania, si aggiust le lenti, un le punte delle dita, si sporse in avanti, e parl lentamente scandendo le parole.
I nervi simpatici sono situati ai due lati della spina dorsale, allo stesso livello circa dei reni. Tra le tante altre funzioni, controllano l'erogazione di sangue agli arti inferiori; possiamo descriverli come rubinetti a met aperti. Se asportiamo quello di sinistra, il rubinetto del sangue viene a mancare, e l'intero, non pi regolato flusso si riversa gi al posto di quello che potremmo chiamare il gocciolio del rubinetto. Solo la rimozione chirurgica del nervo simpatico lombare sinistro, operazione che chiamiamo simpaticectomia lombare, pu ormai salvare il suo piede. So che pu sembrare un'operazione grave. Ma viene compiuta assai di frequente, e con buone probabilit di successo. Se non ci sono complicazioni lei dovrebbe stare in ospedale per una quindicina di giorni con una convalescenza, diciamo, di uno o due mesi. Sono spiacente di dover sottolineare che a mia opinione lei non ha scelta tra questa operazione e l'eventuale amputazione del piede, che sta gi mostrando i primi sintomi di necrosi.
Feci del mio meglio per valutare la situazione che, fino allora del tutto fantastica, cominciava improvvisamente ad assumere un volto reale. Non credevo ai tempi del medico, non perch non gli accordassi fiducia, ma per un aforisma che avevo composto per me stesso in Nord Africa e che ritenevo contenesse un'invariabile verit. Quello che pensi possa durare cinque minuti, durer un'ora; quello che pensi possa durare un'ora, durer un'intera giornata; quello che pensi possa durare un giorno, durer una settimana; quello che pensi possa durare una settimana, durer un mese e quello che pensi possa durare un mese,  impossibile a raggiungersi.
Quanto tempo mi resta prima che l'operazione diventi urgente? chiesi.
 difficile rispondere. La prognosi non  sempre buona indovina, lei lo sa bene. A parer mio non molto, due, tre mesi, forse quattro se  fortunato, a giudicare dall'attuale stato di deterioramento. Le  mai capitato di vedere qualcosa in cancrena?
S. Ed era vero; ricordai con raccapriccio le dita di Terry dopo che erano state masticate via da Edal; il tanfo, l'amputazione, il realizzare che alcune parti di un giovane corpo se ne erano andate per sempre, e stavano l annerite in un catino smaltato, e che nulla al mondo avrebbe mai potuto restituirgliele. Sotto certi aspetti, per me era stato pi terribile che vedere un cadavere.
Allora pu capire che, dopo l'attacco iniziale, il progredire della situazione pu essere molto rapido. Non  mai auspicabile operare d'urgenza. Posso dedurre che lei  ormai rassegnato all'idea della necessit di un intervento chirurgico?
S. Rassegnato non era proprio la parola esatta, ma quello non era il luogo dove discutere sottili sfumature di significato. Non percepivo allora che forse avevo sempre avuto un atteggiamento rassegnato di fronte a quelle cose che avevano tanto cambiato la mia vita, anche se ne distinguevo il profilo minaccioso.
Mi sembra di capire che lei vive in Scozia. Preferisce farsi operare l o a Londra?
I problemi di Camusferna mi mormorarono all'orecchio, mentre sedevo nella calma, asettica atmosfera dello studio medico di Harley Street, col sordo rumore del traffico al di fuori; non potevo metterli a tacere con cinquecento miglia di distanza. Risposi: Scozia.
Benissimo. Preferisce che disponga le cose per lei, o pu occuparsene personalmente?
Penso che posso occuparmene personalmente, sempre che non la consideri una violazione all'etichetta. Conoscevo uno dei maggiori chirurghi scozzesi; ora che credevo di sapere il peggio, intendevo mettermi senza alcuna riserva nelle sue mani. Ero comunque ben lontano dal sapere il peggio: grazie a dio, n agli esseri umani n agli animali  dato di conoscerlo.
Da Londra andai in Scozia. La visita del grande chirurgo fu anche pi accurata e approfondita della precedente. Una volta finita mi disse: Domani mattina ti porto in ospedale per delle radiografie. Ti far male, mio caro, ma mi sembra onesto avvisarti. Per determinare dove si interrompe l'afflusso di sangue al tuo piede, iniettiamo nelle arterie una sostanza opaca ai raggi X. Questa viene iniettata all'inguine, e non  piacevole....
Fu molto pi che spiacevole. C'era una grande stanza gremita di infermiere e studenti e altro non meglio identificabile personale ospedaliero, ed io giacevo l nudo, miserevole e vergognoso su di un tavolo in mezzo a loro. Il pudore, innato, in gran parte della nostra cultura occidentale, mi fece chiudere gli occhi per non vedere riflesso nei loro l'apprezzamento della mia inerme nudit. Dopo un tempo che mi parve incredibilmente lungo, la macchina dei raggi mi fu sopra, ed una figura vestita di bianco si libr su di me con un ago che mi sembr grosso come una matita. Cerchi di star calmo ora, disse, e affond questo mostruoso strumento nell'arteria dell'inguine sinistro. Tutto quello che potei fare fu di non urlare; il dolore era, credo, fra i pi lancinanti che mi fosse mai capitato di provare. Il liquido opaco veniva spinto dentro a forza attraverso l'ago infilato nell'arteria; ogni movimento del bacino, sia pure per un riflesso di terrore, non faceva che aumentare il dolore. Volevo qualcosa da mordere e sfortunatamente l'unica cosa che avevo a disposizione era la mia lingua. La morsi profondamente, e sentii il sangue riempirmi lentamente la bocca. Cos come varia da individuo a individuo, e soprattutto tra maschio e femmina, il grado di tolleranza del dolore, penso che vari anche la percezione di esso; in alcuni la soglia  molto alta, e anche un forte dolore viene percepito come un grosso fastidio; in altri, dotati di una soglia molto bassa, l'identica situazione fisica pu produrre un dolore cos acuto da portare alla perdita di coscienza. Non svenni, ma nell'inghiottire il sangue che usciva dalla mia lingua ferita, desiderai profondamente che ci accadesse. Mi ero chiesto come mai ero stato portato gi in una sedia a rotelle; durante il viaggio di ritorno avevo capito il perch.
Mentre il chirurgo mi portava in macchina attraverso il caotico traffico cittadino al tramonto dall'ospedale al mio albergo, pensavo a queste cose e all'operazione a cui ero ormai destinato. Cercai di spiegargli la cosa; credo di aver detto che se l'operazione mi avesse fatto il male che avevo appena provato e per un tempo maggiore, avrei-preferito perdere il piede. Non so se parlavo seriamente; ma era certo quanto provavo in quel momento.
Amico mio disse mentre la macchina si fermava a un semaforo, e una pioggia fitta e sottile rigava il parabrezza e rivestiva l'asfalto nero degli indistinti riflessi dei lampioni stradali, amico mio, non sentirai alcun dolore. Assolutamente nessuno. Ti rester solo una lunga cicatrice sulla pancia, ma sar una cicatrice fina come un capello, e non sentirai nulla, e la tua pancia rester piatta e dura come lo  ora. E potrai camminare di nuovo; in poco tempo, l'intera faccenda sar solo un ricordo del passato.
Ho spesso ripensato a quella breve omelia che si dimostr, anche se certo non per colpa sua, cos lontana dal vero. Alcuni anni pi tardi, una lettera di mio fratello dalla Grecia me la riport alla mente. Recava un poscritto: Hai letto che un pastore anglicano nel sud dell'Inghilterra tiene, dopo i suoi sermoni, dei pubblici dibattiti su di essi in un pub accanto alla chiesa, dibattiti che vanno sotto il titolo "Dove ho sbagliato?" Ti immagini un simile spuntino alla buona per discutere gli errori del Sermone della Montagna?.
Anche senza la minaccia della cancrena e dell'amputazione, era chiaro che non potevo continuare ad andare avanti cos. Era ormai dicembre, e poich mi ritrovavo in citt, pensai che avrei potuto fare l i miei acquisti natalizi. Scoprii che potevo a malapena camminare. Avanzavo faticosamente per le strade, pi lento di un cieco. Dopo la prima mezz'ora, aggiunsi una voce imprevista alla mia lista di acquisti - un bastone da passeggio. Ricordo che pioveva ininterrottamente e che faceva molto freddo.
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10. La terza caduta.
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Entrai in ospedale il giorno di Santo Stefano del 1963. Ero spaventato, ma forse ormai molto vicino alla rassegnazione, per citare lo specialista. Di fatto, non si trattava di un vero e proprio ospedale; era una grande clinica costruita, sembrava, senza badare a spese. Restai alquanto sconcertato di trovare una suora all'accettazione, in una hall spaziosa dove un cartello pregava i visitatori di non indossare tacchi a spillo. Mi chiesi che cosa poteva fare una signora cos calzata, una volta letto quel cartello. La pallida, cerea suora scrisse i soliti dati anagrafici con agghiacciante impersonalit, senza mai sollevare gli occhi dalla scheda che stava compilando. Parenti prossimi? Religione? Dato che le mie credenze sono quanto mai eclettiche e personali, mi fu improvvisamente impossibile rispondere a questa domanda. Esitai cos a lungo che alla fine lei alz gli occhi, e la sua espressione era gelida, e le sottili labbra contratte. Religione? ripet con la sua piccola voce inespressiva. Sapevo che c'era una parola per quello che volevo dire, ma non riuscivo a trovarla. Appoggi la penna ed aspett, mentre cresceva in me l'ansia di un prigioniero nelle mani dell'Inquisizione spagnola. Risposi, quasi ridotto alla disperazione: Temo di non appartenere ad alcuna religione ortodossa. Senza denominazione mormor, facendo in modo di condensare un infinito disprezzo in quelle due parole, ed io la osservai scriverle con una scrittura anonima quanto la sua faccia e la sua voce. Poi suon un campanello, e mi consegn a un'altra suora, umana ed accogliente quanto una ruota dentata bene ingrassata.
La procedura, che deve per logica necessit seguire una sua routine, mi pareva grottesca. Fui messo a letto, mi venne debitamente registrata la temperatura e il polso, e mi fu detto che in mancanza di precise istruzioni mediche, non mi era neppure consentito di attraversare il corridoio fino alla toilette. Le suore di guardia non avevano la pi pallida idea del perch io mi trovassi l, e quando cercai di spiegare ad una di loro che stavo per essere sottoposto ad un intervento di simpaticectomia lombare sinistra per un incidente avvenuto sei mesi prima, rispose candidamente. Cos' questa operazione di cui parla?. Cercai di fornirle le informazioni che le mancavano, seppe solo dire: Questo non mi riguarda; non sono un'infermiera chirurgica. Anzi, come scoprii pi avanti, non era neppure un'infermiera qualificata; come la gran maggioranza delle suore che davano una mano in quell'enorme fabbricato, era li solo per adempiere ad una supposta vocazione. Spesso, la vocazione era assai al di sotto dell'ovvio.
Pi tardi prese servizio l'infermiera di notte che, sebbene cattolica, non era una suora. Che cumulo di sciocchezze! esclam; Certo che pu andare alla toilette o andare su e gi per il corridoio per tutta la notte, se le va di farlo. Queste suore si attaccano rigidamente alle regole, e questo provoca un doppio lavoro per tutti. Che senso ha che le si debba portare la padella a letto quando lei  in grado di fare ogni cosa da solo? Una volta operato,  diverso, e la caposala  li che non stacca gli occhi dalle inservienti, che non facciano un solo passo sbagliato. Ma dirle di stare fermo ora, lei che  entrato per un'operazione come questa,  pazzesco! Mi fanno impazzire, tutte quante sono - non hanno nulla di umano, e che non mi vengano a dire che fa bene al paziente essere trattato come un cadavere fin dal primo momento che entra in ospedale. Le va una tazza di t?
Se non fossi in ospedale, in questo momento mi andrebbe un drink.
Vuol dire qualcosa di forte? Insomma, un super alcolico? Posso portarle anche questo, ma lo tenga lontano dagli sguardi indiscreti. Torno tra cinque minuti, e lei non ce ne metta pi di dieci a berlo, perch torno a prendere il bicchiere.
Oh, infermiera dei super alcolici! ti ricorder con affetto e gratitudine per il resto della mia vita. Spero che tu voglia accettare questo mio tributo, ed esser fiera della tua naturale umanit ben pi profonda della posticcia vocazione delle suore.
La mattina seguente venne il barbiere, e dopo una mezz'ora di accurato lavoro, lasci il mio corpo liscio e privo di peli come quello di un bambino. Si serv di una lente di ingrandimento per assicurarsi della perfezione del suo lavoro.  strano, pensai: l'intera routine, dal momento dell'ammissione, poteva essere interpretata da un estraneo, da un qualunque antropologo che osserva un nuovo rituale tribale di cui si ignora lo scopo, come una deliberata riduzione ad uno stato di inerme dipendenza infantile; e l'infantile mancanza di peli il simbolo visibile della sottomissione. Perfino alcune parole appartenevano al linguaggio della prima infanzia, la Reverenda madre e la Madre superiora... Ero ormai l'infante paziente.
Ero sotto l'effetto di forti sedativi quando fui portato nella sala operatoria; steso sulla barella, dalla mia posizione supina, vidi il chirurgo in maniche corte nella sala adiacente. Mi sorrise e disse: Sei un po' in anticipo - in genere non ci facciamo vedere dal paziente senza l'alta uniforme del mago dottore!. Poi mi portarono nella sala operatoria, e alcuni istanti dopo intorno a me c'erano solo facce anonime in maschera bianca. Vidi la siringa del pentotal, e nel momento in cui entr nella vena una voce disse: Conti fino a dieci.
Arrivai a tre. Quando rinvenni ero nel corridoio fuori della porta della mia camera, cercando di mettere a fuoco quella che mi sembrava una folla di facce sconosciute, tra le quali riconobbi l'infermiera dei super alcolici. Avevo un dolore spaventoso alla parte sinistra del ventre; provai a toccarla, ma mi accorsi che non riuscivo a muovere le mani. Penso che fossero legate. Non ero cosciente di parlare, ma lei mi disse qualche giorno dopo che le avevo farfugliato Rectus abdominis! Rectus abdominis!, e che lei aveva risposto Va tutto bene, amico mio, fino a che non  il rigor mortis!. Quel che mi passava effettivamente per la testa era qualcosa del tutto diverso. Avevo trascorso buona parte della guerra nel SOE, l'organizzazione responsabile del Movimento di resistenza nei paesi occupati, per addestrare ed armare degli agenti che venivano paracadutati, spesso per morire sotto tortura nel territorio nemico. C'era con me un tipo di Glasgow, istruttore per il corpo a corpo e per il combattimento all'arma bianca, che cominciava invariabilmente il suo corso di istruzione di ogni nuovo gruppo con una formula verbale sempre identica, cantilenata pi che parlata con la sua monotona voce acuta: Allora, ragazzi, avete mai visto sventrare un tizio a coltellate? No, eh? Io ne ho visto squartare uno con un rasoio!. Era questa la litania che ripetevo nella mia testa confusa; emersa dal mio subconscio, non c' dubbio, dalle confuse associazioni della Scozia e delle ferite da coltello.
Come ho detto, credo di avere una percezione del dolore particolarmente acuta: e, durante quei giorni, mi era difficile immaginare un supplizio maggiore di quello a cui ero sottoposto. Mi sembrava che le suore fossero scortesi, scostanti e profondamente ottuse nel compiere quei servizi come rifare il letto o spostare il mio corpo a me ormai sconosciuto che avevo la sensazione, fosse tenuto insieme alla vita soltanto da un tormentoso cordone sottilissimo. Nel loro atteggiamento era comunque implicito il fatto che la sofferenza faceva bene alla mia anima. Se involontariamente mi lamentavo, una in particolare, mi ricordo, diceva bruscamente: La sua ferita  in un brutto posto, ecco tutto.
Sfortunatamente non era tutto. Mi svegliai una sera con il termometro sotto il braccio e l'infermiera dei super alcolici accanto a me. Come si sente? mi chiese gentilmente. Morto risposi. Cos' che  andato storto?
Sta molto male. Si  preso uno staffilococco da ospedale. Lo hanno isolato, staphylococcus aureus. Il chirurgo sar da lei tra pochi minuti.
Mentre il chirurgo arrivava, cominciai a dare di stomaco, oceani di bile nera, ed ogni conato sembrava riaprire la ferita da cima a fondo.
Amico mio disse sono molto, molto spiacente per quel che accade. L'operazione  andata perfettamente, non ho mai fatto una simpaticectomia migliore, te lo posso assicurare, ma non potevo prevedere questa complicazione.
L'anestesista a cui guardavo, dato il mio perdurante stato, come al mio angelo custode e mio migliore amico, entr nella stanza con una barella, e di nuovo udii Conti fino a dieci. Quando mi svegliai, avevo tre tubi di drenaggio che fuoriuscivano dalla ferita.
Tutto sommato, lo deduco oggi dal conto dettagliato dell'ospedale, tornai in sala operatoria tre volte, ma i singoli avvenimenti e il loro susseguirsi sono oggi assai confusi. Non opponevo pi alcuna resistenza a quanto mi veniva fatto; mi ero completamente arreso. Camusferna e quel che era stata un tempo, mi nuotava nella mente come un sogno indistnto, talvolta come un incubo. Nelle rare occasioni in cui riuscivo a pensare in termini coscienti al futuro, avevo presente un'unica chiara immagine, essere in grado di camminare di nuovo, spostare l'orologio indietro nel tempo, prima che quei due cervi balzassero correndo attraverso la strada. Questo era l'unico traguardo da raggiungere, che chiedeva completa sottomissione; i problemi di Camusferna mi sembravano insignificanti tranne che durante i miei sonni agitati.
Ma il peggio doveva ancora venire. In tutte le operazioni chirurgiche in cui la massa intestinale viene maneggiata e spostata, pu prodursi un fenomeno detto ileus per il quale le normali, moderate, ritmiche contrazioni, la peristalsi cio mediante la quale il sistema digestivo esplica le sue funzioni, reagisce con la completa paralisi. Ogni movimento si arresta, per quella che viene ormai considerata da molte scuole come una protesta dell'intera entit - perch la psiche e il soma, il cervello e il corpo, formano una singola entit che non pu essere arbitrariamente separata l'una dall'altra - contro l'interferenza di qualcosa di esterno che il subconscio interpreta come una violenza. Il risultato comunque,  che l'intestino smette di funzionare, e questo arresto provoca la formazione di gas che non trovano via d'uscita, come
accade in un cadavere. La pancia si gonfia a dismisura fino a ridurre il poveretto simile a una balena arenata o, nel mio caso, come il sacco di pelle di una cornamusa, con i cannelli di drenaggio che facevano da zampogna. Se quest'enorme gonfiore preme contro una lunga ferita, forzandola a riaprirsi per un semplice principio meccanico, il risultato  sofferenza e delirio. Fino a tempi assai recenti, questo fenomeno era frequente causa di morte. Credo che furono sperimentati su di me vari medicinali senza alcun profitto. Ero grato al chirurgo che non mi trattava come un bambino; mi spieg dettagliatamente la situazione, aggiungendo che avrebbe continuato a provare fino a che non avesse trovato la medicina adatta. Non mi nascose che se non si fosse trovata, la mia vita sarebbe stata in serio pericolo. Gli fui profondamente grato per la sua assoluta onest.
I primi medicinali non ebbero alcun effetto. La mia pancia montagnosa sembrava decrescere lentamente per un breve periodo, poi ricominciava a gonfiarsi, fino a recuperare le precedenti, mostruose proporzioni. Non posso fingere di ricordare ora quanto sia durato questo grottesco gonfiore.
Una notte fui svegliato improvvisamente da un forte suono nella stanza, il suono di qualcuno che si liberava rumorosamente dell'aria. Non capivo; ero da solo in una stanza, e non riuscivo a credere che l'infermiera notturna potesse commettere una simile infrazione all'etichetta. Poi quel suono riprese, simile al tuono, forte come un terremoto, la pi lunga, la pi sonora, la pi mirabolante scorreggia che io abbia mai udito in vita mia, un suono di una tale magnificenza e di un tale volume da sembrare assolutamente al di l di ogni capacit umana. Con sgomento realizzai che ero io l'autore di questa elefantiaca e sonora flatulenza; misi una mano sulla pancia e sentii che si sgonfiava come un palloncino punto da uno spillo. Avevano scoperto finalmente la medicina giusta, e il risultato era stato cos spettacolare, o auricolare, che mi ritrovai a desiderare che la casa farmaceutica potesse averne un nastro inciso per scopi pubblicitari.
Il resto di quello che a me apparve un tempo interminabilmente lungo in ospedale ebbe il decorso di una normale, anche se alquanto protratta, convalescenza. Dovetti riconoscere che non tutte le suore della clinica erano cos inumane come mi erano sembrate quelle due che mi avevano accudito dopo l'operazione. Alcune erano delle vere sante, efficienti e molto affettuose, dedite al loro lavoro, anche se l'organizzazione generale rimaneva per me un enigma. Uno o due giorni dopo la mia grande esplosione, suonai il campanello per avere la padella. Una ragazza bionda incredibilmente bella con l'uniforme di novizia, che sembrava quasi una bambina, rispose alla chiamata. Sembr leggermente sconcertata dalla mia richiesta, ma port quel che volevo. Distolse gli occhi mentre mi aiutava nell'operazione e sembrava assai imbarazzata. Pi tardi, quando venne a portare via la padella e ademp ai servizi da infermiera, era in uno stato di assoluta confusione. Decisi di informarmi su di lei, e qualche ora dopo, quando arriv con il pranzo - la qualit del cibo, come la qualit dell'edificio e degli arredi, era di altissimo livello - cercai di farla parlare un po'. Aveva appena sedici anni, orfana di una famiglia di pescatori di Connewara, ed era stata allevata da quest'ordine di suore infermiere, perch anche lei diventasse una suora. All'et di dieci anni, aveva cominciato a far parte dell'equipaggio del piccolo peschereccio di suo padre, e sapeva gettare le reti e legare le funi come un ragazzo. Era arrivata dall'Irlanda una settimana prima; era in ospedale da tre giorni. Prima di quella mattina, non aveva mai visto in vita sua un uomo senza i vestiti addosso; nessuna meraviglia che sembrasse imbarazzata. Le chiesi quali fossero le altre sue mansioni.
Come prima cosa, la mattina devo aiutare le suore ad indossare le cuffie. Non possono farlo da sole, perch non  loro concesso di vedere la propria faccia riflessa nello specchio.
Cosa? Mai? Cosa succede se si vedono riflesse nella vetrina di un negozio, per esempio?
Dovrebbero distogliere lo sguardo. Dunque, far loro indossare le cuffie porta via un sacco di tempo; poi vengo in ospedale e sono a disposizione per andare a prendere o trasportare quel che serve, e fare ogni sorta di servizi.
Ma una volta diventata suora, anche lei non si guarder pi allo specchio?
No, mai.  una regola dell'Ordine.
Perder molto, dissi, e lei arross violentemente. Mi veniva da pensare, d'altra parte, ad alcune delle suore dell'ospedale per le quali questa regola era una grande e totalmente gratuita fortuna. Lo dissi.
Non deve dire queste cose, replic col suo melodioso, dolce accento irlandese, non  caritatevole.
Ma lei vuole proprio diventare una suora? chiesi. Non preferisce sposarsi, avere dei figli, e vivere come una donna?
No. La Madre superiora mi ha convinto che devo rinunciare a ogni cosa terrestre, ed  il mio pi vivo desiderio diventare un membro dell'Ordine. Nulla ormai pu farmi cambiare idea. Mi verr dato un nuovo nome, e dimenticher la mia vita precedente all'entrata in convento.
Dimenticare il mare e il vento salato e il sole splendente e l'immenso cielo aperto, pensai; dimenticare la sensazione della sabbia bagnata dal mare e delle alghe sotto i piedi nudi; dimenticare il rollio di una barca nelle onde; le grida dei gabbiani; il raspo della fune logora e gocciolante nel palmo infantile; dimenticare il proprio delizioso viso, a lungo contemplato ed apprezzato in uno specchio incrinato con desideri nascenti e dubbi da adolescente. Mi mont dentro una cieca rabbia per quel che ritenevo lo svuotamento e la mutilazione di una esistenza umana.
Ma lei  ancora una bambina dissi; come pu essere certa che siano proprio queste le cose che vuole? Cosa succede se si innamora di un ragazzo o di un uomo durante i prossimi due o tre mesi?
Io amo Cristo, disse, con tanta semplicit e dolcezza che mi mancarono le parole per risponderle, anche se la mia rabbia non era affatto scomparsa. L'unica suora dell'ospedale di cui conoscessi il nome, e che un tempo doveva essere stata bella come questa ragazza, si chiamava suor Teresa del Cuore Sanguinante. Mi chiesi quale era il cuore che sanguinava: a giudicare dalla sua faccia, doveva essere il suo.
Mi accadde una cosa curiosa, mentre ero ancora in ospedale. Avevo ripreso a lavorare, non appena recuperate l'energia e la capacit di applicazione necessarie per farlo, alla autobiografia della mia infanzia, che fu poi pubblicata nel 1965 col titolo The House of Elrig. Sentii con assoluta certezza che la mia debolezza e la mia dipendenza, il mio corpo privo di peli, l'essere riportato nella maturit ad uno stato infantile, avevano operato in me un miracolo di trasposizione nel tempo, tantoch ero in grado di pensare come un bambino e richiamare in me immagini e atteggiamenti che mi sarebbero stati altrimenti oscuri. Sotto certi aspetti, rientrai realmente nell'infanzia, e lo scrivere di essa non fu uno sforzo di memoria, ma un effettivo rivivere quei primi anni, perch mi veniva ora richiesto di adeguarmi a quel lontano modello autoritario. Il ricrearsi di quello stato fu stranamente completo; ero passato dallo stadio di acuta malattia, corrispondente ai primi anni infantili di totale dipendenza, per entrare nell'impaziente e permalosa convalescenza, che ha il suo esatto parallelo nell'intollerante protesta della pubert e della adolescenza. Cos, e poich lo scrivere segu fedelmente ma non intenzionalmente questi stadi, lunghi episodi e sentimenti ormai dimenticati, dialoghi e prese di posizione intellettuali divennero cose del presente e non pi del passato. Le immagini, penso, venivano a naso, ma erano vere e non inventate. La dedica:
Questo libro  dedicato alla casa e a tutto ci che ho amato. Ma ancor pi a quei bambini come ero io se ancora ne esistono.
Era nella mia mente, retorica; non credevo realmente che ne esistessero, e fui davvero stupito quando cominciarono ad arrivarmi molte lettere di bambini che dicevano che erano esattamente come ero stato io, e che avevo espresso con parole lucide e chiare le loro confusioni e i loro pensieri.  una terribile accusa nei confronti dei genitori o degli adulti comunque responsabili, che i bambini si sentano portati a cercare la confidenza, e implicitamente l'assoluzione, di un estraneo. So che devo questo inestimabile atto di amore ai due cervi che causarono quel banale incidente di macchina e lo schiacciamento del piede sinistro. Forse anche alla maledizione sotto il sorbo di Camusferna; storicamente, le maledizioni sembrano spesso avere una doppia faccia; se non avessi scritto la storia della mia infanzia onestamente come mi fu concesso, non avrei ora una schiera di figli e figlie adottive a rischiarare la mia esistenza.
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11. Prigionia e libert.
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Quando finalmente fui dimesso dall'ospedale, la temperatura del piede sinistro aveva raggiunto la normalit - era anzi leggermente pi alta di quello sano - ma non riuscivo davvero a camminare. Come prima dell'operazione, lo stesso crampo mi afferrava dopo aver percorso la stessa distanza; nessuno era in grado di dirmi quando avrei riacquistato la totale mobilit, ma mi pareva di capire che ci sarebbero volute come massimo alcune settimane. Lasciai l'ospedale doppiamente zoppo, perch oltre al crampo al piede, la ferita non era ancora chiusa; c'era un tubo di drenaggio che ne fuoriusciva, e la mia pancia sembrava contenere una collezione di palle da golf fitte di aculei, che rimbalzavano ad ogni passo malcerto. Mio fratello, a casa per un periodo di vacanza dalla Grecia, venne a prendermi. Ricordo il lungo viaggio in macchina verso la casa della mia famiglia, a Monreith, nel Wigtownshire, perch era la prima volta dopo settimane e settimane che vedevo qualcosa di diverso dalle mura dell'ospedale e dai grigi e monotoni muri di mattoni dei fabbricati su cui affacciava la mia finestra. Ora c'erano verdi distese erbose, terre di brughiera ed alberi con le gemme, e l'aria sapeva di primavera e non di disinfettanti.
In questa sorta di restituzione alla vita libera, questo primo battito di ali dopo una lunga immobilit, si prova un'ebbrezza che ci porta a scambiare per lampi di straordinaria arguzia motti di spirito degni a malapena di un sorriso. Ricordo che attraversando le zone periferiche, lungo schiere di piccole case appoggiate le une accanto alle altre, su ogni antenna televisiva svettante da quei tetti, stava immobile un'unica cornacchia. Lo feci notare a mio fratello, meravigliandomi che essendoci tutt'intorno degli alberi, le cornacchie per natura gregarie, scegliessero di appollaiarsi da sole sulle antenne della televisione. Senza
nemmeno la momentanea pausa che precede in genere un estemporaneo bon mot, replic: Si pu solo supporre che ogni famiglia preghi ardentemente perch una cornacchia maledicente si appollai sulla casa del vicino. Era da molto ormai che non ridevo per un nonnulla, perch il dolore dentato che provai alla pancia fu del tutto inaspettato.
Andavo a Monreith non solo perch era la casa della mia famiglia e mio fratello aveva detto che avrei potuto trascorrere laggi la mia convalescenza, ma perch dovevo essere costantemente sotto controllo medico, e il medico condotto locale, Gavin Brown, era un amico di antica data. Era arrivato al villaggio quando avevo passato da poco i vent'anni, pi grande di me di soli pochi anni. Era uno di quei rari esponenti della professione, che, per preparazione e abilit, avrebbe potuto arrivare ai pi alti livelli; ma prefer la condotta di un remoto paesino, dove poter conoscere a fondo individualmente i suoi pazienti disseminati qua e l, dando loro, forse, altrettanto aiuto con la sua carica affettiva e una profonda comprensione della natura umana quanto con la sua bravura medica. Fu lui che venne ogni mattina a pulire la ferita e a cambiare la medicazione e, quando riuscivo a persuaderlo, restava a raccontare dettagliatamente alcuni aneddoti della sua professione, talvolta orripilanti ma spesso irresistibili.
Quando vide la mia ferita, la prima mattina, disse: Bene, ti trovi un orribile pastrocchio sulla pancia, Gavin. Una cosa  certa - questa non sar mai una cicatrice fine come un capello, e a meno che tu non voglia fare un'operazione di plastica, non avrai mai pi uno stomaco piatto. Questo rigonfiamento non se ne andr pi via e certo non  bello a vedersi. Aveva ragione, come al solito. Quando due anni dopo, si riparl della possibilit di un intervento di plastica, ebbi troppa paura per accettare. La prognosi, bench fosse fatta in Francia, dato che mi trovavo in Svizzera, era troppo identica a quella del grande chirurgo scozzese prima della simpaticectomia lombare, lo stesso tempo in ospedale, lo stesso periodo di convalescenza. Non riuscivo pi a credere che le cose potessero andare lisce, e per via di quell'orribile ferita ancora non riesco a mostrarmi in costume da bagno senza provare uno spiacevole senso di imbarazzo.
Dopo circa dieci giorni, Gavin Brown disse che potevo provare ad andargli incontro ogni mattina gi per il mezzo miglio di viale. Uno di questi giorni disse spero di trovarti in attesa al cancello. Ma non raggiunsi mai quel cancello, anche se mi fermai a lungo a Monreith, fino a quando i bucaneve erano scomparsi e le primule cominciavano a fiorire, e i boschi erano pieni del tubare dei colombi selvatici. Era una casa triste, che rifletteva lo spirito di un'epoca ormai lontana, che non era possibile risuscitare; pi della met delle stanze erano chiuse, il giardino invaso da erbacce, e quell'inverno una grande bufera aveva infuriato nel bosco abbattendo i pochi rododendri e le rarit botaniche che mio nonno aveva piantato lungo i sentieri quasi un secolo prima.
Ci volle assai pi di un anno prima che fossi in grado di percorrere la distanza di quel viale senza continue pause per riposare, pi di due anni dopo che i cervi erano balzati attraverso la strada di Camusferna. E intanto i miei muscoli erano diventati flaccidi per l'inattivit, e nel tentativo di raggiungere una parziale rassegnazione, avevo acquistato l'abito mentale del sedentario, dell'invalido. Di fatto, anche se nel 1965 non mi consideravo pi uno zoppo, ed ero in grado di camminare per dieci miglia con passo disinvolto, non potr mai pi riacquistare l'uso totale del piede, come era prima dell'incidente. Il limite di tempo teorico per un eventuale totale recupero  ormai da lungo tempo scaduto.
Quando finalmente ritornai a Camusferna nella tarda primavera del 1964, ero completamente alla merc degli altri. Non potevo camminare, ed anche l'esser trasportato con la jeep su per il sentiero della collina tutto massi e buche, mi causava tali dolori alla ferita che finivo per restare a casa il pi possibile, e uscire solo con la barca. Fu l'inizio di una lunga serie di strane interazioni tra me e coloro che formavano lo staff di Camusferna. La loro solitudine e il loro desiderio di sollevarmi da ogni genere di compito e di responsabilit, che non fosse lo scrivere, ebbe su di me l'effetto psicologico di aumentare le mie richieste e la mia dipendenza; appena arrivato, mi sentivo un'assoluta nullit all'interno della compagine familiare, e grado a grado finii per diventarlo. Erano loro, i giovani, robusti e sani, i veri padroni; mai la ribellione di un adolescente ebbe un successo cos completo e appagante con un cos piccolo dispendio di fatica. Non potevo prender parte alle attivit altrui; scrivevo per ore e ore, ogni giorno di pi, lavorando simultaneamente a The House of Elrig e a Lords of Atlas, con un sempre crescente senso di frustrazione e, credo, un continuo malumore e una crescente petulanza. Da ragazzo, non ricordo pi quando, mi era stato insegnato che l'autocommiserazione  uno dei sentimenti pi deplorevoli, e non vi  dubbio che la mia scontrosit e irritabilit tendevano a sostituire uno stato d'animo in cui desideravo ardentemente di sprofondare. Mi sentivo come un afide, immobilizzato ma amorevolmente tenuto in vita entro una cella da sollecite formiche che mi accudivano perch provvedessi alla mia giornaliera escrezione di parole scritte. Se i miei pensieri fossero stati allora meno ottenebrati dalla frustrazione, mi sarei reso conto che era una vera follia cercare di perpetuare un'epoca ormai lontana, che si era dimostrata nel suo evolversi uno spiacevole vicolo cieco; e invece di spendere grosse somme per rimettere a posto le due case isolate dei due fari comperati nell'ottobre del 1963, avrei dovuto venderle e comperare una casa con una strada, riducendo cos le conseguenze della mia menomazione. Ma quei fari divennero la mia principale distrazione, sia perch potevo raggiungerli con la barca, sia perch sembravano rappresentare una rinascente speranza nel generale disordine della mia situazione personale.
Le due lontre, Edal e Teko, erano come me ormai prigioniere. Le lontre scozzesi, Mossy e Monday, che avevamo liberato all'inizio del '63, avevano vissuto per mesi sotto il pavimento di casa, e infine avevano deciso per appartamenti meno rumorosi. Si erano stabilite su una delle isole accanto, e le vedevamo sempre pi raramente. Intanto, durante la mia convalescenza a Monreith, era arrivata a Camusferna la lontra pi stravagante di quella lunga serie che da allora in poi transit per la casa.
Era diventata ormai un'abitudine che chiunque in Scozia, e talvolta molto pi lontano perfino in Sud Africa, entrasse in possesso di una lontra non desiderata, si mettesse in contatto con noi. Delle lontre mandate a noi poche ne sopravvissero, spesso perch troppo giovani ed una volta per una malattia portata da un paese lontano.
Questa nuova lontra chiamata Tibby, era la compagna di uno scapolo zoppo che viveva da solo sull'isola di Eigg, e che si muoveva solo con le grucce. Le sue permanenze sempre pi frequenti e lunghe all'ospedale, gli posero il problema del futuro di Tibby e della necessaria ricerca di una casa dove potesse vivere libera come era abituata, e pens immediatamente a Camusferna. Cos Tibby era arrivata, accompagnata dal suo proprietario, durante la mia assenza. Si pensava che avesse circa un anno; era piccola, fiduciosa e domestica, e all'aspetto quasi identica alla Monday che viveva insieme a Mossy sotto il pavimento di casa.
Il proprietario di Tibby rest a Camusferna alcuni giorni e quando se ne and, Tibby venne chiusa in casa per una o due settimane, in modo che potesse abituarsi al suo nuovo ambiente. Poi fu messa nel recinto di Teko, perch Teko non aveva mai dimostrato alcuna animosit verso nessun'altra lontra che condividesse i suoi appartamenti per caso o per preciso volere. Perch, lei potesse avere un rifugio inviolabile da lui, le fu riservata una zona separata con un buco d'entrata cos piccolo da impedire il passaggio al voluminoso corpo di Teko. Questa era la situazione quando arrivai a Camusferna da Monreith.
Questo accomodamento funzion per un breve periodo, poi Tibby scopr improvvisamente, come aveva fatto Monday prima di lei, che i muri di pietra non servono per fare una prigione, n le sbarre di ferro una gabbia. E neppure, decise, intendeva vivere in quell'eremo. Si arrampic fuori con totale disinvoltura, dopodich non punt a sud-ovest verso la lontana isola di Eigg da cui era venuta, ma a nord-est verso il villaggio, in direzione del quale il suo padrone era partito, non visto da
lei, alcune settimane prima. A quel tempo un abitante del luogo, Alan MacDiarmaid, che aveva passato la sua infanzia a Camusferna quando ancora io non vi ero giunto, lavorava per noi, prima di mettersi in proprio come capomastro e imprenditore. Abitava allora al villaggio, veniva in macchina ogni mattina fino a Druimfiaclach, e percorreva a piedi il sentiero fino a casa. La prima mattina dopo la sparizione di Tibby, arriv con lei che gli trotterellava obbediente alle calcagna. L'aveva trovata sulla strada vicino al villaggio, l'aveva presa senza alcuna difficolt e l'aveva messa nel retro del suo furgone bianco. L'aveva lasciata libera a Druimfiaclach, e lei l'aveva seguito gi per il sentiero fino a Camusferna senza far storie. Scoprimmo il posto da cui era scappata e lo rendemmo inespugnabile. Alan pass tutta la giornata a lavorare al recinto, e quando ebbe finito ci sembr che neppure Monday, quell'Houdini delle lontre, sarebbe potuta scappare da l.
Due giorni dopo Alan arriv di nuovo con Tibby che gli saltellava intorno alle calcagna. Di nuovo l'aveva trovata vicino al villaggio, l'aveva presa, messa nel furgone, e portata fino a Druimfiaclach. Non ricordo quante volte si sia ripetuta questa farsa, prima che Tibby decidesse che nessuno l'avrebbe pi presa. Stabil di rimanere al villaggio. Scopr l'unico uomo del villaggio che assomigliava al suo antico padrone, perch anche lui era uno storpio con delle grucce, e tent di andare a vivere con lui. Trasport dell'erba sotto la sua casa e cominci a costruirsi una tana. Sfortunatamente, costui non aveva la passione per le lontre, e accolse quella proposta di convivenza con assai poco entusiasmo. Respinta e senza dubbio sconcertata, Tibby abbandon la zona e pass parecchio tempo prima che avessimo la prova che era ancora viva. Uno o due mesi dopo, una lontra apparentemente domestica comparve su di uno scoglio accanto al molo del traghetto di Kylerhea, a uno o due miglia dal villaggio, e si sedette con aria noncurante a mangiare un pesce a pochi metri da un gruppo di turisti che aspettavano di salire con le macchine sul traghetto; ma questa poteva benissimo essere Monday. Alcuni mesi dopo ricevetti una telefonata da un signore leggermente ubriaco che mi informava che aveva catturato una lontra femmina cresciuta per met, e se io volevo comperarla. Da quanto riuscii a capire, la chiamata veniva da un villaggio circa venti miglia a nord. Gli chiesi come l'aveva catturata. Era andato a raccogliere conchiglie sulla spiaggia e lei gli era venuta incontro ad odorargli le scarpe, e lui le aveva buttato addosso il suo mantello. Gli dissi che questa non poteva essere una lontra selvatica, che era certo una delle mie, e gli suggerii di lasciarla immediatamente libera. Ma, obbiett, le lontre venivano pagate bene, con la sola pelle poteva farci quattro sterline. Gli offersi il doppio se la lasciava libera. Esit, poi disse che voleva pensarci e che mi avrebbe richiamato nel giro di pochi minuti. Mezz'ora dopo mi inform che ogni trattativa era ormai chiusa, perch la lontra era svanita nel nulla. La possibilit di svanire nel nulla era comune a Monday e a Tibby, e non posso quindi essere sicuro quale delle due fosse, ma probabilmente Monday era ormai troppo accorta per andare ad odorare i piedi di uno sconosciuto.
La volta dopo, comunque, non ci furono possibilit di dubbio. Colui che telefonava disse che era stato seguito fino a casa da una lontra. La lontra aveva tentato di entrare, ma lui si era spaventato e l'aveva cacciata. Spinto da un'improvvisa ispirazione chiesi: Mi dica, lei per caso usa delle grucce?.
S rispose con voce stupefatta ma come diavolo le  venuto in mente? Gli raccontai la storia di Tibby, e mi promise di avvertirmi se la rivedeva, ma non ho mai pi saputo nulla di lui, e non avendo preso il suo nome, non potei fare delle ricerche.
Forse, se non fossi stato operato e se mi fosse stato amputato il piede, mi sarei guadagnato la fedelt di Tibby per la vita.
Pass di qui un altro gatto selvatico. Un pomeriggio d'estate, udii provenire da sotto il pavimento dell'ingresso, dove avevano vissuto Mossy e Monday prima di lasciarci, il pianto inequivocabile di un felino in difficolt. Era un sottile, lamentoso grido, pietoso, di un gattino e non di un gatto adulto. Presi una vecchia rete da pescatore, e la distesi per coprire ogni uscita; poi andai in cucina a procurarmi un'esca adatta. Una scatoletta di sardine gi aperta fu l'oggetto pi puzzolente che riuscii a trovare: la piazzai per terra fuori della rete, davanti all'uscita pi ovvia. Feci qualche passo indietro e aspettai, ma non per molto. Dopo un minuto, il gattino si era impigliato nella rete, cos inestricabilmente impigliato che mi ci vollero altri cinque minuti di paziente lavoro per tagliarla con le forbici e farlo uscire. Mi ritrovai allora in mano un piccolo ed assai striminzito gattino selvatico. Doveva pesare etti e non chili, e attraverso la sua morbida pelliccia riuscivo a sentire con la mano ogni osso del suo corpo. Anche in quello stato di estrema debolezza, era una feroce piccola creatura, e soffiava e rugava e graffiava secondo la migliore tradizione della sua razza.
Era gi svezzato, come scoprii quando cominci a mangiare un quarto d'ora dopo la sua cattura, ma era anche chiaramente incapace di procurarsi del cibo. Forse si era ritrovato separato dai suoi genitori e dal resto della cucciolata, non recentemente, a giudicare dalle sue condizioni, ed era arrivato alla casa attratto dall'odore del pesce delle lontre. Non potevo far altro che tenerlo per il tempo necessario; e quando seppi che lo zoo di Edimburgo aveva urgente bisogno di una femmina di gatto selvatico, come la mia risult essere, decisi di tenerla fino a che non fosse in completa salute, e portarla quindi nella tana dei gatti selvatici allo zoo perch fosse quindi presentata al suo compagno in attesa.
E cos feci, ma come molti animali selvatici strappati dall'uomo al loro ambiente naturale, fece una fine violenta e prematura. Era alloggiata in una gabbia temporanea, in attesa di essere presentata al suo futuro compagno, e in quella accanto c'era una mellivora, il pi aggressivo e imprevedibile di tutti i mustelidi. La gatta, che era stata chiamata Ferna, perch veniva da Camusferna, scopr uno spazio appena sufficiente dove infilare una zampa dentro la gabbia della mellivora, e come risultato fu cos violentemente aggredita, che dovette essere soppressa.
Mossy e Monday, ne sono assolutamente certo, diedero alla luce tre cuccioli nell'isola di fronte a Camusferna dove, in anni passati, c'era stata una tana di lontre. Qui alcuni grossi massi erano aggruppati insieme in maniera da formare sotto di loro delle comode camere, inaccessibili agli esseri umani. Sapevamo che la tana era disabitata quando Mossy e Monday erano nostre prigioniere, e poi libere sotto il pavimento di casa; sapevamo pure che era stata di nuovo occupata poco dopo che ci avevano lasciato. Verso la fine dell'estate del 1964, mentre stavo scrivendo in camera mia a Camusferna, udii quel grido straordinariamente penetrante, qualcosa a met tra un fischio e un guaito, che lancia una giovane lontra quando cerca i genitori persi. Il grido veniva dalla cascata; attraversai zoppicando il campo e scrutai senza farmi vedere oltre la riva ricoperta di cespugli che nascondono la cascata alla casa. Dapprima vidi solo Mossy, il maschio; nessun'altra lontra, pensai, aveva un'aria cos stupida, cos ottusa, cos ignara della presenza di un intruso. Stava seduto sul bordo pietroso accanto alla cascata d'acqua bianca, sotto cui cresceva, staccandosi dalla riva scoscesa, un piccolo cespuglio di agrifoglio, e come al solito, non stava facendo nulla di particolare. Poi udii di nuovo quel penetrante richiamo, a due passi da me, dove non giungevo con lo sguardo. Alzai un altro po' la testa, e riuscii a vedere tre minimi cuccioli di lontra, della stessa taglia circa di Mossy e Monday quando erano arrivati da noi. Uno stava su di un sasso in mezzo alla corrente sotto la cascata, e gli altri due sul lungo, levigato ripido scoglio che forma la riva opposta a quella su cui sedeva Mossy. Mentre li osservavo, uno di loro scivol cadendo per met in acqua; sguazz dentro per un momento e subito riusc fuori; poi, guardando in cima alla cascata, chiam di nuovo. Guardai anch'io su appena appena in tempo per intravedere un piccolo muso appuntito come quello di Monday spiare da oltre un masso l dove l'acqua comincia a precipitare gi in cascata. Era facile capire cosa era successo; Monday si era arrampicata in cima alla cascata e i cuccioli non potevano seguirla; e Mossy, come mi era spesso capitato di vederlo, non sapeva che pesci
prendere. Mi ricordai di una vignetta del New Yorker, in cui una famiglia di topi che tenta di abbordare una nave servendosi della fune di ormeggio,  bloccata a met da un disco antitopo. I topi bambini fanno una gran confusione sul cavo dietro ai genitori e la madre, guardandoli al di sopra della spalla, dice loro: Per l'amor del cielo, smettetela di chiacchierare e lasciate "pensare" vostro padre. Mossy probabilmente stava pensando, ma come al solito senza alcun risultato.
Volevo assolutamente fare una fotografia della famiglia; pensavo che Monday non mi avesse visto, ma per sicurezza, perch non decidesse di portare i suoi cuccioli gi per la corrente prima che io ritornassi con la macchina fotografica, presi un pezzo di rete e la stesi di traverso al corso d'acqua, all'altezza del ponte di legno sotto la casa. Poi tornai alla cascata con la macchina fotografica. Mentre attraversavo il campo, realizzai improvvisamente che il richiamo era cessato prima ancora che stendessi la rete, e quando scrutai oltre la riva, non c'era pi traccia di lontre o di cuccioli. Seguii il corso d'acqua fino alla rete, ma non erano passati di l, perch l la sabbia sulle rive del fiume  morbida, e se avessero superato la rete, avrebbero lasciato le loro impronte.
Era una follia pensare di poterla fare in barba a Monday, che in passato aveva dimostrato cos spesso e cos concretamente di essere all'altezza di ogni situazione da me escogitata. Mi aveva certo visto immediatamente, ed era riuscita non so come, subito dopo che me ne ero andato, a convogliare i suoi piccoli e il suo ottuso sposo su per la cascata, entro gli inaccessibili anfratti del corso d'acqua stretto tra rocciose pareti a picco. Monday, che conosceva bene i raggiri degli esseri umani, era libera e libera intendeva restare, lei e i suoi piccoli.
Eppure, due anni e mezzo dopo, nella primavera del 1967, entr zoppicando nella cucina di Camusferna, con una zampa anteriore rotta da una trappola, e rest in casa fino a che guar, quando stava di nuovo per partorire. Si ricord di noi in un momento difficile, il pi grande atto d'amore che un animale selvatico possa tributare a coloro che erano stati un tempo i suoi carcerieri; e che lei d'altronde si sentisse sicura a Camusferna e non in altre case,  dimostrato dal fatto che  sopravvissuta in quei lunghi anni di assenza.
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12. Un'amara primavera.
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L'anno 1965 si apr con una serie di diretti cos ben piazzati che, nonostante fossi pronto a ricevere quel che i pugili chiamano una solenne lezione, fui molto vicino ad essere messo K.O.
Mia madre mor dopo una lunga e terribile malattia. Quando in aprile tornai a Camusferna, ero agitato da profondi, cattivi presagi. Avrei fatto meglio a dar loro retta, e a chiudere allora Camusferna, ma il desiderio di resistere e combattere contro la sfortuna era in me ancora molto forte.
Ci fu un solo avvenimento incoraggiante, e fu breve. Le oche selvatiche tornarono a Camusferna per l'ultima volta. Anno dopo anno, da quando avevamo portato una covata di piccoli paperi implumi dallo stormo sempre pi misero che abitava il grande loch di Monreith, questi e la loro progenie usavano tornare da noi a tarda primavera; dopo aver svernato, miracolosamente indenni da mani umane, in una qualche regione del sud a noi sconosciuta. Le loro origini risalgono assai indietro nella mia vita, ai giorni prima della guerra, quando avevo raccolto a Monreith esemplari di oche selvatiche di tutto il mondo; quando le oche delle nevi dell'America del Nord e le oche indiane del Tibet pascolavano sul dirupo erboso sotto il vecchio castello, e anche nel giardino crescevano rarit botaniche esotiche. C'erano le oche lombardelle minori che io stesso mi ero portato dietro dal Lapland l'ultima estate prima della guerra; rispondevano ai loro nomi con acuti clamori, che mi ricordavano la tundra sterminata e il luccichio dell'acqua del lago immobile sotto il sole di mezzanotte, l'aspro sapore del grasso di renna e l'odore della trota cucinata su un fuoco da campo.
C'era un'oca delle Barren Grounds, mi ricordo, che entrava in casa attraverso le finestre aperte di tipo francese della biblioteca, e si accoccolava davanti al fuoco, e le sue piume d'un delicato color grigio colomba decorate di occhi di pavone palpitavano di gioia; e quando era l'ora del volo notturno l'aria si riempiva delle ali tumultuose e della desolata musica delle oche selvatiche e delle oche delle nevi del loch. Durante la guerra, quando ogni chicco di grano era necessario alla sopravvivenza umana, c'era stata tra le specie pi rare una fortissima mortalit; quasi la met di loro morirono in ventiquattr'ore di aspergillosi causata da una partita di frumento avariato. Nonostante questo disastro, la mia era stata la sola collezione europea a sopravvivere alla guerra, ed era quindi, anche se parzialmente esaurita, unica. Nel frattempo, io mi ero trasferito nella Scozia nord-occidentale; e Peter Scott aveva deciso che Slimbridge era il luogo pi adatto per quello che oggi  noto in tutto il mondo come il Wildfowl Trust. Era riuscito ad acquistare quel posto, ma non era facile popolarlo subito di qualcosa che non fossero le specie di oche selvatiche che svernano in Inghilterra. Venne a Monreith dove sopravvivevano ancora circa una ventina di specie, di cui pi della met erano gli unici esemplari della loro razza presenti nel continente europeo. Sarebbe stato difficile resistere alla sua foga anche se avessi avuto buone ragioni per rifiutare, cosa che non avevo. Cos si trasferirono a Slimbridge tutte, tranne lo stormo di oche selvatiche con le ali intere, che da generazioni ormai discendevano da quegli uccelli a cui avevo tagliato le ali a Wigtown Bay, quando ero un accanito uccellatore di uccelli selvatici.
Cos le oche selvatiche restarono, e continuarono a procreare sulla spiaggia del loch e sull'isola, fino a che il loro numero che pascolava sulla terra lavorata della tenuta attir su di loro sentimenti ostili. Talvolta erano pi di cento, anche se allo stormo si aggiungevano forse veri e propri uccelli selvatici che svernavano sull'estuario dei fiumi Cree e Bladnoch. Il loro destino, comunque, era lo stesso; venivano trattate come animali nocivi, e la loro relativa domesticit rendeva pi facile la loro distruzione. Quando portai a Camusferna la nidiata di piccoli implumi, erano rimaste sul loch di Monreith solo quattro coppie, e oggi non ce ne sono pi.
Col passar del tempo, le oche selvatiche cominciarono a procreare anche a Camusferna, sempre nel piccolo braccio di mare fitto di canne un miglio pi avanti, al di l della strada che arriva da Druimfiaclach. Morag MacKinnon usava nutrirle e seguirne assiduamente la crescita; dava a tutte un nome, anche quando le cinque originarie erano ormai diventate tredici. Questo fu il numero pi alto da loro raggiunto; non solo perch c'erano sempre pi femmine che maschi, come dimostrava un numero di uova non fecondate, ma anche perch non
accadde mai che a primavera lo stormo ritornasse intero dallo sconosciuto ritiro dove svernava, e una volta dovemmo portare una nuova nidiata da Monreith per impedire l'estinzione della nostra famiglia. Qualcuna sar certo caduta vittima dei cacciatori, altre forse restarono con gli stormi che le avevano accolte, e a primavera volavano verso nord per nidificare sulle selvagge montagne di lava dell'Islanda.
Eravamo ormai abituati ad aspettare il loro ritorno a Camusferna alla fine di aprile o ai primi di maggio. Era sempre un evento pieno di pathos; qualcuno di noi, mentre eravamo intenti ai nostri soliti lavori fuori o dentro casa, lanciava improvvisamente un grido: Sento le oche!, e tutti ci ritrovavamo insieme a scrutare il cielo per una conferma. Poi udivamo di nuovo quel suono, il selvaggio, ossessionante richiamo che evoca davanti a s l'immagine di ampi spazi battuti dal vento, monti e lagune salate e cieli sconfinati, l'intima espressione del nord e di terre mai toccate dall'uomo, una voce solitaria dapprima, come uno squillo di tromba su una nota decrescente, a cui se ne aggiungevano altre in un capitombolare di voci d'argento, e il piccolo stormo giungeva finalmente in vista, ancora alto e lontano, ma gi con le ali pronte per la lunga discesa a spirale gi verso il prato verde di Camusferna. Poi disegnavano un cerchio volando basse sul campo, mentre noi udivamo distintamente le grandi ali fendere l'aria ad ogni giro; e finalmente, scendendo, veloci in picchiata con un turbinare di remiganti, frenavano l'impetuoso slancio per atterrare nel campo verde, ed eccole di nuovo davanti alla nostra porta, senza alcuna paura, come se non avessero mai incontrato un cacciatore. Uno di noi andava in cucina e portava loro del pane, e il vecchio maschio che era il loro capo, quello che Morag chiamava George, arruffava le piume e avanzava verso di noi con il collo basso e parallelo alla terra, borbottando clamorosamente prima di afferrare con avidit il pane dalle nostre mani.
Fu cos che tornarono per l'ultima volta nella tarda primavera del 1965. Le sentimmo da molto lontano, esili e chiare all'inizio, poi pi deboli e ovattate per una forte brezza da sud che spingeva davanti a s grandi e informi nuvole bianche, mentre il mare blu inchiostro cominciava a rompersi in piccole, oblique onde erette. Il modesto stormo di cinque pass alto su Camusferna, puntando verso l'entroterra in perfetta formazione a V; frenarono leggermente per rispondere ai nostri richiami, ma si ripresero mantenendo la loro rotta, cosicch nulla tranne quella piccola esitazione in risposta alle nostre voci ci disse che quelle erano le oche selvatiche di Camusferna. Scomparvero alla vista in direzione di Druimfiaclach; poi, cinque minuti dopo, tornarono scendendo diritte su rigide ali spiegate, puntando verso il basso, una dietro l'altra, dalla cima della collina dietro la casa.
C'erano due maschi e tre femmine; la terza oca, che Morag l'anno
precedente aveva battezzato Cinderella, era spaiata, e rest ad una certa distanza dalle altre; era sempre stata piccola e apparentemente stupida. Nulla ci diceva che quella era l'ultima volta che le oche selvatiche tornavano a Camusferna; ma la loro epoca, che aveva fatto parte dell'idillio, era ormai tramontata.
George e la sua compagna si stabilirono, come avevano fatto negli anni precedenti, sul braccio di mare accanto a Druimfiaclach, e da l ci facevano visite irregolari, ma quasi giornaliere. L'altra coppia si spinse verso l'entroterra, e ne deducemmo che avevano nidificato su uno dei tanti laghetti collinari sopra di noi. Non le vedemmo mai pi. Cinderella rest sola sulle spiagge di Camusferna, fino a che un giorno ci imbattemmo nei suoi resti, divorati da una volpe o da un gatto selvatico.
Poi un giorno, andando a Druimfiaclach a prendere le provviste (la casa era ormai vuota e sprangata, i MacKinnon se ne erano andati), vedemmo che George aveva un'ala rotta. Se la trascinava dietro sull'acqua mentre nuotava, tentando continuamente, con la sua muscolatura impedita e con il becco, di rimetterla in posizione. Portammo un piccolo dinghy di vetro-resina sul braccio di mare, e ci avvicinammo a lui quanto era sufficiente per aggiustargli la frattura. Sembrava una semplice frattura dell'ulna causata, pensai, da un colpo contro i fili del telegrafo nella penombra, e sapevo con certezza che si sarebbe cicatrizzata da sola. Ma questo significava che quell'anno George non poteva generare dei piccoli, perch l'atto di accoppiamento avviene nell'acqua e richiede l'uso di entrambe le ali per mantenersi in equilibrio.
Di fatto, la sua femmina non depose neanche le uova, e poche settimane dopo mi fu detto che George era morto, e la sua carcassa galleggiava vicino al limitare delle canne. Salimmo su, mettemmo di nuovo in acqua il dinghy di vetro-resina, e recuperammo il suo corpo. L'ala si era perfettamente rimarginata e lui era certamente in grado di volare, ma aveva nel collo venti pallini del numero cinque: ecco cosa era successo. La concentrazione della rosa mostrava che gli avevano sparato da molto vicino, e poich era stato abituato a non temere gli uomini, la cosa non era affatto sorprendente. La sua compagna indugi intorno al braccio di mare per una settimana; poi anche lei spar, e nessuna oca selvatica torn mai pi a Camusferna. Con la loro assenza qualcosa di mistico, per me, se ne era andato per sempre.
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13. Il faro di Ornsay.
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I due fari che erano il centro di ogni mia attenzione nei momenti di ozio da che ero zoppo, erano diventati di mia propriet per una serie di strane coincidenze. Camusferna stava sulla spiaggia della terraferma del Sound di Sleat; da essa si dipartiva verso nord-ovest una catena, lunga circa un miglio, di piccole isole, alcune erbose e alcune intricate di erica; sulla pi esterna di queste, la pi grande, c' un piccolo faro costruito nel 1909. Accanto ad esso non c' casa; il faro viene azionato da un cilindro a gas; e in passato se ne era occupato un pastore che aveva in affitto il piccolo podere di Camusferna; perch quell'incarico era ben lungi dall'essere un lavoro a tempo pieno. Quando, poco prima del mio arrivo, il pastore se ne era andato, il faro era diventato responsabilit di Druimfiaclach. Nel 1948, quando arrivai l, il responsabile era Calum Murdo MacKinnon, che fungeva anche da cantoniere locale; egli tenne l'incarico fino a che lui e sua moglie Morag lasciarono il distretto nel 1965.
Distante tre miglia, oltre il Sound di Sleat, vi  il faro di Ornsay, sull'isola di Skye; di notte il suo segnale, un doppio bagliore ogni sette secondi, era l'unica luce che si vedeva dalla spiaggia di Camusferna. Era un faro molto pi grande di quello dell'isola di Camusferna, costruito sulla punta di un isolotto verde che affacciava sul mare aperto, con accanto una grande casa che poteva ospitare due guardiani con le rispettive famiglie. Non ero mai sbarcato al faro di Ornsay, anche se conoscevo uno dei guardiani, perch veniva talvolta a trovarci nelle quiete serate di bonaccia, dopo essere stato a pesca di sgombri. Una sera d'estate del 1963, quando la rasserenante luce del tramonto aveva indugiato a lungo sulla cima delle colline, arriv al crepuscolo portando del pesce in regalo, e mentre sedevamo nella cucina-soggiorno disse: Temo che questo sia l'ultimo bicchiere che bevo con voi. Il faro di Ornsay viene completamente automatizzato, e me mi trasferiscono a Ardnamurchan. Mi dispiace partire; mi ero affezionato a quel posto, ma nel nostro lavoro devi andare dove ti mandano. Comunque, sono contento che non sia Hyskeir o qualcun'altro di quegli scogli, dove non c' nemmeno lo spazio per sgranchirsi le gambe se vuoi fare due passi intorno a casa. Mi hanno detto che ad Ardnamurchan non si sta affatto male, ed  certamente un faro importante, essendo la punta pi occidentale di tutta la Scozia. Ma credo che rimpianger Ornsay.
Gli chiesi cosa sarebbe successo della casa.
La Northern Lighthouse Board la metter in vendita, non c' dubbio, ed  fortunato colui che riuscir a comperarla. Uno o due anni fa le hanno rifatto completamente il tetto, e questo  costato loro parecchie migliaia di sterline.  grande, ci stanno due famiglie, anche se ritengo che chi la compera dovrebbe farci dei lavori perch, tanto per esser chiari, ha due porte d'ingresso ma non c' un passaggio tra le due ali della casa. C' anche un grande giardino cintato, ma non ce ne siamo molto occupati in questi ultimi anni, da che sono venute di moda le verdure in scatola.
Questo discorso aveva scatenato in me una ridda di pensieri. Stavo a Camusferna perch mi era stata gentilmente offerta, senza alcun diritto di possesso; i termini del contratto dicevano chiaramente che non ci sarebbe stato alcun compenso per le migliorie apportate, e che allo scadere la casa doveva essere consegnata cos come l'avevo trovata. Avevo portato il telefono e la luce, quest'ultima con una forte spesa, e durante il periodo del mio matrimonio avevo speso parecchi soldi per allargare la casa; stanza da bagno e gabinetto (che prima non esistevano), deep-freezer, ed altri grossi e costosi elettrodomestici. Sapevo che se mi fosse stato chiesto di lasciare Camusferna, trasportare tutte queste cose via terra avrebbe presentato problemi insormontabili; potevano solo essere traslocate via mare, ed anche in questo caso con un notevole numero di viaggi della Polar Star. Sommando tutto ci ne conseguiva che forse era il caso di cercare un'altra casa sulla costa, ma avevo scoperto che non ne esistevano. Ornsay, distante solo dieci minuti con la Polar Star al massimo della sua velocit, sembrava un'ideale polizza di assicurazione contro una futura eventuale mancanza di casa.
Sondaggi anonimi presso la Northern Lighthouse Board misero in luce tre fatti salienti; che l'eventuale compratore doveva incontrare la loro approvazione; che la casa non sarebbe andata necessariamente al maggior offerente; che, se gli altri fattori erano alla pari, la preferenza
sarebbe stata accordata a chi avrebbe comperato la casa del faro di Kyleakin, undici miglia a nord di Camusferna per mare. Kyleakin era un faro importante su di uno stretto canale navigabile, unito da una strada sopraelevata ad una massiccia isola collinosa di pietre e erica nel mezzo del canale, tra Skye e la terraferma a Kyle di Lochalsh. La casa del faro, anch'essa costruita per due famiglie, era situata in alto su quest'isola ricoperta di erica, con una vista fantastica a nord alle Rosse Colline di Skye, e a sud verso il Loch Duich fino alle colline dette le Cinque Sorelle di Kintail.
In quel periodo le mie entrate erano indecentemente alte, cos alte che non dico la cifra solo per paura di non essere creduto. Queste entrate, strettamente legate a quel periodo, non avevano cambiato nel profondo il mio modo di vivere o di pensare, ma mi permisero per quei pochi brevi imprudenti e imprevidenti anni, di non dovermi mai preoccupare della questione denaro.  una esperienza da provare una volta nella vita, anche se la mia mancanza di previdenza port alle disastrose conseguenze che la mia hubris mi meritava. Con questo atteggiamento mentale, avrei comperato quei fari anche se la Northern Lighthouse Board mi avesse chiesto una somma considerevolmente pi alta di quanto non abbia fatto.
Le due case avevano un carattere e un'atmosfera completamente differente. Andai per primo a visitare Ornsay con Jimmy Watt e Alan MacDiarmaid. Partimmo con la Polar Star da Camusferna una mattina di prima estate cos splendente, che anche un sinistro vicolo di Glasgow ne sarebbe stato trasfigurato. All'ormeggio della Polar Star, l'aria immobile era piena del canto degli uccelli marini che nidificavano, delle bianche ali roteanti dei gabbiani che vestivano a festa un cielo azzurro senza nubi; le esili rondini marine, con il loro danzante volo simile ad un balletto, gridavano la loro disapprovazione per quell'intrusione umana, con una serie di turbinanti sortite dallo scoglio dove avevano casa cento metri pi avanti. Un grande maschio di foca atlantica mostr la testa sulla liscia superficie a un tiro di pietra da noi, ci fiss a lungo, poi si immerse con un pesante tonfo. Un edredone con la sua piumosa covata disegn delle increspature che si propagarono nella chiara acqua lucente, e gli ostricai bianchi e neri dagli sfavillanti becchi rossi, cinguettavano dagli scogli ricoperti di alghe a pelo sul mare. Tutto questo faceva parte dell'essenza di Camusferna cos come l'avevo conosciuta negli antichi giorni dell'idillio, prima che si addensassero le nuvole e scoppiasse il temporale, prima dei giorni di tempesta e di offuscata visibilit.
Calcolammo che ci volevano dodici minuti e mezzo per raggiungere il faro di Ornsay, tenendo la Polar Star a velocit di alta crociera, ma non al suo massimo. Calcolammo il tempo con esattezza, perch con i
motori che consumavano quaranta litri di gasolio all'ora, volevamo avere un'idea delle probabili future spese. Buttammo l'ancora alcune centinaia di metri a nord-est del faro e remammo con il barchino verso la spiaggia. Il faro, la casa e il giardino cintato, tutti d'un candido bianco abbagliante, erano situati su un piccolo isolotto roccioso lambito dalla marea, e l'erba d'un verde intenso, brucata dalle pecore dalla faccia nera e dai loro belanti agnellini, si stendeva bassa, a prato, fino alla casa. Approdammo col barchino ad una piccola invasatura di cemento, e ci avviammo su per il breve e ripido pendio erboso; una rondine marina vol via cinguettando dal suo nido con quattro uova ad un metro dal sentiero, e si ferm dondolandosi avanti e indietro su di un sasso.
Vivevo nelle West Highlands e nelle isole ormai da molti anni e mai, tranne forse la prima volta che vidi Camusferna, un panorama mi aveva colpito cos fortemente come la luminosit e la purezza dell'immenso spettacolo che si apriva davanti all'isolotto. Guardando ad est, oltre i Sound di Sleat, si riusciva a distinguere lontano il Loch Hourn, protetto al suo ingresso a nord dal poderoso picco conico del Ben Sgriol che svetta dietro Camusferna, un'erta parete ghiaiosa che precipita da oltre novecento metri fino al mare, riducendo le minuscole case ai suoi piedi a dimensioni da bambola. A sud del Loch Hourn si innalzano le grandi colline di Knoydart, Ladhar Bheinn, Ben Ghuiserein e Sgurr na Coire Choinneachain, alte e misteriose nella foschia del calore estivo; pi oltre, verso sud, le case di Mallaig addossate le une alle altre formavano una bianca macchia confusa sul vasto mare liscio come seta azzurra. Oltre Mallaig, tremolante nell'immobile lontananza azzurra, c'era la punta di Ardnamurchan. Pi a nord del Loch Hourn, il faro di Camusferna appariva minuscolo e insignificante sulla sua isola che sembrava quasi un promontorio, resa nana, come tutto il resto, dalla vastit delle colline che le facevano da sfondo.
Fu come se avessi ritrovato di nuovo Camusferna, quella stessa sensazione di libert e di ebbrezza, quell'identico oblio dei passati errori e delle loro perenni ripercussioni. Qui, pensavo, dove gli scogli e gli edifici di pietra bianca erano le uniche cose solide entro una sconfinata bolla di acqua e di aria azzurra, era possibile vivere di nuovo in pace, contemplare con sguardo sereno, ormai da lungo tempo perduto, le vite degli altri esseri umani e le contese dei paesi lontani; qui era possibile spostare indietro l'orologio e rientrare nell'eden.
Alan si guardava intorno, il mare, le colline, il cielo sconfinato, e disse: Pensare che ho vissuto tutta la mia vita l di fronte sulla terraferma, e ho sempre visto la luce di Ornsay lampeggiare, senza mai sapere che solo al di l del Sound c'era questo paradiso! Guarda, c' un'altra colonia di rondini marine su quello scoglio a cento metri, e non
ci sono i grossi gabbiani a infastidirle. E perfino le foche. Guarda le loro teste che spuntano l intorno alla Polar Star. E se tu volessi avere qui le lontre, guarda quel giardino cintato, pieno di spazio, nemmeno Monday riuscirebbe a scappare. Questo  un vero e proprio paradiso!.
Sembrava davvero un paradiso; ma non sapevo, anche se ero ormai entrato nella maturit, che il paradiso non si pu comperare, perch si disintegra al contatto col denaro, e non  fatto solamente di scenari.  fatto di quel che molti di noi non riusciranno mai a raggiungere in vita, e se l'hai assaporato una volta, non ti  data una seconda primavera, non c' bis dopo che il sipario  calato. Questo  il fulcro della nostra condizione, il non sapere perch, n in quale momento abbiamo sperperato il nostro tesoro nascosto; riusciamo solo a imparare, quando  ormai troppo tardi, che non  possibile ritrovarlo o ricostituirlo. Allora ancora non lo sapevo, e volevo comperarlo con denari sonanti. Ma ad Ornsay non c'era un sorbo, non c'erano guardiani, solo i quattro selvaggi venti del cielo, non c'era riparo. Aveva posato le mani sul tronco del sorbo e con tutta la forza del suo spirito mi aveva maledetto dicendo "Che tu possa soffrire in questo luogo quel che io sto soffrendo." Poi se ne era andata su per il nudo fianco della collina. Quando comperai Ornsay, cos spoglio di ripari, ancora non lo sapevo, e se lo avessi saputo non ci avrei fatto molto caso.
Ricordo la prima volta che approdai ad Ornsay, la prima volta che mi resi conto di quel luogo che conoscevo solo per il faro, circa ventiquattro anni fa. Avevo comperato l'isola di Soay e stavo per fondarvi gli stabilimenti per la caccia al pescecane, che ritenevo avrebbero risolto i problemi della piccola e povera comunit dell'isola. Lo stabilimento, con il molo e il carrello per trainare con un argano a vapore carcasse di dieci tonnellate l'una e issarle su di un pennone da squartamento, i macchinari per l'estrazione dell'olio, per l'inscatolamento della carne e per i bidoni di colla, i locali per la salatura e tutte le altre costose follie, erano ancora piani sulla carta; e in quei giorni, si era alla fine della guerra, era quanto mai difficile, per non dire impossibile, entrare in possesso di qualsiasi tipo di attrezzatura. Sbarcai al villaggio di Ornsay con la mia piccola barca da aragoste di nove metri, il Gannet, quella valorosa piccola barca che, una volta che la Island of Soay Shark Fisheries Ltd divenne realt, si rivel una formidabile barca da fiocina, e uccise circa duecento pescecani pressappoco della sua lunghezza. Ornsay era allora un luogo abbandonato da Dio, qualche casa sparsa qua e l, il castello in rovina fitto di ortiche, il molo bisognoso di riparazioni; davvero poco per dire ad un turista che questo era stato un tempo un paese prosperoso; io stesso non sapevo davvero che era stato
un grande porto gremito di barche, il centro industriale di Skye e dell'adiacente tratto costiero.
Poco dopo che ero sbarcato, il mio occhio sempre alla ricerca di qualcosa da portar via, fu attratto da un grosso argano a mano arrugginito posto in cima al molo. Mi avvicinai per esaminarlo; era intatto, anche se da lungo tempo in disuso, ed una piccola esplorazione con un coltello mostr che la ruggine non era troppo fonda per restaurare l'argano e farne un oggetto funzionante. A Soay avrei avuto bisogno di molti argani, grandi e piccoli, da quei grossi bestioni azionati a vapore, a piccoli giocattoli come questo. Mi guardai intorno in cerca di una traccia di vita umana, e vidi un uomo di mezza et vestito di un cencioso impermeabile, seduto per terra con la schiena appoggiata ad un muro. Stava fumando la pipa e mi occhieggiava con una certa curiosit; visitatori stranieri ad Ornsay dovevano essere una gran rarit, in quei giorni di restrizioni di carburante e di comunicazioni interrotte.
Mi avvicinai a lui e gli chiesi se sapeva a chi appartenesse quell'argano. Mi squadr dall'alto in basso con fare indagatore, senza muovere o estrarre la pipa dalla bocca. Gli costituivo chiaramente un problema: nonostante fossi vestito con una maglia strappata da marinaio e un vecchio e sporco paio di pantaloni di tela, e avessi la barba di parecchi giorni, la mia domanda, cos come gli era stata posta, gli fece chiaramente capire che non ero un pescatore. Ben pochi abitanti delle West Highlands rispondono direttamente a una domanda la prima volta che viene loro rivolta, proprio come un mercante arabo non d mai il prezzo ultimo delle sue mercanzie alla prima richiesta.  importante avvicinarsi al fatto con circonlocuzioni e vie traverse, puntare direttamente al cuore del problema sarebbe sciocco e poco acuto. In questo caso, la mia domanda sull'argano era comunque secondaria rispetto alla sua non ancora formulata domanda sulla mia identit. Mi guard dall'alto al basso, dalla testa arruffata alla punta delle scarpe rattoppate con la gomma e di nuovo su, e quindi disse: Siete un robivecchi?.
Risposi che non ero un robivecchi. Non volevo addentrarmi in spiegazioni, dirgli che ero quello che aveva comperato Soay, e i cui progetti erano stati ampiamente riportati dai giornali, perch se per puro caso era lui il proprietario dell'argano, sapere tutto ci avrebbe fatto salire di molto il prezzo. Dissi che mi trovavo ad aver bisogno di un argano come questo, e se lui sapeva dirmi a chi apparteneva. Dopo una lunga pausa, e con evidente malafede, rispose:  molto tempo che qui non c' pi un robivecchi. C' del ferro vecchio laggi a Camuscross vicino alla spiaggia, ma non saprei davvero dirvi a chi appartiene. Me lo ricordo l da sempre, ma non sar facile da spostare.  mezzo sepolto in quel fango nero, e potete arrivare l con la barca solo durante l'alta marea, quando il ferro  completamente sommerso. Davvero, sar un gran problema.
Lasciai perdere, e me ne andai a visitare le rovine del castello. Inizio del diciassettesimo secolo, pensai, con aggiunte posteriori; un tempo doveva essere stato imponente, con un giardino chiuso da un alto muro che si allungava dietro di esso, e un gabinetto che era una vera rarit, una graziosa, piccola struttura in pietra costruita sugli scogli direttamente sul mare, senza alcun sistema di scarico.
Sfortunatamente, trovai tra le ortiche che crescevano accanto al vecchio cancello d'ingresso, una pila di copertoni di autocarri, altra cosa difficile da trovare a quei tempi, e di cui avevo assoluto bisogno come parabordi del grande peschereccio Dove, che avevo appena comperato. Risoluto, ma non senza una certa apprensione, tornai dall'uomo con la pipa, che mi guardava avvicinare con la coda dell'occhio, senza girare la testa. Mi informai, diffidente ma provocante, dei copertoni. Cav la pipa di bocca e mi guard diritto negli occhi. Finalmente disse:
Siete proprio un robivecchi. Questa volta era un ordine, non una domanda; suonava proprio come un ordine militare.
Lasciai Ornsay a mani vuote. L'argano e i copertoni erano ancora l, esattamente nella stessa posizione, quando comperai la casa del faro, esattamente vent'anni dopo. Ma nel frattempo, l'argano era stato mangiato dalla ruggine, ed io non avevo pi bisogno di copertoni.
Tra il faro di Ornsay e Camusferna, anche senza sapere che avrei mai avuto a che fare con entrambe, feci il mio primo incontro con un pescecane, un avvenimento che visto in retrospettiva sembra aver portato lentamente ma inesorabilmente al possesso di entrambi. Scrissi di questo incidente in Harpoon at a Venture, la storia della mia impresa di caccia al pescecane, quando era ancora viva e chiara nella memoria; oggi quella, e molte altre immagini un tempo nitide, sono come i tronchi di quei grandi alberi su cui gli innamorati incisero in tempi ormai lontani i propri nomi trafitti dalla freccia di Cupido, ma dove intorno ai cuori con le iniziali la corteccia si  spaccata restituendo quelle lettere incise all'anonimato. Ma fu da quel primo incontro che sorse la Shark Fisheries; e fu la Shark Fisheries che mi port a Camusferna, e Camusferna che mi riport ad Ornsay, tanti anni dopo.
C'era con me un uomo di Morag che mi teneva la barca; era chiamato Foxy, dagli amici e dai nemici.
Stavamo tornando da Glenelg; era il tardo pomeriggio, il cielo impallidiva, e le colline si tingevano d'un color prugna carico, con le punte taglienti e dure, come tagliate nel cartone. Eravamo a circa un miglio dal faro di Ornsay, e puntavamo a sud, su di un mare pallido e immobile, quando notai qualcosa che fendeva la superficie a circa trenta metri dalla barca. All'inizio fu solo un'increspatura con un centro scuro. Il centro divenne un piccolo triangolo nero e lucente, con un leggero movimento in avanti, che si lasciava dietro una lieve onda nell'acqua immobile. Il triangolo crebbe mentre lo guardavo fino a diventare un'immensa pinna, alta un metro e lunga altrettanto. Era mostruosa, quella grande vela nera, l'unica cosa visibile in miglia e miglia di acqua pallida. Alcuni secondi dopo apparve, a sei metri circa dalla prima, la punta dentellata di una seconda pinna, che si muoveva ritmicamente da una parte all'altra.
Ci vollero alcuni secondi prima che il mio cervello si rendesse conto che quelle due pinne dovevano appartenere alla stessa creatura. L'impatto di questa presa di coscienza fu terribile e insieme indescrivibile; una confusa eccitazione, in cui paura e una sorta di esultanza raggiungevano le punte pi alte, come se stessi inconsciamente aspettando questo momento da anni.
Potevo solo supporre quel che c'era sotto la superficie. Come gran parte di coloro che non hanno passato la vita sui pescherecci, anch'io non avevo la pi lontana idea a cosa assomigliassero i grandi pescecani, i Cetorhinus maximus. Una volta, anni addietro, li avevo visti dalla strada che fiancheggia il Loch Fyne, tre grandi vele nere che incrociavano dritte una davanti all'altra, gravate della minaccia che rappresentano nei libri d'avventure per ragazzi e per i naufraghi alla deriva nei Caraibi. Non sapevo nulla di loro, nulla della loro mole e delle loro abitudini, per me tutti i pescecani erano solo mangiatori d'uomini. Questo era quanto sapevo mentre guardavo quelle due pinne, e mi chiedevo ansiosamente cosa poteva esserci l sotto.
Le nozioni di Foxy, anche se non enciclopediche, erano meno imprecise delle mie. Conosceva il nome che viene loro dato dai pescatori - pescevela, pescesole - e il nome gaelico, cearbhan; sapeva che distruggono le reti per le aringhe; che il loro fegato contiene grandi quantit di olio pregiato; che sono immensamente forti e possono danneggiare le piccole barche; che un tempo gli abitanti delle isole usavano arpionarli da piccole barche in stretta formazione, per rifornirsi di una riserva invernale di olio da lampade. Riteneva che si nutrissero di banchi di aringhe, perch li si trova generalmente l dove stanno le aringhe.
Mi disse tutte queste cose man mano che ci avvicinavamo ad esso. Strisciai verso la parte anteriore della barca e mi piazzai a prua, sperando di riuscire a vedere chiaramente quel che c'era sotto la superficie.
Il primo Cetorhinus maximus di cui si ha una visione chiara e precisa,  terrificante. Si parla con disinvoltura di un pesce lungo sei, nove, dodici metri, ma fino a che non si guarda gi verso un pescecane adulto e vivo nell'acqua trasparente, ogni immagine  priva di significato, spoglia di qualsiasi emozione. La mole  semplicemente incredibile. Non  possibile pensare che quella cosa che stiamo guardando  un pesce.  pi lungo di un autobus londinese; non ha scaglie; i suoi movimenti sono immani, pesanti, completamente estranei a noi; sembra una creatura di un mondo preistorico, e la sua prima apparizione  altrettanto imprevedibile, e per certi aspetti altrettanto angosciosa, di quella di un dinosauro o di un iguanodonte. A dieci metri riuscii a decifrare un'ombra sotto la superficie; a cinque, mentre Foxy metteva i motori a folle, riuscii a vedere chiaramente l'intera forma nell'acqua trasparente. Il corpo era marrone, chiazzato di irregolari macchie da pitone, una gigantesca botte che andava regolarmente allargandosi verso la testa incredibilmente lontana. La testa era, di tutte, forse la cosa pi inaspettata. Le branchie erano di gran lunga la parte pi ampia, simili ad un collare e incredibilmente dilatate, come quelle di una salamandra, o di un drago di Komodo. La mascella superiore era una sorta di grifo, la cui punta fendeva ora la superficie; teneva la bocca spalancata e un bambino avrebbe potuto camminare diritto in quella caverna biancastra. Nell'allargarci, il nostro sciabordio colp la pinna dorsale, e il pescecane si immerse con un leggero turbinio d'acqua intorno alla coda. Montata a prua del Gannet c'era una piccola mitragliatrice Breda, che mi portavo dietro per sparare alle mine affioranti, e anche nella ridicola speranza di catturare un U-boat, perch ne erano stati avvistati alcuni nelle vicinanze. Un pescatore danese mi aveva detto che da una motolancia, dotata di una piccola mitragliatrice, si poteva danneggiare irreparabilmente il periscopio, e perfino tenere sotto controllo la torretta di comando di un U-boat che navigava in superficie, perch sarebbe stato uno spreco sciupare un siluro per un bersaglio cos insignificante.
Foxy disse: "Provi con la mitragliatrice, Maggiore".
Avevo appena finito di caricare due caricatori extra che la pinna ricomparve, apparentemente immobile, a pochi metri di distanza.
Descrivemmo un ampio cerchio e ci avvicinammo a lei da dietro, la tecnica che usammo pi tardi per arpionare. Attesi fino a che la pinna mi fosse accanto, non pi lontana di un metro; la barca quasi toccava il fianco del pescecane. Sparai trenta colpi con una sola raffica, tutti nell'enorme distesa del fianco, e vidi tanti piccoli segni bianchi comparire sulla superficie marrone. Un grande movimento ondulatorio sembr squassarlo, mentre la sua coda balzava fuori dall'acqua a poppa. Era larga quanto  alto un uomo; si agit lontano dalla barca, poi rimbalz su di noi, mancando la testa di Foxy per pochi centimetri, e si abbatt con un violento tonfo sulla frisata del pozzetto di poppa. Oscill di nuovo indietro e colp il mare, sollevando una fontana d'acqua che ci inzupp fino alle ossa.
Fu di nuovo in superficie in meno di un minuto. Lo centrammo ben sei volte; avevo sparato colpi in quel che era ormai un grande bersaglio bianco nella distesa del suo fianco. All'ultima sventagliata sprofond in un grande ribollire d'acqua, e ci vollero dieci minuti prima che la pinna riaffiorasse nuovamente. Mi parve allora che rotolasse disordinatamente privo di controllo, con la pinna che giaceva piegata a formare un angolo acuto. Pensai che era ferito a morte, o forse gi morto.
Foxy sugger che dovevamo tentare di agganciare saldamente la pinna con il mezzo marinaio del Gannet. Si mise in piedi sulla parte anteriore della barca, ed io cercai di accostarmi quanto pi mi era possibile. Sentii la prua urtare contro il corpo del pescecane; poi Foxy diede un colpo violento con tutta la forza dei suoi cento chili. Vidi il gancio conficcarsi profondamente alla base della pinna oscillante, apparentemente priva di vita. Foxy ebbe appena il tempo di lanciare un trionfante "afferra il...", poi il mezzo marinaio gli fu strappato di mano e quelle braccia da gorilla ondeggiarono freneticamente in aria, nel disperato tentativo di mantenersi in equilibrio, mentre il pescecane e il mezzo marinaio sparivano in un ribollire di acqua bianca.
Dopo il successivo incontro assolutamente improvviso, privo, credo, di conscie aspettative, pensai che quello era il lavoro adatto per Soay, l'occupazione che cercavo, qualcosa di nuovo in cui sprofondare.
Ed era quel che pensavo dei fari di Ornsay e Kyleakin, quando nel 1965 tornai a Camusferna zoppo.
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14. Il faro di Kyleakin.
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Andammo quindi a visitare il faro di Kyleakin in una identica, splendente giornata estiva, tra cumuli di nuvole e un mare immobile; lungo la costa a scogliera, lasciandoci il villaggio di Glenelg a dritta, su fino allo stretto a Kylerhea dove la marea quando si alza corre a nove nodi, oltre l'imboccatura del Loch Duich, fino al Loch Alsh. L'isola di Skye tocca quasi la terraferma solo in due punti, a Kylerhea e a Kyleakin: dei due, Kyleakin  di gran lunga il canale pi stretto. In esso, una catena di isole incolte e ricoperte d'erica si sporge dalla terraferma e l'ultima, la pi alta di esse, sui cui scogli fu costruito il faro, chiude quasi il canale lasciando meno di trecento metri di acqua tra s e l'alto promontorio roccioso di Skye, sulla cui cima sta la casa di Kyleakin, nascosta entro una corona d'alberi.
Risalimmo per il Loch Alsh lasciandoci Kyle a dritta, destreggiandoci tra i traghetti che fanno avanti e indietro, e ci avvicinammo lentamente al lato sud dell'isola, dove ai piedi di un pendio, si apre una baia contornata di ripidi scogli. Qui sulla spiaggia corre un sentiero sgombro di ciottoli, e in fondo ad esso un piccolo riparo per un fuoribordo si staglia pallido contro l'erica. Buttammo l'ancora della Polar Star sul limitare del riflusso della marea, e remammo col barchino verso la spiaggia.
Ogni nuova isola o isolotto dove sbarco per la prima volta, tiene racchiuso in s un mistero, un'ansia di scoperta, un'eco impercettibile di quella meraviglia e di quella trepida attesa con cui i primi navigatori misero piede su lidi ben pi sconosciuti.
Il faro  una struttura imponente, alto pi di venti metri, unito all'isola da un ponte. Da questo, un ripido sentiero porta su alle due case unite, appollaiate sull'alto pendio dell'isola rivolto a sud-est.
Nonostante Ornsay mi avesse profondamente colpito, mi sentii trascinato verso Kyleakin come poche volte mi era accaduto durante la mia vita, e questo nonostante la sua vicinanza allo scenario turistico estivo. Ho cercato da allora di analizzare questo senso di profonda attrazione; pensavo dapprima che fosse dovuto solo al fatto che Camusferna, e l'eco delle passate infelicit e perdite, non mi offuscavano pi la vita. Penso ora che fosse invece un lontano richiamo verso l'infanzia, perch l'alta e arruffata erica, le rose canine e gli affioramenti di nudi massi rocciosi dovevano essere gli stessi che circondavano la casa di Elrig dove ero nato, la casa che ossession la mia infanzia e la mia adolescenza, e divenne per me l'unico rifugio in un mondo spaventevole e ostile. La terra intorno ad Elrig era totalmente selvaggia, e in quel contesto il verde prato rasato di Ornsay non avrebbe potuto trovare una giusta collocazione, ma a Kyleakin sentii che stavo tornando a casa. Avrei vissuto qui, decisi, se avessi mai dovuto lasciare Camusferna.
Subito dopo la guerra, quando venni a vivere a Camusferna, sia Kyleakin su Skye che Kyle di Lochalsh sulla terraferma - da dove arrivava la posta per il nostro distretto con una lancia a motore di nove metri con ogni vento e ogni tempo - erano piccoli villaggi molto tranquilli con un sapore d'altri tempi. Per attraversare c'era solo il traghetto per Skye (perch il traghetto Kylerhea-Glenelg fu ripristinato solo nel 1963, e il servizio Mallaig-Armadale, che trasportava macchine e passeggeri, entr in funzione nel 1965); e c'era gi un piccolo andirivieni di turisti, alcuni negozi ed alberghi. Avevano tutti l'atmosfera riservata dei tempi antichi; a Kyle di Lochalsh, per esempio, i Magazzini del Pioniere, una sorta di Marks and Spencers in miniatura, tipici di quegli anni - erano un piccolo e oscuro spaccio tenuto da due anziane signore, e sapevano di Harris tweed, di sego e di consimili oggetti domestici; possedevano un'indefinibile personalit tutta loro, come l'ufficio postale di Glenelg, che vendeva formaggi insieme ai francobolli. Ai Magazzini della Marina, assai meno forniti di oggi, l'atmosfera aveva un che di nostalgico, che ritrovavo cristallizzata in un mantice acquistato l nel 1952. A Camusferna i mantici erano una vera e propria necessit, ed io non ne avevo. Ne scovai un paio ai Magazzini della Marina che, ricordo ancora, pendevano dal soffitto; erano solidamente costruiti con legno di faggio e cuoio, e decorati con borchie di ottone. Quando chiesi quanto costavano, il proprietario li sganci dal soffitto per cercare la targhetta del prezzo. Un'espressione di leggera sorpresa apparve sul suo viso quando vide cosa c'era scritto sul levigato fianco bianco: quattro scellini. Quattro scellini disse,  una rimanenza di prima della guerra, un cimelio del buon tempo antico. Ci vuole un oggetto del genere per ricordarci come erano fatti.
Se si andava in macchina da Camusferna a Kyle, distante circa quaranta miglia di strade tutte ad un'unica corsia, capitava raramente di incontrare un altro veicolo, anche in estate, e se accadeva, era quasi sempre una macchina locale o un camion che trasportava pecore o legname della Forestry Commission. Mi  impossibile ricordare con precisione quando tutto questo cambi, quando Skye e la costa diventarono un'importante zona di villeggiatura, affollata di automobili e di pullman; ma ora quel tratto di strada, misericordiosamente allargata in alcuni punti, spesso trasporta per miglia e miglia una fitta processione di automobili, e il lungomare di Kyle  stato modificato per accogliere posteggi per i turisti in attesa del loro turno sui traghetti. (Prima che questi fossero costruiti, la coda di macchine posteggiate si allungava per cinquecento metri e pi verso l'interno.) Per far fronte alle nuove richieste, sono sorti a Kyleakin nuovi negozi e nuovi alberghi, e nonostante che il piccolo e tranquillo porto per pescherecci accolga soprattutto barche per la pesca dei gamberi o delle aragoste, l'atmosfera estiva  quella di un paese che ruota soprattutto intorno alla richiesta turistica.
Ma l'isola del faro non era stata toccata da questi cambiamenti, e mi parve un luogo incantato. Comperai entrambi i fari nell'ottobre del 1963. Nell'atto di acquisto di Ornsay, mi stup una clausola che escludeva i diritti minerari della terra acquistata. Sapevo che la roccia era orneblenda scistosa, e conteneva gran quantit di granati e altri cristalli, ma questa non era la ragione della clausola; un metallo assai pi prezioso giaceva sotto quelle rocce. Nel contratto di Kyleakin invece, non si faceva menzione a qualcosa di invisibile.
Per descrivere con minuzia i fantasmi che sembrano inequivocabilmente frequentare il faro di Kyleakin, bisogna prima mostrarli in prospettiva, separarli dalla grande schiera dei loro pi dubbi e discutibili parenti onnipresenti in tutta la zona delle West Highlands e delle isole.
Superstizioni di ogni genere, streghe, il malocchio, presagi, sirene, maghe, spiriti acquatici maligni (soprattutto cavalli acquatici), acque, alberi e pietre magiche, sono il fulcro della vita dell'uomo di Skye. Ci sono giorni propizi in cui cominciare un lavoro (il luned  il giorno pi favorevole), e giorni disastrosi (sabato  il peggiore). Ogni opera deve seguire, se possibile, il corso del sole, e una barca messa in mare deve inizialmente puntare in direzione del sole, qualunque sia la sua destinazione. I pescatori possono assicurarsi un grosso bottino di aringhe camminando tre volte intorno ad un albero sacro rivolti verso il sole. Le messi vengono piantate e raccolte secondo le fasi della luna, la semina a luna nuova e la mietitura a luna calante.  opinione radicata che la luna nuova comunichi il potere di crescita, tantoch la tosatura delle
pecore, e anche il normale taglio di capelli degli uomini pu solo avvenire durante questa fase. Tutto quel che deve asciugare, legno, torba, fieno, grano, viene tagliato solo a luna calante, perch possa esser rivitalizzato dalla forza della luna.
Dagli anziani, e da non pochi giovani, il mondo del soprannaturale  accettato con altrettanta naturalezza di quello naturale. Fino a tempi molto recenti, tutti credevano all'esistenza delle streghe. Una strega pu assumere a suo piacimento l'aspetto di un animale, in genere quello di una lepre o di un gatto, ma talvolta anche di cavalli, vacche e perfino balene, e nonostante possa essere uccisa solo da un proiettile d'argento, una qualsiasi ferita inflittale mentre ha la sua veste di animale lascia i segni corrispondenti nelle sembianze umane. Una lepre viene ferita da uno sparo: il giorno dopo su di una donna anziana vengono scoperte ferite d'arma da fuoco nelle braccia e nelle gambe.
Molte di queste storie del distretto sono quanto mai particolareggiate; ecco alcuni esempi. Un uomo di Kyleakin era disturbato da un gatto che faceva continue scorrerie nella sua cucina. Riusc finalmente a catturarlo, e gli tagli un orecchio; dopo poco, si venne a sapere che una donna del luogo aveva perso un orecchio; e per il resto della vita dovette portare uno scialle sulla testa per nascondere la sua vergogna.
Una famiglia di pescatori era perseguitata dalle attenzioni di una piccola balena, che strappava continuamente le reti e liberava i pesci. Finalmente uno dell'equipaggio si arm di un acuminato forcone da patate a tre punte e lo lanci con violenza sulla balena, quando la schiena di questa si mostr accanto alla barca. La balena si immerse e non riapparve. Il giorno dopo una donna, - si mormorava fosse una strega, - mor tra atroci dolori, invocando maledizioni sul nome del pescatore. L'esame del suo corpo senza vita mostr tre terribili ferite nel fianco, corrispondenti alle punte del forcone. La balena non fu mai pi vista.
Era opinione diffusa che gli spiriti maligni acquatici abitassero molti loch; di notte tendono agguati alle ragazze, le portano gi nelle fredde profondit, e di loro non si sa pi nulla. A Kyleakin, il loch na Beiste (loch dell'Anticristo) si dice accolga una creatura che alcuni descrivono con una testa ricoperta da una criniera, mentre altri, che affermano di averla vista, si rifiutano ostinatamente di darne una descrizione. Due pescatori su di una barca a remi furono quasi rovesciati da un animale sconosciuto che descrissero lungo circa sei metri, largo quanto la coscia di un uomo, e con una grande criniera sul collo. Si dice che durante la seconda guerra mondiale, sia stata trovata impigliata nella rete antisommergibili, fuori dell'isola del faro di Camusferna, la carcassa di una creatura con una folta criniera, apparentemente sconosciuta, ma non  stata esaminata da nessuno scienziato e resta quindi
una diceria. Va comunque tenuto presente che seri scienziati sono ancora alla ricerca del mostro di Loch Ness.
Le sirene di Skye, dette in gaelico Maighdean Mara (fanciulla del mare) o Maighdean na Tuinne (fanciulla delle onde) sembrano essere meno frustranti nei confronti del sesso maschile delle loro consorelle di altre zone; invece di rimanere pesci dalla cinta in gi, assumono, una volta catturate, fattezze del tutto umane. Un uomo di Skye ne prese una con le reti e la port a casa. Lei perse immediatamente la coda e l'uomo, felice di questa generosa metamorfosi, nascose quell'appendice sui travi del granaio, e approfitt pi che pot di quel che l'aveva rimpiazzata. Vissero insieme parecchi anni, e lei gli diede dei bambini. Uno di questi, giocando un giorno nel granaio, si ritrov tra le mani la coda, e and da sua madre chiedendole cosa fosse.  la mia coda esclam con incontenibile gioia la coda che ho perso tanto tempo fa! E senza neppure voltarsi indietro, la afferr e corse verso il mare e non fu mai pi vista.
Un'altra sirena meno amabile fu catturata in circostanze diverse. Un vecchio mastro d'ascia che lavorava sulla spiaggia vicino ad una grotta, scopr che ogni mattina il lavoro fatto il giorno precedente era stato distrutto durante la notte. Decise infine di nascondersi vicino alla barca che stava costruendo, per prendere il colpevole con le mani nel sacco. Spiava in direzione della terra, e invece il guastatore arriv a mezzanotte dal mare, e fu proprio il rumore della sua coda che scivolava sui sassi bagnati della spiaggia ad attirare la sua attenzione. La stette ad osservare mentre cominciava a distruggere la sua opera; poi avanz di soppiatto verso di essa, e dopo una breve lotta riusc a sopraffarla. Le chiese perch lei volesse danneggiarlo quando lui non le aveva fatto alcun male, e la creatura rispose che si era sentita costretta a farlo perch alla fine della giornata non aveva ringraziato Iddio per il lavoro fatto, mettendo in tal modo a repentaglio le vite di tutti coloro che sarebbero andati per mare con quella barca, una volta che fosse finita. Ma se tu permetterai che io conservi la mia coda e mi lascerai libera disse nessuna barca dove pianterai anche un solo chiodo potr mai affondare o essere la causa dell'annegamento di un uomo, e questo te lo giuro. La trasport gi al mare e stette ad osservarla mentre spariva fra le onde. Quando raccont la sua storia, arrivarono da lui barche da ogni dove perch piantasse anche un solo chiodo nello scafo, in modo da ricadere sotto il giuramento di protezione della sirena. Il proprietario di una nuova barca mand a chiamare quel mastro per evitarsi la noia del lungo viaggio, ma questi non poteva lasciare il suo lavoro. La barca non benedetta pat innumerevoli disastri, e molti del suo equipaggio morirono affogati; finch il proprietario decise che pesava su di essa una maledizione, e la tir in secco. Ma non pens a rimuovere lo zipolo, e lentamente lo scafo si riemp di acqua piovana fino alla frisata. Port morte in terra come l'aveva portata in mare, perch due bambini piccoli giocando caddero dentro di essa ed affogarono. Allora fu sfasciata e il legno bruciato perch, sostennero, la sirena aveva maledetto la barca e la sua maledizione era forte quanto la sua benedizione.
Un proprietario terriero del luogo cominci a preoccuparsi del continuo deperire di un suo giovane servitore, che era diventato in breve tempo cos debole da riuscire a malapena ad eseguire i lavori giornalieri. Si rifiutava di dare spiegazioni e di essere visitato da un dottore, fino a che, sull'orlo del collasso, raccont tra i singhiozzi la sua storia al padrone. Era posseduto, disse, da una strega. Ogni notte lei entrava nei suoi appartamenti, fuori della grande casa; gli metteva una fune intorno al collo, mormorava un incantesimo, che lui ormai conosceva a memoria, e lo tramutava in cavallo. Poi, per tutta la notte, lo cavalcava a folle velocit attraverso l'aria; spesso andavano in Norvegia, e talvolta in Spagna. La mattina, quando lo riportava a casa e gli restituiva le sembianze umane, era troppo esausto per lavorare; erano ormai parecchie settimane, disse, che non dormiva. Il signore pens a lungo, poi chiese al servitore se era assolutamente certo di conoscere a memoria le parole dell'incantesimo. Assicuratosi di ci, lo rassicur. Con le sue stesse parole, allora, tu puoi sconfiggerla. Quando lei stasera verr da te, tieni vicina una cavezza, e prima che lei possa fare qualcosa mettigliela intorno al collo e recita quelle parole. Queste, penso, la trasformeranno in una cavalla. La mattina all'alba portala alla fucina del maniscalco e falla ferrare. Poi recita le parole che lei adopera per ridarti le sembianze umane. I ferri o i segni della ferratura le resteranno addosso e noi sapremo chi . Il servo fece tutte queste cose. La mattina seguente, la moglie del signore si lamentava per dei terribili dolori e non voleva alzarsi dal letto. Il marito mand a chiamare un dottore, il quale scopr che aveva inchiodati sui piedi e sulle mani dei nuovi, luccicanti ferri da cavallo; la donna mor per la perdita di sangue prima che questi le potessero essere tolti. La portata psicanalitica di questa storia non necessita certo di spiegazioni.
Molti uomini di Skye oggi ridono di queste storie, ma ritengo che ben pochi neghino recisamente l'esistenza della preveggenza con la quale, colui che ne  dotato,  capace, molto spesso al di l delle sue volont, di prevedere il futuro, non tutto il futuro, ma fatti isolati, in genere di natura calamitosa. Chi possiede una tale facolt viene temuto dagli altri, ma a sua volta egli stesso teme i propri poteri, tantoch  stato escogitato un rito di esorcismo; alla prima visione, il veggente deve raccontare tutto quello che ha visto a un amico intimo, che nel frattempo tiene una Bibbia davanti alla sua faccia e sfoglia rapidamente le pagine. Per quanto uno abbia un atteggiamento aperto riguardo alla preveggenza, l'attendibilit di questo rimedio pu esser messa allo stesso livello della coda della sirena.
Qualunque sia la cosa che viene prevista, si dice che l'immagine  sempre molto dettagliata, mai una visione confusa. Spesso  un funerale, ed  possibile riconoscere le facce di coloro che accompagnano il morto, il luogo e il momento; talvolta  una sorta di flash, ma di eguale intensit e urto. Una donna di Skye, mentre beveva una tazza di t con dei vicini, improvvisamente svenne. Quando si riebbe rifiut dapprima di dare spiegazioni, poi perch insistevano, sussurr che aveva avuto l'improvvisa ed istantanea visione del cadavere di un ragazzo che aveva visto arare in un campo vicino. Il ragazzo mor annegato nel giro di una settimana.
Si potrebbe raccogliere un intero volume di tutte queste storie; variano di poco, e per la maggior parte parlano di visioni profetiche e del loro adempimento.
A parte il dono, o la maledizione, della preveggenza, ogni fenomeno inspiegabile  ritenuto essere un presagio di un evento che sta per accadere; l'opposto, se cos si pu dire, del pi familiare concetto europeo che una casa  posseduta da presenze o avvenimenti appartenuti al passato. I seguenti sono esempi strettamente locali.
Due uomini sedevano chiacchierando in un capannone sul molo di Kyleakin, quando dall'esterno giunse il rumore di uno scontro, qualcosa che andava in frantumi, come se due barche fossero andate a cozzare l'una contro l'altra. Corsero fuori, ma non videro nulla che potesse spiegare il rumore, e d'altronde nessun altro lo aveva sentito. Alcuni giorni dopo un vecchio pescatore, quasi del tutto sordo, di ottant'anni, si trovava con la sua barca all'ancora nello stretto pescando all'amo gli sgombri, e non sent avvicinarsi il vaporetto di MacBrayne da Stornoway a Kyle, il Loch Ness. Quando si gir e vide la prua che troneggiava su di lui, cap che non c'era pi tempo per fare qualcosa, ed era troppo tardi per levare l'ancora; rest fermo ad aspettare senza muoversi. Un attimo prima della collisione gli fu lanciata una fune dal gavone di prua del Loch Ness, e come lui l'afferr, la sua barca venne letteralmente tagliata in due. Nonostante la sua vecchiaia, riusc a restare aggrappato a quella fune di salvataggio per parecchi minuti, prima di essere felicemente issato a bordo, e la sua vita fu salva. Fu considerata una cosa assolutamente naturale che il rumore della collisione fosse stato percepito con alcuni giorni di anticipo da chi aveva orecchi per udire.
Per alcuni anni la gente di Kyleakin si chiese cosa fosse quel lume l nello stretto dalla parte della terraferma, di fronte all'albergo della stazione, fuori dal molo di Kyle di Lochalsh: sembrava la luce dell'albero di una barca, ma in quel punto, fu riferito, dove veniva vista la
luce, non c'era mai una barca. Poi si ebbe la spiegazione; una grossa barca stava innestando la retromarcia dalla banchina del molo, quando un peschereccio diretto a sud and a cozzare contro di essa. Dell'equipaggio della barca pi piccola uno solo era un abile nuotatore. Lott a lungo per mantenere a galla i suoi compagni, nuotando a turno verso ciascuno e legandoli a barili vuoti di paraffina, e finalmente tutti tranne il salvatore raggiunsero la spiaggia. Non si trov traccia di lui fino a che, dopo tre mesi, il suo corpo fu portato in superficie dalle eliche di una grande barca. Ma quella strana luce non fu mai pi rivista, e il mistero fu considerato sciolto.
Le luci hanno un ruolo importante nelle dicerie superstiziose. I vecchi di un tempo ritenevano che la presenza di una luce inspiegabile accanto a una casa stesse a segnalare una morte in quella famiglia, e se non c'erano abitanti nei dintorni, la luce indicava il luogo di sosta di un funerale a venire, durante il lungo viaggio dal letto di morte al cimitero. Coloro che trasportavano la bara e coloro che accompagnavano il funerale dovevano spesso percorrere faticosamente miglia e miglia fino al luogo di sepoltura, e in ogni posto in cui sostavano ristorandosi con cibo e whisky secondo il costume era usanza innalzare un piccolo tumulo di pietre; le luci, sembra, apparivano con estrema esattezza nei luoghi di questi tumuli, molto prima che questi fossero eretti. Recentemente, un uomo di Skye, noto per il suo scetticismo, osserv che non c'era affatto da sorprendersi se nell'accendere un fiammifero vicino a uno di questi tumuli, fosse apparsa ancora oggi una vampata luminosa, perch, data l'enorme quantit di whisky consumata ad ogni sosta, l'aria doveva essere tuttora infiammabile.
Una storia irresistibile sulle luci, dei giorni nostri e assolutamente autentica, racconta di un dottore chiamato di notte per assistere a un parto in un lontano podere dove non c'era elettricit. Il dottore raccolse tutto quello che gli era necessario, compresa una potente torcia elettrica, e fu accolto dall'anziano marito, che lo fece entrare in un'oscura stanza illuminata da un'unica lampada ad olio. Il dottore fece disporre una bacinella e gli strumenti necessari secondo il suo bisogno, poi si gir verso il marito dicendogli: Tieni dritta questa torcia, in modo che
io possa vedere chiaramente quel che sto facendo. Nel tempo dovuto il bambino venne alla luce, e quando fu lavato e fasciato, il dottore disse: Lascia stare il bambino, e tienimi di nuovo la torcia. Dopo alcuni secondi guard su e disse: Sei il padre felice di due gemelli, ce n' un altro per strada. Tieni solo ferma la lampada, tutto qui. Dopo poco, il secondo bambino era l fasciato accanto al suo gemello, e il dottore disse: Bene, bene,  un grande avvenimento, due bei maschietti. Adesso dobbiamo fare un po' d'ordine e sistemare tua moglie. Tienimi ancora ferma la torcia. Il marito lanci ai due gemelli uno sguardo cattivo, e
alz nuovamente la torcia. Passarono alcuni minuti, poi il dottore si raddrizz e disse: Non volevo dirtelo fino a che non ne ero certo: non si tratta di due gemelli, ma di tre. Ce n' un altro che sta per arrivare, tieni dritta quella torcia ora. Improvvisamente la torcia si spense e il braccio del marito cadde lungo il fianco. Il dottore esclam: Che fai? Come pensi possa lavorare senza luce? Tieni ferma quella torcia come prima. Il marito non si mosse, e il dottore ripet con impazienza: Su, fa presto, tieni la torcia in modo che veda qualcosa!. La risposta arriv brusca, decisa, e con una nota profonda di rancore: Non far nulla di tutto ci, dottore! Non vede che  la luce ad attirarli?.
Un uomo di Kyle compr una barca da pesca da lungo tempo in disuso, e inizi i lavori di riparazione e di pittura. Questi presero parecchi mesi, durante i quali la gente cominci a parlare di strani rumori che provenivano dalla barca quando nessuno si trovava nelle vicinanze o a bordo. Dissero che era un presagio, e che una sciagura si sarebbe abbattuta sull'imbarcazione, una volta che fosse stata messa in mare. Anche il proprietario sembrava pensarla cos, perch tir molto in lungo il lavoro, come se fosse restio ad affrontare i fatti. Finalmente la barca fu pronta per essere varata, l'uomo radun un equipaggio e salp verso le zone di pesca. Era una bella mattina assolata con un mare liscio quando, nel passare davanti alle isole di Camusferna, uno dell'equipaggio sal sul ponte e si lanci dritto in mare. Non ci sono ragioni che spieghino perch non sia stato immediatamente tratto in salvo, tranne che non riapparve mai in superficie; scomparve come se non fosse mai esistito. N il suo corpo n i suoi indumenti furono mai ritrovati; i vecchi di Kyle, quando seppero la cosa, scossero la testa e dissero: Lo sapevamo, la barca non avrebbe mai dovuto essere messa in mare dopo l'ammonimento che era stato dato.
Il fantasma dei nostri giorni pi conosciuto nel distretto, a Skye e sulla vicina terraferma, e soprattutto nella zona di Camusferna e Kyleakin,  una macchina fantasma. Per capire come una piccola berlina nera dall'apparenza solida e normale possa essere identificata come un fantasma, bisogna forse fare un accenno alla natura del terreno e alle sue strade. L'intera zona  montagnosa, e le strade, seguendo le linee di minor resistenza, sono a dir poco tortuose, con molte curve cieche formate da un masso o da un affioramento roccioso nel fianco della collina. Sono tutte ad un'unica corsia, tantoch due macchine non possono passare vicine, e circa ogni duecento metri ci sono delle piazzole di passaggio indicate da una tavola bianca su di un palo, dove si pu entrare per permettere il passaggio alla macchina che sopraggiunge in senso opposto. Pu capitare di vedere una macchina in arrivo lontana, diciamo, ottocento metri, ma in genere buona parte della strada in mezzo  nascosta. I guidatori abituati a queste strade si accostano nella pi vicina piazzola non appena vedono avvicinarsi una macchina, in modo da evitare uno scontro frontale alla prima curva cieca. Va anche detto che molto spesso entrambe le macchine si fermano ed aspettano impazientemente, ciascuna nascosta alla vista dell'altra, fino a che entrambe decidono di proseguire, per incontrarsi nel punto in cui l'una o l'altra deve far marcia indietro fino alla piazzola. Nel caso della macchina fantasma, comunque, il guidatore impaziente, dopo aver aspettato per uno o due minuti, riparte con ogni cautela senza trovare davanti a s anima viva: la strada  completamente vuota. L'altra macchina non pu aver girato ed essere tornata indietro per la strada da cui arrivava, perch non c' assolutamente spazio per farlo;  semplicemente sparita. Io stesso conosco persone di assoluta onest e seriet che giurano di aver avuto questa esperienza, e che vanno su tutte le furie se viene avanzato il dubbio che possono essere state vittime di una illusione ottica. Intere famiglie che viaggiano insieme assicurano di aver visto questo fenomeno, e arrivano perfino a discutere tra loro se era una Ford, una Morris, o una Wolseley, la macchina svanita nel nulla.  comunque una piccola berlina nera, alta e pre-1939, e bench non ci sia un preciso accordo su quando fu vista per la prima volta, si dice che sia stato intorno allo scoppio della seconda guerra mondiale. Non sempre  scomparsa di fronte a chi le veniva incontro, talvolta  passata con due persone dentro ed  svanita prima di raggiungere una seconda macchina che seguiva a circa cento metri dalla prima. Una volta, verso le sei d'una chiara mattina estiva, un uomo di Skye vide una macchina che si avvicinava distante circa duecento metri, ma separata da lui da una curva cieca. Si cacci nella pi vicina piazzola e aspett. Quando l'altra macchina super la curva e gli fu davanti, egli lanci un'occhiata all'interno per vedere se conosceva il guidatore. Rest sotto shock per parecchio tempo, perch il guidatore non c'era, e non c'era assolutamente nessuno nella macchina.
Ci volle molto tempo per arrivare a una spiegazione, circa venticinque, trent'anni dopo la prima comparsa del fenomeno. All'inizio degli anni '60, un sacerdote di Skye stava portando in macchina due donne ad un villaggio sulla terraferma, e doveva passare il traghetto Kyleakin-Kyle di Lochalsh. Una parte del meccanismo del traghetto si ruppe, e la macchina fin dritta in mare. Le donne annegarono, e solo il sacerdote sopravvisse. Da allora la macchina fantasma, che era stata molto attiva per vari anni, non fu mai pi vista.
Per tutta la mia vita il mio atteggiamento nei confronti di quel che viene comunemente chiamato il soprannaturale, che pu ben dimostrarsi essere un aspetto poco compreso del naturale, come era ad esempio il fenomeno dell'elettricit fino a poco tempo fa, era stato guardingo e strettamente empirico. Non mi era mai capitato personalmente di sperimentare qualcosa che non potessi spiegare razionalmente ed adattare alla precisa e logica struttura della mia esperienza umana e della mia limitata conoscenza. Avevo accettato il fatto che quel che i miei sensi possono percepire e il mio cervello capire  solo una milionesima, forse perfino una bilionesima parte, del cosmo umano, ma io appartenevo essenzialmente a quella generazione priva di fede che aspetta un segno. Avevo adottato un abito mentale scientifico, che richiedeva evidenze inconfutabili prima di accettare ed assimilare un qualsiasi nuovo concetto, e avendo letto Spencer Brown e la sua teoria della probabilit, avevo incasellato parecchie strane esperienze sotto la momentanea, incerta etichetta della coincidenza.
Questo atteggiamento quanto mai scettico cambi totalmente nel maggio del '64, con l'innegabile arrivo a Camusferna di quello che  in genere conosciuto con il nome di poltergeist, uno spirito soprannaturale.
Rimase nostro ospite, un ospite davvero anticonformista per due giorni, e quando se ne and ci restai male, perch desideravo continuare a studiare quei misteriosi fenomeni che erano effettivamente comprovabili, anche se inesplicabili, dai miei cinque sensi.
Erano cominciati una sera verso le dieci. Eravamo seduti in tre nella cucina-soggiorno di Camusferna. Lungo un muro c' un divano fatto in casa, e sopra questo degli scaffali con dei barattoli e del cibo in scatola, come un qualsiasi negozietto di paese. Ero seduto a un capo di questo divano, vicino alla cucina vera e propria, una piccola stanza la cui porta si trovava alla mia sinistra. Di fronte al camino, a quarantacinque gradi dalla mia destra, c'era un divano a forma di L, anch'esso fatto in casa. Di fronte a me, parallelo a dove stavo seduto, c'era un ospite, Richard Frere, che divenne pi tardi l'amministratore di Camusferna e delle sue piccole ma assai complesse dependances. Richard  un eccellente alpinista, un uomo estremamente pratico, poco portato ai voli di fantasia. Di fronte al camino, e quindi di profilo a noi due, c'era Jimmy Watt, che aveva allora vent'anni.
Tra i vari barattoli sopra la mia testa, scatolette, sott'aceti, barattoli di marmellata, e cos via, udii improvvisamente un suono come di raschiatura, ma ebbi appena il tempo di guardare in alto e vedere un oggetto che volava verso l'esterno sopra la mia testa. Atterr a circa un metro dai miei piedi; un barattolo di marmellata, ridotto in frantumi sul pavimento di cemento. La cosa strana fu che dopo un attimo di silenzio, Richard e io dicemmo, simultaneamente ma senza molta convinzione, poltergeist.
Mi arrampicai per esaminare l'ultimo scaffale in alto, largo trenta centimetri, da dove era partito il missile. Il piano di legno era pieno di polvere, e il barattolo era appoggiato contro il muro di fondo. Dalla sua posizione originale, partiva una chiara traccia larga quanto il barattolo, completamente priva di polvere, per l'intera profondit dello scaffale fino all'orlo di esso. Tra il muro e il barattolo non c'era certo pi di un centimetro: lo spazio non era quindi sufficiente per una spinta di tipo meccanico, eppure, non so come, quel barattolo si era proiettato in avanti ad una distanza di circa due metri.
Le nostre reazioni furono diverse: Richard ed io eravamo molto curiosi, mentre Jimmy era irritato, quasi inquieto. Quella sera non accadde pi nulla. Discutemmo su quel poco che sapevamo del menzionato fenomeno dei poltergeist, e scoprimmo che dalle nostre limitate letture, ognuno di noi aveva avuto la stessa impressione, che queste dimostrazioni erano sempre state apparentemente associate a un essere umano, maschio o femmina, nell'et della pubert. Avevamo un candidato, un giovane delinquente che lavorava da noi ed era sotto la nostra sorveglianza, ma che per una serie di ragioni contingenti, lavorava momentaneamente alla pensione del villaggio a cinque miglia di distanza. Non aveva gradito questa sistemazione, e ci convincemmo che, non potendo negare il fenomeno di cui eravamo stati testimoni, la soluzione poteva trovarsi in una protesta emessa dalla sua personalit.
Verso le dieci circa della mattina seguente, mentre stavo lavorando nel mio studio, Jimmy entr e disse: Ci risiamo col fattaccio, vieni a vedere. Mi fece strada attraverso la cucina e disse: Vedi qualcosa di strano?. Mi guardai intorno con attenzione, ma non vidi nulla di insolito. Lo dissi, e aggiunsi che cose simili a quella che avevamo visto la sera prima potevano avere un interesse solo se non venivano confuse con l'immaginazione. Insomma, mi resi proprio ridicolo. Jimmy disse: Davvero non vedi nulla di insolito?. Risposi di no.
Nulla di strano sui vetri della finestra?
Li guardai; erano stati puliti recentemente, e mi sembrarono tutti uguali. E lo dissi. Jimmy insistette: Prova a passarci sopra le mani. Provai. Ce n'era uno che mancava, mancava completamente, come se non fosse mai stato li. Giaceva fuori, nel recinto di Edal, in frantumi su di un grosso sasso, a pi di un metro e mezzo dal muro di casa. Era come se fosse stato spinto con forza in fuori dall'interno della stanza, lasciando quasi intatto lo stucco che lo tratteneva. Facemmo delle fotografie, e telefonammo a Londra per informazioni sui poltergeist. Stavo tentando, in comune con una cos larga parte del mondo scientifico, di confinare avvenimenti incomprensibili entro una struttura gi nota o probabile.
Ero solo quando accadde l'incidente successivo, ma a meno che non possa fidarmi dei miei sensi, posso dire, per quel che mi riguarda, che avvenne realmente. Ero nella piccola cucina in attesa che il bricco bollisse, quando percepii uno strano fruscio nel soggiorno alle mie spalle. Mi voltai per guardare, e vidi una pila di longplaying aprirsi a ventaglio come un mazzo di carte sul pavimento, dove stavano uno sull'altro sotto un tavolino su cui c'era il giradischi. Scivolarono in fuori con un movimento preciso, e andarono ad adagiarsi ricoprendo pi di un metro di pavimento, ciascuno ordinatamente appoggiato sull'altro. Li rimisi cos come stavano, e tentai di ottenere lo stesso effetto con una spinta meccanica. Non fu possibile; come nel caso del barattolo di marmellata, non c'era spazio tra i dischi e il muro per una mano o per qualsiasi artifcio umano che li spingesse fuori.
Jimmy era fuori, e quando torn un po' pi tardi, gli raccontai cosa era successo; intanto avevo rimesso a bollire il bricco per fare il caff. Entrammo insieme in cucina, e mentre eravamo intenti a questa operazione, qualcosa si lanci fuori da un alto scaffale di fronte a noi, mi colp di striscio in viso, e cadde quindi sul pavimento. Era un poppatoio di plastica relegato, come altre cose che non usavamo spesso (questo veniva talvolta usato a primavera per gli agnelli rimasti orfani), sul ripiano pi alto sopra i fornelli. Aveva superato i fornelli di circa settanta centimetri e, come il barattolo di marmellata, aveva lasciato la traccia del suo passaggio completamente priva di polvere. Questa volta ebbi la precisa sensazione che questo oggetto fosse stato lanciato contro di me; chi lanciava gli oggetti tutt'intorno non agiva pi, mi sembrava, a casaccio.
Quel che avvenne il giorno dopo, sta a dimostrare come l'immaginazione, una volta accordatasi sul tasto dell'ignoto, pu prendere la mano e offuscare completamente i contorni della vera esperienza empirica. Alle undici circa di mattina Jimmy, l'unico altro occupante della casa, disse che erano ormai parecchi giorni che i cani non si muovevano, e chiese se avevo qualcosa in contrario che li portasse a fare una lunga passeggiata gi per la costa, il che avrebbe significato una sua assenza di circa tre ore. Dissi che andava benissimo.
Jimmy se ne era andato con i cani da circa venti minuti ed io ero nel gabinetto che affaccia sull'ingresso della nuova ala della casa, quando udii dei passi all'esterno; la porta accanto fu aperta, poi chiusa, e qualcuno respirava, ansimando, a meno di un metro da me. Sei tu Jimmy? chiesi, c' qualcosa che non va? Non ci fu risposta, solo il respiro. Ripetei la stessa domanda parecchie volte: nessuno rispose. Finalmente chiesi: Chi sei?. Ci fu un profondo silenzio per circa trenta secondi; poi una voce che non sembrava umana emise un lungo, desolato lamento. Sarebbe ridicolo affermare che non ero spaventato; avevo i capelli dritti in testa e stavo producendo adrenalina in grande quantit. Poi riflettei un attimo: non potevo davvero passare le prossime ore chiuso al gabinetto, con una presenza strana e sconosciuta che aspettava dietro la porta. Mi ripresi e misi la mano sulla maniglia, intenzionato a vedere se questa creatura, che ero ormai convinto fosse l'autore degli inesplicabili eventi delle ultime ventiquattr'ore, fosse piccola e pelosa, una sorta di preuomo, o scarna e glauca, con gli occhi bianchi e assottigliati arti da gibbone, o semplicemente amorfa.
Spalancai la porta con violenza e mi ritrovai davanti la figura familiare del nostro giovane delinquente, che guardava me con la stessa stupefazione con cui io guardavo lui.
Che diavolo succede? esclam, sembra che tu abbia visto un fantasma!
Cercai di riprendere il controllo di me stesso. Mi dispiace dissi ma  proprio quanto pensavo di trovarmi davanti.
Ohi, che succede? Stavo solo cercando di camuffare la voce per non farmi riconoscere e farci quattro risate insieme. Mi hanno detto che potevo tornare qui perch non c'era pi lavoro per me oggi. Che significa tutta questa paura?
Avevo deciso di non dirgli nulla di quanto era accaduto, soprattutto perch ritenevamo che fosse lui l'origine inconscia di tutte queste stranezze, ma ora sembrava inevitabile. Vieni in cucina, e ti spiegher. La porta della cucina dava sulla stanza in cui ci trovavamo, una sorta di ingresso-corridoio quadrato a cui erano appese file di mantelli e impermeabili di tela cerata; sul pavimento, al di sotto, c'erano i letti dei cani, e intere schiere di stivali di gomma. Nell'angolo opposto della stanza, di fronte alla porta del gabinetto, c'era una grande cesta vuota da bucato su di una bassa panca.
Quando entrammo in cucina non mi chiusi la porta alle spalle. Sedemmo, e mi ero appena addentrato in caute spiegazioni quando dall'ingresso dietro di noi giunse uno strepito assordante. A quel punto, senza dubbio il ragazzo mi credette, anche se era apparso alquanto scettico alle mie prime frasi; sapevamo entrambi che non c'erano cani in casa, nulla di animato che poteva aver causato quel rumore, e il poveretto aveva gli occhi fuori dalla testa.
Rientrai nella stanza dei mantelli alquanto guardingo. Non fu difficile capire cosa aveva prodotto quel fracasso; la cesta da bucato era stata scaraventata via dalla panca e lanciata oltre la met della stanza. Era capovolta con il coperchio spalancato, a pochi passi dalla porta del gabinetto. Era stata lanciata con notevole forza, perch aveva sorvolato parecchie paia di stivali di gomma alti fino alla coscia.
Sfortunatamente, questa fu l'ultima manifestazione del poltergeist di Camusferna. Aspettai speranzoso un piccolo segno della sua perdurante presenza, perch ero profondamente affascinato dalle evidenti manifestazioni di un mondo sconosciuto; ma dopo il gran finale della
cesta da bucato, passarono parecchi anni prima che accadesse nuovamente qualcosa difficile da spiegare con termini normali. La breve visita aveva comunque aperto un varco a forza entro la barricata costruita lungo tutta una vita, fatta, se non proprio di incredulit, certo di un moderato scetticismo; e dopo questa fugace apparizione dell'ignoto non riuscii, due anni dopo, a considerare la maledizione sotto il sorbo con quel disprezzo che probabilmente le avrei accordato prima. Fu come se una mente indagatrice del diciottesimo secolo avesse improvvisamente udito un'invisibile emittente radio trasmettere per un momento attraverso il suo etere silenzioso, e avesse quindi concentrato tutta la sua attenzione sull'esistenza di un mondo per lui completamente incomprensibile; avesse improvvisamente saputo, come sappiamo ora, alcuni degli sbalorditivi fatti di animali che tornano a casa, ai quali ancora oggi non sappiamo dare una spiegazione; quelle tartarughe che viaggiano con assoluta precisione di rotta per millequattrocento miglia in un oceano vuoto e privo di segni distintivi, per depositare le uova sulle spiagge della minuscola isola dell'Ascensione, un'isola anche oggi difficile da trovare nonostante tutti gli strumenti di orientamento inventati dall'uomo; o quel topo che non si  mai spinto pi in l di cinquanta metri dal luogo dove  nato, ma vi ritorna senza perdersi o deviare di strada, anche se depositato a un miglio di distanza; o quella berta minore, che tolta dal suo nido sull'isola di Skokholm di fronte alla costa del Galles e portata con un aereo a Boston, USA,  di nuovo nel suo nido esattamente tredici giorni dopo; o gli albatros che sull'isola di Midway, circa milletrecento miglia ad ovest di Honolulu, causano grossi rischi agli aerei, se catturati e trasportati in volo ad una distanza di oltre quattromila miglia, assai fuori dalla portata della loro esperienza, tornano indietro immediatamente. Tutti questi fenomeni sarebbero stati del tutto inspiegabili a quella mente indagatrice del diciottesimo secolo, come lo sono oggi alla scienza moderna; ricordiamoci che ancora oggi dominiamo solo la frangia pi esterna della conoscenza; e dovremmo guardare con mentalit molto aperta a quel che Robert Ardrey ha chiamato quell'ombrosa signora dal fare rigoroso, la percezione extrasensoriale, e a tutti i fenomeni ad essa legati.
Accadde poco dopo che ero entrato in possesso della casa del faro: una persona che abitava a Kyleakin, ma non nata li, mi disse con un leggero imbarazzo nella voce: Suppongo che lei sappia che l'isola del faro  frequentata dagli spiriti. Risposi che non lo sapevo, ed essa replic: Mi  stato detto in gran confidenza: lei ha ormai comperato quel posto, e non credo sia male avvertirla. Comunque, sembra che non ci siano dubbi in proposito. Farebbe meglio a parlare con qualche precedente guardiano del faro; credo che chiunque di loro possa confermarglielo. Sembra che non ci sia da aver paura, vivono semplicemente li.
Cercai il guardiano pi disponibile: ci volle un bel po' per farlo parlare, come avrei fatto anch'io nelle stesse circostanze, ma alla fine mi diede una tale abbondanza di particolari che, venendo da una mente cos chiaramente quadrata, mi lasciarono con la convinzione che sull'isola doveva esserci qualcosa di non spiegabile in termini normali. Raccont non solo le sue esperienze, ma quelle dei suoi precedenti colleghi e predecessori; ai fini del romanzo dar loro nomi fittizi, anche se so con sicurezza che sono disposti ad avvicinare chiunque desideri interrogarli seriamente.
Si sono avuti dei fatti che possono essere riportati a esperienze individuali, ma il modello abituale, comune a tutti coloro che hanno occupato la casa,  sempre rimasto invariato. In un punto qualsiasi, sempre fuori dai muri, mai all'interno di essi, giunge un mormorio di voci su di un registro basso, come se fossero intenzionalmente tenute basse, che talvolta si alzano di tono per poi ricadere, quasi discutessero. Il mormorio pu essere preceduto o seguito da forti fragori metallici; questi sono stati variamente descritti come il rumore prodotto da un attizzatoio di ferro che scandaglia a fondo una stufa o, forse pi fantasiosamente, come l'urto di due spade o di due sciabole. Con una sola eccezione, che avvenne dopo il mio acquisto, questi suoni erano stravaganti ma mai spaventevoli.
Una certa signora Findlay, moglie di un precedente guardiano del faro, ricorda una visita di ispezione della nave della Northern Light-house Broad. Solo l'ispettore scese a terra, e si intrattenne a lungo in conversazione nel soggiorno con suo marito: lei a un certo punto and a letto. Pensava di aver dormito a lungo, quando si svegli e non trov suo marito accanto a lei nel letto: sent invece un borbottare di varie voci in sordina proveniente dalla stanza accanto o da un punto qualsiasi vicino ad essa. Pens che altri agenti della nave di ispezione fossero scesi a terra e, rimproverandosi di non essere una buona padrona di casa, si rivest e and nella stanza accanto. Non c'era nessuno; suo marito e l'ispettore erano andati alla torre del faro per controllare un probabile difetto nel sistema di rotazione.
Un guardiano che chiameremo MacLellan si ferm sull'isola per sette anni, e durante questo periodo si abitu talmente alle voci e ai fragori metallici che alla fine non li udiva pi. Conosceva bene il gaelico, ed era certo che il linguaggio usato non aveva nulla a che fare con esso. Sottoline che accadeva sempre nelle primissime ore del mattino. Mi disse anche che un guardiano che gli dava il cambio, e che pass l diciotto mesi, aveva seguito il consiglio del suo predecessore con totale successo. Quando ud le voci la prima volta, chiese ad alta voce: Chi  l?. Queste cessarono e mai pi si presentarono.
Questo era quanto si udiva degli spiriti, ma sembra che ci sia stata anche un'apparizione. Alle prime luci di una mattina di settembre, la moglie di un guardiano and a prendere l'acqua alla cisterna posta sul lato ovest della casa. In piedi accanto a questa, illuminato dal sole che si levava, c'era un uomo vestito con l'antico costume delle Highlands, appoggiato ad una spada, con lo sguardo rivolto a nord verso Broadford e le Rosse Colline di Skye. Lei non si spavent, e attese come se sapesse che cos doveva fare, che l'uomo si girasse verso di lei; ma egli rest immobile e silenzioso, con la testa sempre rivolta a nord. La donna rest l tenendo in mano il secchio, fino a che lui impallid dissolvendosi nella luce crescente. Questa storia forse non sarebbe meritevole di essere raccontata se non si fosse, per certi aspetti, ripetuta durante il mio breve possesso dell'isola.
Questa figura in kilt non  l'unica percezione visiva impossibile a spiegarsi. Luci danzanti appaiono intorno alla torre del faro e sopra il punto pi alto dell'isola, dove la cisterna dell'acqua fornisce per caduta l'acqua alla casa. Una grossa barca vivacemente illuminata, si muove svelta nel canale da nord, gira verso terra in direzione del faro come se stesse per frantumarsi sugli scogli, poi improvvisamente sparisce. Ci sono delle discordanze su dove esattamente sparisca; talvolta quando l'urto si  gi fatto sentire, talvolta prima di toccare terra. E cos, la luce dell'albero di una grossa barca appare al riparo dell'isola l dove non ci sono barche. Un cane abbaia, e tutti al villaggio lo sentono, ma non ci sono cani sull'isola.
Oserei dire che avrei prestato assai poca attenzione a queste storie se non ne avessi avuto pi prove contemporaneamente. Subito dopo aver comperato le case del faro, era mia intenzione mantenerle in buono stato fino a che avessi dovuto io stesso occuparne una o l'altra. Questo progetto di minima and col tempo modificandosi: cominciai col pensare che potevo arredarle del minimo necessario per ricavarne una piccola rendita estiva, fino a decidere di trasformarle in case confortevoli, anzi di lusso, per sfruttare il boom turistico delle West Highlands. L'immediata prospettiva di lasciare Camusferna sembrava alquanto improbabile; le due case potevano essere una buona fonte di entrate senza che io stessi seduto davanti ad una scrivania a scrivere per otto ore consecutive al giorno. Come al mio solito, mi buttai con entusiasmo in questo progetto. Avevo da poco conosciuto Richard Frere, alias Marchese de la Union, Visconte de la Alianza, titoli spagnoli che erano stati conferiti ai suoi antenati e che lui disdegnava. Viveva di rendita vicino ad Inverness; era un paradosso, e io sono sempre stato
attratto dai paradossi. Non aveva alcun bisogno di lavorare, ma era felice solo se lavorava. Era un eccellente alpinista, praticava egregiamente ogni tipo di sport, ma aveva anche un'acuta intelligenza ed apprezzava profondamente la letteratura. Aveva imparato da solo il mestiere del muratore, del falegname, del meccanico, e molti altri ancora. Il lavoro, fisico o mentale, era il suo cibo. Si offr di occuparsi della ristrutturazione delle mie case, e sua moglie, un'arredatrice di gran talento, di arredare Ornsay; ed io mi imbarcai in un programma che avrebbe davvero meritato migliori risultati finanziari per tutti e tre.
Questa combinazione fu assai pi economica di quella che avrei potuto ottenere da un qualsiasi altro imprenditore; per entrambi loro questo era un hobby, e di ci io beneficiai enormemente. Il quindici maggio del 1964, Richard e sua moglie Joan cominciarono i lavori ad Ornsay e finirono all'inizio di agosto. Era ormai diventata una casa di lusso, anche se continuammo ad apportare miglioramenti fino all'aprile del '66.
Nell'ottobre del 1964, Richard cominci i lavori a Kyleakin, secondo i miei alquanto ambiziosi disegni, dapprima con un assistente, e poi da solo per alcune settimane. Il primo assistente fu Terry Nutkins, che era temporaneamente tornato al nostro servizio, e che teneva una coppia di gatti selvatici nella casetta adiacente, chiamata in seguito la Casa del Gatto. Terry part a gennaio per alcune settimane e Richard rest solo a Kyleakin. Consideravo Richard un banco di prova riguardo all'esistenza di alcuni inspiegabili fenomeni di Kyleakin, ed ero stato bene attento a non dirgli nulla delle storie che avevo udito. Se un uomo cos equilibrato e con una mente cos quadrata avesse trovato qualcosa di insolito senza essere stato precedentemente condizionato, non avrei avuto pi alcun dubbio. Richard scrive:
Il convincimento che c'era qualcosa al di l dei limiti dell'accettabile crebbe in me lentamente. Finch ci fu Terry, io non sentii nulla. Quando arriv X, il nostro giovane delinquente, ebbe paura fin dal primo momento e non voleva restare a casa da solo col buio. Mi seguiva anche quando andavo gi ad assicurarmi che la barca fosse ben ormeggiata per la notte: spesso era in pigiama, ma insisteva per venirmi dietro. Il che era assolutamente da sciocchi, perch non ci fu mai nulla in casa di cui aver paura; la casa era un porto sicuro.
Ti ricorderai la notte in cui Terry ed io portammo te e Jimmy col dinghy a Kyleakin, e poi proseguimmo per Kyle per un drink. Stemmo via quanto avevamo detto, e quando tornammo a Kyleakin col buio, non c'era alcuna luce accesa in casa, e di X non c'era alcuna traccia. Lo trovammo sepolto sotto una pila di lenzuola con una grossa chiave nella destra; aveva udito molte voci, ed era molto, molto impaurito.
Dopo la partenza di X nel gennaio del '65, tornai l per passare la notte e quelle successive da solo. Avevo con me il mio cane Hedda, una femmina dalmata, che non dimostr mai alcuna inquietudine per l'atmosfera o le voci. Le prime tre o quattro notti dormii profondamente. I primi giorni il tempo era calmo e gelido; la quarta notte, tirava un vento da sud-ovest, che mi tenne sveglio fin dopo mezzanotte, e finalmente caddi in un sonno agitato. Fui svegliato verso le tre da un acuto fragore metallico. Udii le prime voci qualche minuto dopo. Il vento era scemato e stava piovendo. Le voci, uno strano sconnesso mormorio, si alzavano e si abbassavano, e sembravano procedere avanti e indietro lungo il lato nord della casa, da ovest a est. L'atmosfera dentro casa era cos serena che l'unica mia paura era che io potessi impaurirmi. Nulla mi avrebbe convinto a uscire di casa, ma ero stranamente preparato a stare li steso ad ascoltare. And avanti per circa dieci minuti, e il fragore si ripet due o tre volte. Le voci suggerivano la presenza di molta gente accanto alla casa, ma non udii nulla dei loro movimenti. Credilo o no, mi riaddormentai prima che tutto fosse completamente tranquillo, anche se come ho detto, la parte chiaramente percepibile dur circa dieci minuti. La cosa si ripet spesso, ma mai durante un temporale; oppure, se accadeva, era impossibile udirla a causa di esso. L'impressione che mi dava (se si pu accettare la presenza di un'eco del passato rimasta imprigionata) era quella di una pattuglia militare sbarcata furtivamente sull'isola per disporre i preparativi di qualche battaglia o schermaglia. A marzo tutto fin.
Molti abitanti della casa del faro hanno udito le voci, e tutti i racconti sembrano concordare che sono su di un registro basso e prive di alcun significato, ma io ho sentito toni acuti ed espressioni che avevano certo un significato se avessi conosciuto la lingua.
Il ventun giugno del '65 il lavoro era quasi finito, ed io avevo portato a Kyleakin mia moglie e due nostri amici, Gordon Mackintosh e Ian Cameron, oggi istruttore della Outward Bound ad Applecross. Mackintosh, che  un lucido uomo d'affari di successo, cos descrive quel che gli accadde:
"Verso le nove di una serena, dolce serata estiva, ero appena tornato all'isola con un fuoribordo dal villaggio di Kyleakin, e Richard mi venne incontro sul molo del faro. Mi disse che c'erano ancora un'infinit di lavori da fare, il primo e pi importante era spostare un bidone di gasolio da centottanta litri dal molo fino in cima all'isola, vicino al gruppo elettrogeno, accanto al vecchio giardino cintato. C'era con lui Noddy Drysdale, che fungeva da suo assistente sull'isola, e poich erano entrambi molto forti, mi accontentai di dar loro dei suggerimenti pi che un aiuto vero e proprio. Grondavano sudore mentre spingevano il bidone su per la collina, ed io andavo loro dietro. Quando finalmente misero il barile nella stanzetta del gruppo, mi accorsi che dato lo spazio ristretto, riuscivo solo a dar loro fastidio, cos mi offersi di raccogliere legna per il camino. Joan, la moglie di Richard, e la loro figlia di sei anni erano gi entrate in casa.
"Avevo raccolto una grande bracciata di legna e stavo tornando gi verso casa, quando vidi un uomo voltare l'angolo e dirigersi su per il sentiero incontro a me. Sapevo esattamente chi c'era sull'isola, pensai quindi che fosse Ian Cameron, l'amico con cui ero arrivato, ma notai che invece del kilt che aveva indossato fino allora, portava dei pantaloni. La cosa non mi sembr particolarmente strana, perch il suo kilt era nuovo e stavamo tutti facendo lavori faticosi; pensai che non volesse sporcarlo. Ma, man mano che quest'uomo si avvicinava, mi accorgevo che assomigliava sempre meno a Ian, e quando mi fu quasi davanti vidi che era qualcuno che non avevo mai visto prima. Era un uomo giovane, vestito come si usa in quella zona, una maglia da pescatore col collo alto e dei pantaloni scuri. Mi chiesi cosa avrei detto a quello sconosciuto quando ci saremmo incontrati, ma improvvisamente scomparve come se non fosse mai stato l. Un attimo prima era solo a pochi passi da me e l'attimo dopo si era volatilizzato.
"Non poteva essersi nascosto da nessuna parte, anche se cominciai a guardare in giro alla ricerca di un eventuale nascondiglio. Stavo ancora guardandomi intorno, quando arriv Richard gi per il sentiero della casetta del generatore. Chiesi a lui chi altro poteva esserci sull'isola, e come una persona apparentemente corposa potesse scomparire improvvisamente. Non sembr particolarmente sorpreso, ed io non ero affatto impaurito, ero solo stupefatto. Col passare delle ore cominci ad assalirmi un senso di panico, una sorta di reazione ritardata, e se non avessi diviso la stanza con Ian, credo che non sarei andato affatto a dormire".
C' una frase precisa nella lettera di Richard che si allaccia ai miei interrogatori a un precedente guardiano del faro. A marzo tutto fin. Nessuno si ricorda di aver sentito le voci durante i mesi primaverili ed estivi; a quanto sembrava, era una presenza stagionale, limitata all'autunno e all'inverno, mentre i fenomeni visivi potevano avvenire in ogni momento dell'anno. Morag MacKinnon, mia vicina di Druimfiaclach, abit in quella casa per alcune settimane all'inizio del 1966, insieme a un ragazzo che stava preparando l'isola adiacente per un altro progetto di cui parler pi avanti. Scrisse: Personalmente ho udito le voci solo una volta. Una domenica mattina alle otto e quindici circa, mentre stavo ancora a letto, udii qualcosa che sembrava una radio tenuta bassa, ma ero perplessa perch non avevo sentito il ragazzo alzarsi. Le voci parlavano in lingua straniera, su di un registro molto basso, che a tratti si alzava e si abbassava. Mi alzai e vidi che la radio non era accesa e che il ragazzo dormiva ancora, e realizzai poi che le voci si erano fermate non appena avevo lasciato la camera da letto. Tutti coloro che le hanno udite dicono che non  affatto spaventoso, ed io concordo con questo giudizio, ma insieme posso affermare con sicurezza che le voci parlano, e non in inglese n in gaelico (Morag  bilingue in queste due). Non  certo una diceria di vecchie comari, come molte delle storie di fantasmi di queste parti.
Kyleakin prende il nome da King Hacon della Norvegia il quale, settecento anni prima che io comperassi la casa del faro, ancor la sua flotta nella rada prima dell'ultimo, disastroso tentativo di conquistare la Scozia. Lasci il suo nome a Kyleakin, lo stretto di Hacon, e lasci forse anche qualche fantasma, perch gli invisibili abitanti dell'isola del faro non parlano una lingua conosciuta oggi in Scozia.
L'unica occasione in cui mi trovai davanti qualcosa di incomprensibile a Kyleakin, anche se non fu proprio un'esperienza di prima mano, avvenne nell'aprile del 1965. Richard voleva passare a casa il weekend, ed io andai a Kyleakin a prenderlo. Lasciammo la casa vuota e completamente chiusa. L'impianto elettrico era quasi terminato, ma il gruppo non era ancora in funzione. Il luned, riportando sull'isola Richard, al villaggio ci chiesero immediatamente chi era stato nella casa del faro durante il weekend. Rispondemmo che non c'era stato nessuno. Ma, ci dissero, c'era stata per tutta la notte precedente una luce alla finestra della cucina, non una luce chiara, ma una luce gialla, come due candele accese o una piccola lampada ad olio. C'erano parecchi testimoni, e al villaggio avevano dedotto che contrariamente a quanto deciso, avevamo lasciato qualcuno in casa durante il weekend. Dissi a Richard che doveva aver lasciato una lampada ad olio accesa, ma risult che non era vero. Arrivammo all'isola ed esaminammo le porte e le finestre. Erano tutte chiuse, cos come erano state lasciate. Entrammo in cucina e la esaminammo con la meticolosa pignoleria dei detectives delle assicurazioni, ma non c'era traccia di qualcosa che potesse aver prodotto una luce, o l'illusione di essa.
Non mi  mai capitato di udire le voci, perch da quando possiedo la casa ad oggi, ho passato l solo due notti, nel luglio del 1965, con un gruppo di amici. Allora pensavo di avere davanti a me ancora molto tempo, e avevo deciso che sarei andato a vivere l pi avanti.
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15. Cose vecchie e cose nuove
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Gli abiti e gli atteggiamenti mentali fortemente radicati persistono a lungo, abbastanza a lungo, nel mio caso, da influenzare i miei futuri progetti sui fari.
Per tutta la mia vita di adulto, ho sempre provato l'ineluttabile, imperioso bisogno di iniziare qualcosa di nuovo; l'incoercibile desiderio di essere un pioniere; l'impulso a tentare campi tuttora vergini, o almeno assai poco esplorati. Il tutto, forse, dovuto a un inconscio desiderio di evitare la competizione, in modo che nessuno potesse dire che avevo fallito l, dove altri avevano avuto successo. L'educazione che mi  stata data, mi ha reso del tutto impreparato a quel tipo di vita che avrei voluto fare; mentre io mi qualificavo come dilettante in ogni sfera d'azione, gli altri scrivevano a lettere di fuoco sui loro stendardi una strana ma potente parola: qualifica. Laddove gli altri possedevano lauree in zoologia, psicologia, medicina, biologia, e titoli invidiabili davanti ai propri nomi, io ero emerso da Oxford con una laurea di amministratore di tenute; e il semplice fatto che tutto questo era stato fatto contro i miei desideri, mi impediva per sempre di amministrare una tenuta o di volerlo comunque fare.
Avevo seguito i miei interessi in maniera ribelle, seguendo i corsi di medicina e di zoologia, e cercando di imparare a disegnare come Ruskin, con il solo risultato che io e pochi altri, assai poco interessati alle materie che dovevamo ufficialmente seguire, bocciammo agli esami preliminari del nostro primo anno. Seguimmo per tutto il secondo anno con scarsa attenzione i corsi di economia rurale; durante le lezioni di storia dell'economia, chimica inorganica o geologia, eravamo soliti giocare tra noi a battaglia navale, e uscivamo da quelle lezioni ignoranti come eravamo entrati. Un incredibilmente ampolloso Old Wykehamist dei giorni nostri, etichett tre di noi come guastatori, e quando il soprannome divenne pubblico, facemmo di necessit virt. Quando un ometto piccolo e grasso, con una dentiera ballonzolante e un occhio storto fisso a un angolo del soffitto, cominciava la lezione con le parole Questa mattina, signori, mi propongo di parlarvi delle propriet del cloruro di calcio..., noi ci guardavamo l'un l'altro sollevando le sopracciglia e mormorando guastatori?. Le parole non ci dicevano niente; dai nostri professori imparammo solo la sinistra abilit di mimare le loro voci e il loro modo di fare. Cos, quando arrivammo agli esami per la seconda volta, dopo un immeritato anno di grazia, la situazione non era tanto migliore dell'anno precedente. Ci consultammo. Convenimmo tutti, sollevando i bicchieri di scuro Sherry e fumando sigarette Balkan Sobranie, in una stanza con boiserie di legno di quercia all'Old Parsonage, che, non essendo questo in alcun senso un esame competitivo, ma fatto solo nell'intento di rimanere all'universit, non avremmo fatto torto a nessuno se avessimo barato. Avremmo, d'altra parte, evitato ai nostri genitori e tutori l'enorme dolore di essere cacciati via. Il che era anche vero; ma era l'unica faccia del quadro che ci piaceva vedere, anche se oggi non sono particolarmente fiero di quella decisione.
Cos barammo. Non dovevano esserci mezze misure, nessuna possibilit di fallimenti, il piano messo in azione era dei pi mirabolanti. Avremmo sottratto tutti i temi d'esame con una serie di impeccabili, irreprensibili furti con scasso eseguiti in quattro case diverse e isolate nella campagna. Il calcolo del momento doveva essere quanto mai preciso, abbastanza vicino agli esami per assicurarci che se qualche autorit avesse avuto dei sospetti, fosse troppo tardi per cambiare i temi. Ma contemporaneamente, dovevamo avere tempo sufficiente per approfittare del nostro furto. Decidemmo che sei giorni sarebbero stati un intervallo ideale, e che avremmo inoltre goduto del vantaggio di una notte senza luna per la nostra terrificante impresa. Terrificante lo era certamente per tutti noi, era un rischio calcolato, perch se ci prendevano, questo avrebbe significato la fine ingloriosa e irreversibile delle nostre carriere universitarie, e per le nostre famiglie un dolore assai pi grande che non l'essere cacciati per indolenza o incapacit. Ed era soprattutto terrificante per me perch, essendo di gran lunga il pi agile e il pi svelto di noi quattro, ero stato scelto per compiere gli effettivi scassi, mentre gli altri facevano la guardia o creavano diversioni. Eravamo molto meticolosi come criminali dilettanti, indossavamo maschere e guanti e avevamo torce con un fascio di luce molto raccolto; avevamo fatto largo uso di sopralluoghi; avevamo preso a prestito due chiavi, e ne avevamo fatto dei facsimile. Sapevamo esattamente dove ciascuno degli esaminatori sarebbe stato la notte in questione, e avevamo due macchine con targhe false, da cui avevamo tolto la luce verde obbligatoria per gli studenti. Ricordo la prima casa, a Minster Lovell, e come la rigogliosa, dolciastra fioritura del glicine impediva la mia palpitante ascesa su per i tubi di scarico. La macchina mi aspettava in un campo fuori mano su di una strada secondaria, e io avrei dovuto lanciare come segnale un doppio grido di gufo quando, finito il lavoro, stavo tornando indietro. Avevo calcolato male il tempo che mi ci sarebbe voluto per copiare il foglio (con dita tremanti e coperte dai guanti) alla luce della minuscola torcia, cosicch il guidatore della macchina (con baffi falsi e un trucco da palcoscenico capace di trarre facilmente in inganno data l'oscurit) mi lanci il suo grido di gufo, che doveva essere usato solo in casi di emergenza. Mi prese cos alla sprovvista, che fui indotto a credere che fosse il segnale di qualche pericolo in vista, e impiegai pi di un quarto d'ora per avvicinarmi con estrema cautela e circospezione alla macchina. Cos arrivammo alla casa successiva con una mezz'ora di ritardo, e l mi presi il primo vero, grosso spavento. Mi arrampicai su per la gronda, entrai dalla finestra, e mi ritrovai in una stanza nera come la pece, con il rumore ben percettibile di qualcuno che respirava a pochi passi da me. Era una cosa che nessuno di noi aveva previsto; i battiti del mio cuore dovevano tradire la mia presenza non meno di quel respiro, e non sapevo davvero cosa fare. Sapevo che doveva esserci un tavolo a circa un metro da me, e il respiro veniva esattamente dalla parte opposta. Con estrema cautela mi spostai sulla destra fino a raggiungere il tavolo; poi misi la torcia su di esso, feci scattare l'interruttore e contemporaneamente mi alzai in piedi. E l c'era il mio compagno, che fissava con orrore la torcia e non me, colui che avrebbe dovuto fare da palo. Ero di mezz'ora in ritardo; ne aveva dedotto che ero stato preso e, ritenendo che mezza pagnotta  pur sempre meglio di niente, si era infilato lui in quella casa.
Avemmo un unico insuccesso; il tema di storia dell'economia era contenuto in una cassaforte la cui apertura richiedeva un'abilit assai maggiore delle mie capacit di ladro dilettante. Il che era un notevole contrattempo, perch un insuccesso in quell'esame poteva far nascere dei sospetti sul buon esito degli altri. La soluzione a questo problema ci venne dalle consuetudini universitarie. Per presentarci agli esami era necessario indossare abiti da cerimonia, che potevamo decidere a nostro gusto: camicia bianca con polsini duri, e cravatta a farfalla. Ricoprimmo i polsini duri con carta da disegno bianca su cui scrivemmo, in lettere microscopiche e con dell'inchiostro giallo pallido, una versione stenografa di ogni avvenimento e data che riuscimmo a mettere insieme. Questo, e l'aiuto di occhiali con potenti lenti bifocali (che causarono alcuni commenti ma apparentemente nessun sospetto), ci consent di fare un continuo riferimento durante l'esame a quella che era in effetti un'enciclopedia della materia. Senza quelle lenti d'ingrandimento, i nostri polsini sembravano solo leggermente macchiati.
Cos riuscimmo a superare gli esami in questa sciagurata maniera, e restammo ad Oxford per altri due anni di indolenza e di sperimentazioni in altri campi, prima di dover affrontare gli esami finali. Avevamo gi sprecato abbastanza del nostro tempo inseguendo modelli accademici; uno di noi era interamente assorbito da una ricerca clinica sulla regione pelvica femminile in tutte le fasi dell'eccitamento (oltre cinquanta casi clinici in due anni); un altro era altrettanto preso dall'anatomia maschile; un terzo aveva sperimentato la dolce vita con macchine potenti, caviale, champagne, debuttanti, e il conforto notturno dei dischi di Caruso e del Cointreau ( meraviglioso, ma che razza di cerchio alla testa!), mentre io restai vergine inseguendo gli hobby della mia infanzia, la storia naturale e la pittura.
Non  una storia edificante ma, da un punto di vista accademico, Oxford mi insegn una cosa. Non lavorai alla mia tesi nei successivi due anni, e il primo giorno dell'ultimo bimestre, mi presi un brutto attacco di itterizia, che mi port via due intere settimane delle otto che avevo teoricamente a disposizione. Ricorsi al mio tutore perch mi fosse consentito di ritirarmi garbatamente dalla scena con la scusa della cattiva salute, piuttosto che affrontare una quasi certezza di insuccesso agli esami finali. Il rifiuto fu assoluto: altrimenti sarei andato incontro a gravi sanzioni. Dovevo affrontare l'esame, non importa quale fosse il risultato. Non avevo altra scelta che accettare. L'esame finale era selettivo - tutti noi guastatori lo sapevamo bene -; e questa volta non c'era possibilit di imbroglio, anche perch avrebbe significato privare qualche studente pi meritevole della sua giusta ricompensa. Cos, per quel breve periodo, lavorammo, e lavorammo sodo; dormimmo a malapena qualche ora. Passammo tutti con una buona votazione, dimostrando cos che un corso di tre anni pu essere superato con sei settimane di totale applicazione.
Immediatamente dopo aver preso la laurea, mi fu offerto l'incarico di segretario privato di sir Archibald Clark-Kerr, allora ambasciatore in Iraq. Era, come si espresse lui, l'entrata di servizio al mondo diplomatico. Avrei voluto afferrare al volo questa opportunit, ma mio zio e tutore, lord Eustace Percy, allora ministro senza portafoglio, disapprovava l'assai poco convenzionale approccio alla vita in generale, e al Ministero in particolare, di Clark-Kerr (tra le molte sue bizzarrie, aveva risposato la stessa moglie dopo che il matrimonio era stato annullato), e mi costrinse quasi a rifiutare. Ero ad un decisivo giro di boa. Quando dissi di no a Clark-Kerr, mi obbiett: Stai facendo un grosso
errore. Sto puntando molto in alto, e avrei potuto portarti con me. Gli chiesi dove volesse arrivare, e rispose: Washington. Ambasciatore negli USA  il massimo raggiungimento, ed io otterr quel posto.
E lo ottenne. L'anno seguente, nel 1938, fu nominato ambasciatore in Cina; nel '42 ambasciatore in URSS; e nel 1946, col titolo di lord Inverchapel di Loch Eck, ambasciatore negli Stati Uniti. Ma mio zio aveva avuto la meglio, e io non lo accompagnai nella sua trionfale carriera. Ogni tanto mi scriveva; da Hong Kong: Mi sembra di essere dentro la tazza di un cesso. Questo perch sporge dal soffitto spaccato sopra la mia testa, la parte inferiore di una vasca da bagno, del tutto simile per oscenit al culo di un vescovo. Ho detto di un vescovo, perch penso sempre a loro come ai detentori dei culi pi grossi e pi bianchi di qualsiasi altra persona, anche se ritengo che il primo ministro potrebbe ben competere. E da Mosca, quando Stalingrado era assediata e la guerra era nel suo momento pi nero: Nonostante che tutto faccia prevedere il contrario, sono certo che vinceremo la guerra, cos come sono certo che diventer il futuro ambasciatore negli Stati Uniti. Posso ancora prenderti con me, se vuoi che faccia qualcosa per te. Ma a quel tempo ero completamente preso dal mio lavoro nel SOE, e rifiutai.
La laurea non mi serv a niente, anche se faceva bella mostra di s sull'intestazione della carta da lettere di una importante azienda agricola per cui lavorai durante i successivi diciotto mesi. Ma volevo viaggiare (assai pi di quanto la mia qualifica di commesso viaggiatore mi consentiva perch quello, nonostante gli altisonanti travestimenti del mio titolo, era effettivamente il mio lavoro), n mi sentivo adatto al protocollo delle ambasciate; cos mi licenziai dall'azienda, e pianificai la mia vita su quella che avrebbe potuto essere una via di successo, se non fosse intervenuta la guerra. Volevo, in parole povere, fare l'esploratore; non ad alto livello, come membro di importanti spedizioni (la mia mancanza di qualifiche mi precludeva questa via, perch era difficile capire cosa ci stesse a fare un laureato in amministrazione di tenute, in una spedizione polare o in Amazzonia), ma un lupo solitario, un isolato, usando un po' del mio piccolo capitale per ciascun viaggio, e scrivendo poi di quello una volta tornato a casa. Amici esperti mi misero in guardia dai pericoli insiti nelle partenze troppo ambiziose; dovevo cominciare, dicevano, con un viaggio relativamente corto ed un obiettivo limitato, ben definito, che fosse all'interno dei miei interessi. In ornitologia, per esempio, nessuno aveva mai verificato se quella piccola anitra straordinariamente bella detta edredone di Steller (Polysticta stelleri), il cui territorio di riproduzione  lungo le coste siberiane, nidifica effettivamente nel Varanger Fjord, l dove la punta pi a nord della Scandinavia si congiunge con la Russia al settantesimo parallelo, circa quattrocento miglia a nord del circolo polare artico. Inoltre, non c'erano fotografie di questo uccello allo stato selvatico, tantoch le illustrazioni dei libri badavano solo alla precisione dei colori, mentre le pose caratteristiche erano pure congetture del disegnatore.
Cos andai l, nella tundra del Finmark orientale, solo e con sole cento sterline per tutto il viaggio, e bench non sia mai riuscito a provare che l'edredone di Steller nidifichi anche l, riuscii a prendere una serie davvero unica di fotografie di questo animale e, cosa anche pi sorprendente, far venire alla luce un bambino lappone che si presentava per i piedi, senza uccidere n la madre n il figlio. Era un maschio, e il padre disse che gli avrebbe dato il mio nome; forse, tra i pochi sopravvissuti cacciatori nomadi di renne della Scandinavia del nord, c' un lappone che si chiama Gavin. Siamo nel 1967: avr ormai trent'anni.
Fu, suppongo, lo stesso desiderio di battere nuovi sentieri che mi spinse, dopo la guerra, ad impiantare uno stabilimento per il trattamento della carne di pescecane sull'isola di Soay, nelle Ebridi. Quei tre anni, comunque, costarono assai pi di cento sterline; assorbirono, di fatto, tutti i miei averi fino all'ultimo centesimo, e tanti, tanti centesimi altrui. Ma avevo fatto, anche se in modo imperfetto, qualcosa di nuovo, ed avevo dato un contributo alla ricerca scientifica, nonostante la mia mancanza di qualifiche. Quando nel 1956, un animale fino allora sconosciuto alla scienza, ricevette effettivamente il mio nome, Lontra di Maxwell, Lutrogale perspicillata maxwelli, sentii che potevo finalmente dimenticare la mia laurea in amministrazione di tenute.
Con alle spalle questa lunga catena di parziali imprese pionieristiche, unito all'indispensabile bisogno di una sorta di rigenerazione dopo il mio ritorno a Camusferna ormai zoppo, non deve sorprendere che io guardassi alle isole del faro con l'occhio dello speculatore, sondando le loro possibilit per una nuova e improbabile impresa. Avevo in mente un piano per Ornsay, ma era un piano ambizioso e a lunga scadenza, che richiedeva un capitale assai maggiore di quanto io potessi disporre, anche se avevo ottenuto il permesso della Northern Lighthouse Board. Volevo creare in futuro una sorta di aquarium naturale, dove studiare le focene in cattivit, come vengono studiati i delfini nei pochi, grandi oceanarium del mondo. Esistono buone probabilit che le focene siano simili, o anche superiori, per sviluppo mentale e capacit di comunicazione, ai delfini; eppure, a quanto ne so, non  mai stato fatto alcun esperimento. Le formazioni rocciose e gli scogli dell'isola di Ornsay, si prestano molto bene alla costruzione di ampie piscine marine, ma dovetti riconoscere che questo progetto andava rimandato a tempi futuri, e che ci sarebbero voluti forse degli anni, prima di possedere delle focene parlanti.
Per Kyleakin invece, avevo ideato qualcosa di pi immediatamente realizzabile e pratico, e completamente nuovo. Intendevo fondare una colonia di edredoni, o provare almeno a fondarla. Se la cosa fosse riuscita, avrei aperto la strada ad una nuova attivit per la popolazione agricola delle West Highlands e delle isole.
L'edredone comune porta il nome scientifico di Somateria mollissima, ed  forse il pi modesto di un esotico gruppo di anatre marine che comprendono il re degli edredoni (Somateria spectabilis) dagli smaglianti colori, l'edredone dagli occhiali (Somateria fischeri), e l'edredone di Steller (Polysticta stelleri). I maschi delle varie specie sono quanto mai spettacolari e, fatta eccezione per quest'ultimo che  piccolo, esile e capriccioso, sono creature pesanti, compatte, con il sedere piatto, impavidi trasvolatori di oceani; goffi sulla terraferma a causa delle zampe disposte troppo indietro per un portamento dignitoso, ma al contrario maestosi e superbi nel momento del pieno volo che sembra guadagnare impeto dal peso, come un camion in fuga gi per un ripido pendio.
Sotto certi aspetti, gli edredoni ricordano pi dei mammiferi che degli uccelli; forse  una sensazione dovuta alla loro massa pesante e compatta, o al particolare tono di voce cos poco da uccello, o alla linea del becco che sale diritto fino al culmine del cranio, senza alcun avvallamento. O forse  il loro odore, un odore curioso, molto particolare, che sembra non appartenere ad un pennuto. Possiedono, comunque, un fascino particolare per chi li ha avvicinati.
Il maschio con la livrea nuziale  una creatura superba, e fa pensare a un ammiraglio di una flotta esotica in alta uniforme. Al primo sguardo, l'impressione  di bianco e nero; ma, osservando pi da vicino, la testa incappucciata di nero, che da lontano sembrava semplicemente bianca, si rivela intessuta di trame di velluto bianco, e mostra piume di un pallido, scintillante verde elettrico nella met posteriore delle guance e sulla nuca; il petto, sopra la nitida linea divisoria dall'addome nero,  di un pallido color arancione, quasi pesca. Dal dorso bianco, le penne delle ali secondarie, anch'esse bianche, si appoggiano sui fianchi neri con la perfetta curva di una scimitarra, facendo ancora pi risaltare l'effetto di alta uniforme. L'elegante livrea  cos impeccabile che sembra essere molto scomoda, troppo attillata, e la disinvolta grazia delle evoluzioni in aria appare incredibile. Ci si aspetterebbe che questa creatura massiccia e mascolina non possegga altro che modi arcigni e brusche espressioni; ma il richiamo d'amore che il maschio emette lanciando indietro fin sulle spalle la sua splendida testa,  il suono del vento nei boschi, un suono a met tra la nota pi bassa di un flauto e la pi alta di un oboe, una serenata cos dolce e pura che sembra scaturire dall'immobile mare azzurro e dalle piccole e ingioiellate onde che lambiscono la sabbia bianca sotto il cielo d'estate.
La femmina, al confronto, sembra trasandata, ma a modo suo non meno solenne.  d'un caldo color marrone screziato di nero, col collo corto e grosso, massiccia al punto da sembrare di piombo; la voce  bassa, sia nella gioia che nel dolore. Con quella voce e quei modi, sembra capace di affrontare qualsiasi pericolo che la colga di sorpresa ma sfortunatamente non  sempre cos.
Gli edredoni nidificano a Camusferna, e su gran parte della costa nord-occidentale della Scozia e delle sue infinite isole. Nidificano nelle condizioni pi disastrose, un invito, sembrerebbe, alla distruzione della specie. Scelgono di metter su casa l dove la confusione di altre specie che nidificano  al suo massimo; e si ritrovano spesso in mezzo ai loro peggiori nemici, i grossi gabbiani. Cos sull'isola del faro di Camusferna, dove nidificano due o trecento coppie di gabbiani reali e di zafferani, per non parlare di una dozzina di coppie di quel feroce predatore dei mari che  il mugnaiaccio, ogni anno circa trenta o quaranta femmine di edredoni depongono le uova. Si direbbe che in quell'isola non esista nulla di desiderabile, n acqua fresca, n spiagge dolci per i loro piccoli dall'andatura incerta, e nessuna difesa per le uova che non covano. Sembra una deliberata scelta suicida, perch molte delle isole adiacenti non hanno nessuno di questi svantaggi o rischi. Resta il fatto che limitano il loro territorio di riproduzione a zone di questo tipo, nonostante che i predatori distruggano almeno tre quarti della loro potenziale prole. Gi molto tempo prima di comperare il faro di Kyleakin, la cosa mi aveva colpito; non c'erano altre spiegazioni; il tumulto e lo schiamazzo delle altre specie, anche di nemici giurati, fornisce loro lo stimolo necessario alla riproduzione,
Quando la femmina ha finito di deporre le sue cinque uova in un luogo scelto con cura tra l'erica, le felci, i salici nani e l'attaccaveste, comincia a strappar via dal proprio petto le morbide, minuscole piume sottostanti alle compatte elastiche penne, e di queste circonda il nido. Le piume servono ad un doppio scopo. Quando la femmina lascia il nido per bere, durante le quattro settimane di incubazione non mangia nulla, dispone con il suo becco massiccio le piume in modo da coprire le uova, per nasconderle cos ai gabbiani predatori e contemporaneamente per mantenere alta la temperatura fino al suo ritorno. Se inaspettatamente disturbata nel suo nido, (sempre da una violenta provocazione, perch le femmine quando covano sono molto domestiche, e permettono che le si tocchi e perfino che le si colpisca)  costretta a fuggire in fretta, emette un liquido dal forte odore, che cade sulle uova. Che non ha nulla a che fare, come molti pensano, con gli escrementi, perch, essendo completamente a digiuno, non ha nulla da espellere. Se ne pu quindi dedurre che quando non ha il tempo di coprire le uova, la
femmina emette quel liquido come deterrente per i predatori; per rendere l'odore delle uova malsano e sgradevole.  un odore curioso, molto forte, simile all'odore del fegato in padella. Per quei pochi che conoscono l'odore del fegato di un cervo in fregola mentre viene cucinato, il paragone  quasi esatto.  un odore tiepido, quasi caldo, che fa pensare al loro intenso colore marrone; molti non lo trovano sgradevole, ma se portato all'ultimo stadio,  nauseabondo.
I normanni e i celti che colonizzarono l'Islanda, assai prima che il re Hacon scendesse al sud e lasciasse il suo nome a Kyleakin, avevano capito l'immenso valore degli edredoni che nidificavano in enorme numero sulla loro nuova terra: e forse, senza saperne le ragioni, avevano anche capito che la confusione, il chiasso e i colori smaglianti, erano elementi fondamentali alla loro riproduzione. Attirarono gli edredoni lontani dalle colonie dei gabbiani predatori, e sostituirono alle tumultuose ali bianche e alle rauche grida del nemico un sistema di bandiere svolazzanti, di piccole eliche schioccanti mosse dal vento, e di strumenti a vento ricoperti di canne che sospiravano, brontolavano o tuonavano a seconda della forza del vento. Col passar dei secoli, questi mezzi tradizionali divennero patrimonio popolare; senza una reale conoscenza scientifica o esperimenti controllati, quei colonizzatori erano riusciti a creare colonie di alcune migliaia di coppie di edredoni per raccogliere dai loro nidi quelle preziose piccole piume, usate dapprima solo dai locali, ma diventate col tempo un'importante voce delle loro esportazioni.
L'isola immediatamente adiacente al faro di Kyleakin, separata da questo durante la bassa marea da soli pochi metri di acqua, era ruvida e fitta di erica, e nonostante la presenza di alcune coppie di mugnaiacci e cornacchie grigie, entrambi accaniti nemici degli edredoni, c'erano gi pi di venti coppie di edredoni che facevano l i loro nidi; e ogni coppia, forse, portava a compimento solo un quinto della loro potenziale prole. L'isola poteva essere tenuta sotto costante osservazione dalla casa del faro, e sembrava il luogo ideale per un esperimento. Apparteneva alla National Trust for Scotland, che diede la sua immediata ed incondizionata approvazione al mio progetto.
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16. Gli scogli di Kylerhea.
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All'inizio di luglio del '65, Richard Frere aveva finito i lavori di ristrutturazione della casa di Kyleakin, l'installazione del gruppo elettrogeno e l'impianto elettrico dell'intera costruzione, e part avvertendomi che ci sarebbe stato bisogno di mettere un po' d'ordine prima dell'arrivo dei miei ospiti. Avevo invitato alcuni amici per una crociera di una settimana sulla Polar Star, usando come base il faro di Ornsay prima, e poi Kyleakin. Cos, il giorno dopo la partenza di Richard, partii da Camusferna con la Polar Star, portandomi dietro una comitiva di robusti lavoratori per pulire a fondo e preparare la casa che avrebbe accolto i miei ospiti per la prima volta da che l'avevo comperata.
Ero immensamente fiero della casa e del suo arredamento; mentre dell'arredamento di Ornsay si era occupata soprattutto la moglie di Richard, Joan, Kyleakin era invece opera mia, progettata e ideata senza l'aiuto di nessuno. Contro il parere di amici e architetti avevo creato, nella parte sud della casa, un'unica stanza lunga pi di dodici metri, con le finestre che guardavano lontano verso Lochalsh e Loch Duich, fino ai lontani picchi delle Cinque Sorelle di Kintail. In quel loch si trova forse il pi spettacolare pezzo architettonico della Scozia, l'antica roccaforte del clan MacRae, Eilleann Donan Castle.
La stanza che avevo progettato sarebbe stata larga poco pi di tre metri e mezzo; tutti i miei consiglieri furono d'accordo nel sostenere che sarebbe sembrata sproporzionata, un corridoio pi che un soggiorno, e che, inoltre, non sarebbe stato possibile riscaldarla a sufficienza. Pensavo di riuscire a evitare l'effetto di corridoio, mettendo dei mobili di colore neutro contro il muro interno, dei cuscini dai colori molto accesi che distogliessero l'occhio dalle quattro grandi finestre, e un grande specchio sul muro, che riflettesse il mare e le rovine del castello Moille. Non volevo quadri, tranne la grande, splendida Caduta di Icaro di Michael Ayrton, incolore come la cera, a dominare l'estremit pi lontana della stanza, accanto alla porta della cucina-sala da pranzo. Proposi di risolvere il problema del riscaldamento con due grandi camini, uno sotto l'Icaro, e uno all'altra estremit, contro il muro interno; e se fosse stato necessario, si poteva usufruire di un supplemento di riscaldamento elettrico. Avevo fatto degli schizzi ad acquarello della stanza cos come la immaginavo e speravo che venisse, e i mobili erano stati scelti in modo che si uniformassero il pi possibile a questi disegni.
Il mio progetto era stato realizzato con pieno successo; scelsi i mobili con grande cura a Londra, e li trasportai per nave fino all'isola, con una sorprendente piccola serie di danni. La casa era riuscita assai meglio di quanto avessi mai potuto sperare; avevo un piano preciso per la creazione di un giardino informale apparentemente selvatico, dove cespugli da fiore e qualche caprifoglio crescessero al riparo delle spaccature della roccia e dei contrafforti sul lato nord della casa.
Tutto era andato liscio nonostante i formidabili ostacoli: ed io partii quella mattina da Camusferna con un insolito buon umore, portandomi dietro cinque persone per togliere le ultime tracce dei lavori e disporre i mobili al loro posto definitivo. Era una bella mattina d'estate; raggiungemmo Kyleakin in trentacinque minuti; ancorammo la Polar Star nella baia a sud dell'isola, e lavorammo sodo tutto il giorno. Anche la marea ci era stata favorevole, il flusso ci sospinse verso nord la mattina, e il riflusso ci accompagnava verso sud quando partimmo per tornare a casa, poco dopo le undici di sera.
Quella notte finii con la Polar Star per la seconda volta sugli scogli; e proprio perch era la seconda volta, posso ottenere perdono se dico che davvero non fu colpa mia. Quell'episodio fu cos angoscioso che ancora oggi, scrivendone a due anni di distanza, mi costa grande fatica e dolore cercare di riordinare i fatti. La marea era a met della sua corsa, e rifluiva verso sud ad una velocit di otto nodi attraverso il Sound, e con il suo aiuto la Polar Star si avvicinava allo stretto a pi di venti nodi. Non era completamente scuro; indugiava nell'aria il ricordo di un ultimo chiarore, e il mare, a parte lo scorrere della marea, era calmo. Puntavamo agli ormeggi della Polar Star, cinque miglia a sud di Camusferna, e sembrava che ci saremmo arrivati in tempo record. Poco prima di arrivare allo stretto, Alan MacDiarmaid, che viveva a Glenelg (ormai lavorava da noi solo saltuariamente), disse che non gli conveniva arrivare fino agli ormeggi; poteva chiedere a sua moglie dalla cabina telefonica di Kylerhea accanto al pontile del traghetto, di venirlo a prendere all'arrivo del traghetto sulla terraferma. A Glenelg non c' telefono; bisognava quindi sbarcarlo sul lato di Skye, aspettare nel canale mentre telefonava, prenderlo nuovamente a bordo, farlo attraversare fino a Glenelg, e sbarcarlo l. Il programma era certamente ambizioso, anche perch la marea stava rapidamente calando, ma al timone c'era Jimmy Watt, e Jimmy poteva fare con la Polar Star tutto quello che voleva; possedeva quell'esperta padronanza della barca che sembra scaturire dall'esperienza di un'intera vita pi che da quella di alcune brevi stagioni.
La prima parte del programma si svolse con una precisione che ha del miracoloso. Jimmy manovr la Polar Star come se fosse pieno giorno, e la marea non stesse rifluendo; ma dopo che Alan era risalito a bordo Jimmy tir un lungo sospiro e disse: Bene, spero di non doverlo ripetere molto spesso. Raggiunse il centro del canale con l'aiuto dei motori, poi lasci che la marea portasse la barca verso sud: reinser quindi la marcia, spingendosi lentamente controcorrente verso il molo della terraferma. Mi congratulai con lui, e aggiunsi che dato che la seconda parte del programma si annunciava anche peggiore, volevo condividere con lui ogni responsabilit. Presi il timone quando eravamo a circa due miglia dal molo. Accanto a me, sul ponte a babordo, c'era uno dei nostri aiutanti, e a dritta c'era Jimmy, ed entrambi vedevano pi di quanto riuscissi a fare io attraverso il vetro della cabina del timone.
Ora che avevo il timone, si era fatto pi scuro. Entrambi i motori erano tenuti a un quarto della loro potenza, e facevamo quattro nodi; la barca si muoveva parallela alla costa, ma perdeva continuamente quota rispetto ad essa. Dopo poco Jimmy mi grid: Per l'amor di dio, tienti lontano, aumenta il motore di dritta, non ti rendi conto di quanto la marea ti fa scarrocciare verso terra!. Se avessi dato retta a lui, tutto sarebbe andato bene, ma una voce nell'altro orecchio mi diceva: Vai bene cos, continua in questo modo, sei ormai in acque tranquille. Cos mantenni quella rotta. Mi sembra di ricordare una violenta imprecazione di Jimmy subito prima dell'urto. Non potevo dar retta a due persone nello stesso tempo; cos scelsi quella sbagliata; forse ero stanco, perch era stata una giornata lunga e faticosa, e il buio era tale da rendere difficile valutare la nostra distanza dalla spiaggia.
Cos, per la seconda volta in quattro anni, sentii l'angoscioso urto della chiglia sugli scogli, un dolore quasi fisico, una sorta di nausea per la vergogna nel realizzare il grossolano errore e tutto quel che avrebbe comportato. Procedevamo lentamente, e la spinta della marea contro di noi era forte; ero convinto che ci avrebbe tenuto lontano dagli scogli, ma non calcolavo il fatto che pi velocemente la marea rifluiva, pi velocemente gli scogli uscivano a nudo. Ricordo i dettagli pi insignificanti. Ricordo che quando mi resi conto che la barca non si muoveva, mi misi a cercare un pacchetto di sigarette che era scivolato a terra, ed era caduto vicino ai miei piedi, e ricordo che ci vollero parecchi secondi
prima di ritrovarlo e accendere una sigaretta. Ricordo Jimmy saltar dentro la cabina dal boccaporto laterale e dire: Non  stata colpa tua, Gavin, prenditi solo un bel whisky e lascia tutto in mano nostra. Sapeva esattamente cosa mi passava per la testa, ma io non riuscii a rispondere; come quando da bambino non riuscivo mai a trovare la risposta appropriata a una data situazione. Cos, distolsi lo sguardo da lui, e fissai lontano oltre l'obl, verso le scure colline di Skye, contro quell'ultimo freddo chiarore e dissi torpidamente: Non voglio nessun whisky. Per piacere, metti in mare il dinghy e vai a cercare aiuto il pi presto possibile.  tutta colpa mia perch non ti ho dato retta.
La moglie del nostro aiutante era gi per strada con la macchina, e i soccorsi quindi non impiegarono molto a giungere. Nel frattempo ero restato solo a bordo, e tentai di valutare la situazione. La barca era incagliata di prua fino a mezza nave, con la prua rivolta in alto, ma la chiglia aveva retto, non imbarcava acqua, ed io pensai che la si poteva tirar via da poppa. Preparai una fune a poppa, a cui assicurai una cima sottile da lanciare ai soccorritori, ed aspettai.
Ci volle circa mezz'ora perch arrivasse la barca di soccorso, ma l'attesa mi sembr eterna. Pass oltre la prua della Polar Star, e i suoi motori facevano un tale baccano che riuscii a malapena a udire lo skipper che gridava: Lanciami una corda di prua. Non avevo pronta alcuna cima a prua, perch tirarla per la prua significava solo incagliarla ancor pi saldamente sullo scoglio su cui si era incastrata. Non avevo un megafono; urlai e gridai e segnalai che avrei lanciato una corda a poppa. Debole sopra il rumore dei motori, colsi la voce dello skipper: Non riesco a udirvi per via dei motori. La marea sta velocemente rifluendo e non possiamo star qui a perder tempo. Lanciatemi una corda di prua, e svelto!. Alcuni dei miei erano tornati sulla Polar Star; preso dalla disperazione, li chiamai a testimoni di quel che ritenevo una follia: io non avrei mai lanciato una corda da prua. Mi dissociai da quell'azione; mi sedetti nel pozzetto di poppa, e fissai il pallido mare che correva veloce, e che cominciavo ormai a odiare pi di quanto non lo temessi.
La fune di rimorchio da prua trascin la Polar Star parecchi centimetri pi in su sullo scoglio, con uno strider della chiglia cos lacerante, che, se prima non aveva subito danni, ora certo era stata sventrata. A quel punto, pi nulla si poteva fare fino a che la marea non avesse cominciato a risalire, parecchie ore dopo. Non voglio dire che fosse colpa dei soccorritori; non c'era tempo per fare un accurato esame della situazione.
Quando la marea prosciug lo stretto, la Polar Star cominci a inclinarsi, anche se a causa del suo fondo quasi piatto non raggiunse mai un angolo pericoloso. Faceva molto freddo, e i ganci del collo del mio montgomery erano rotti. Poco a poco le montagne ripresero i loro veri contorni su di un cielo verde pallido. Nel momento di maggior bassa marea, sorse alle nostre spalle, a poppa, una lunga catena di scogli luccicanti ricoperti di alghe, su cui eravamo passati alti solo alcuni centimetri. Tutto l'ultimo miglio della nostra corsa era stato di buoni trenta metri troppo vicino a terra.
Attesi a bordo nella gelida alba grigia fino a che, finalmente, il flusso della marea riport in acqua la barca, che venne poi rimorchiata verso nord in un cantiere navale a Kyle di Lochalsh.
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17. La battaglia.
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Un giorno ai primi di agosto, una o due settimane dopo il disastro della Polar Star, pass da noi la guardia locale per un normale controllo dei certificati delle armi da fuoco. A Camusferna, ogni visita dal mondo esterno, non importa quale fosse lo status del visitatore, diventava di necessit un fatto sociale, perch questi aveva percorso a fatica la strada per la collina, e sarebbe stato assai poco ospitale non offrirgli qualcosa da bere prima di riaffrontare la ripida e disagevole salita fino alla strada. Cos, espletate le formalit, bevemmo insieme qualcosa, e chiacchierammo per un po'. Dopo circa una mezz'ora sentii un dolore nello stomaco, ma non era un dolore forte, e pensai che sarebbe passato da solo. Quando la guardia se ne and, il dolore era aumentato di intensit, e non assomigliava a nulla di cui avessi esperienza. Durante la guerra avevo avuto un'ulcera duodenale, ma non era mai pi riapparsa, e non mi aveva mai dato dolori cos violenti. Ero solo in casa, e cominciai a cercare con crescente disperazione un qualsiasi antiacido, ma non trovai nulla. Era l'unico rimedio assente nella cassetta dei medicinali che mi ero portato dietro in Nord Africa. Volevo assolutamente tacitare quel dolore, perch presto avrei dovuto passare una visita medica per un'assicurazione sulla vita, e se chiamavo ora un dottore, potevo dimenticarmela. Era come se un topo avesse deciso di resistere a una tigre.
Dopo un'ora, ogni possibilit di resistere da solo a questo ciclone era stata spazzata via. Il dolore era cos lancinante, che a stento riuscii a trascinarmi verso il telefono. Il dottore del villaggio era arrivato l da poco, ed io ancora non lo conoscevo; sarebbe stato, pensai, mentre piegato in due dal dolore, facevo il suo numero, uno strano modo di presentarsi. Mi rispose una voce amichevole, allegra, che ispirava fiducia,
e io recitai con gran difficolt il seguente discorsetto: Dottor Dunlop, lei non mi conosce, ma io faccio parte della sua condotta, mi chiamo Gavin Maxwell, vivo a Camusferna, sulla spiaggia sotto Druimfiaclach.
S rispose so benissimo dov' la sua casa. Cosa posso fare per lei?
Ricordo quanto mi ci volle per rispondere; ricordo i fogli di carta sulla scrivania davanti a me, che non erano a fuoco, perch sono presbite, e nell'ultima mezz'ora avevo lasciato non so dove gli occhiali; ricordo che attraverso la finestra, vidi contro il cielo azzurro un corvo solitario compiere alti circoli sopra il campo, e il suo rauco grido gutturale lo accompagnava nel ritmico ondeggiare nell'aria. Il dolore mi sembrava troppo forte per riuscire a parlare.
La voce del dottore mi raggiunse di nuovo, tranquillizzante e non professionale, come se fossimo vecchi amici: Stia calmo, ma cerchi di dirmi cos' che non va.
Dissi: Non sono sicuro, ma credo di avere un'ulcera duodenale perforata. Non ho mangiato nulla nelle ultime diciotto ore, e forse non c' peritonite, ma non credo di essere molto lucido.
Arrivo da lei il pi presto possibile. Si sdrai, e cerchi di non muoversi fino a che non sono da lei. Parl come se non avesse altri pazienti, altre responsabilit o preoccupazioni; come se la corsa in macchina di cinque miglia e la lunga camminata gi per la collina non esistessero. Quando arriv mi diede della morfina e disse che sarebbe tornato dopo quattro ore. Questo fu il mio primo incontro con il dottor Tony Dunlop, un uomo giovane, sposato e con bambini piccoli, che aveva fatto il medico in paesi alquanto difficili, come l'Africa occidentale, e aveva infine scelto, simile in questo a Gavin Brown, la condotta di un paesino isolato dove la sua eccezionale personalit e la capacit di capire individualmente i suoi pazienti, gli permettevano di esercitare con passione e intelligenza la sua professione. Era un uomo di ampi e svariati interessi, di vasta cultura, e avrei desiderato che il nostro primo incontro fosse avvenuto in circostanze pi favorevoli.
Torn alle sette di sera, e a quel punto mi era quasi impossibile parlare. Il dolore era diventato cos lancinante da cancellare in me ogni possibilit di raziocinio; riuscii solo a dire: Dottore, vorrei sapere se tutto ci pu essermi fatale, perch in questo caso ci sono alcune cose che vorrei fare prima, firmare dei documenti e roba del genere.
No rispose non credo, perlomeno spero proprio di no, e credo di essere nel giusto. Ma devo portarla subito in ospedale. Le dar dell'altra morfina, ma questa  l'ultima, perch i medici di Inverness non possono fare una diagnosi esatta, se i sintomi sono cancellati da antidolorifici. I suoi aiutanti sono tornati a casa e stanno costruendo una barella. Andr in barella con la Land Rover su per la collina, e al villaggio la trasferiremo sulla mia automobile, i cui sedili si possono abbassare fino a formare un letto. Si tratta di fare cos otto miglia: ho gi telefonato a un'autoambulanza che ci venga incontro a met strada, o dove ci capiti di incontrarla, se  fortunato sar in ospedale a mezzanotte.
Cos fui steso su una barella improvvisata e trasportato - un viaggio che non riuscir mai a dimenticare - su per lo sconnesso sentiero fino a Druimfiaclach, ormai vuota e abbandonata. Al villaggio fui trasferito con ogni attenzione dalla Land Rover alla macchina del dottore. Fu un lungo viaggio nella notte; il dolore, o la morfina, o le due cose insieme, mi avevano reso discorsivo; ricordo infatti di aver parlato a lungo. Ricordo anche che il dottore guidava forte e con grande abilit. Incontrammo l'ambulanza alcune miglia prima di Invermoriston. Chiesi dell'altra morfina per l'ultimo tratto del viaggio, e mi fu gentilmente ma recisamente rifiutata. Arrivai all'ospedale di Inverness all'una di notte.
Trentasei ore dopo il chirurgo, un uomo di grande charme, molto stimato nel suo campo, mi mostr le radiografie. Vede disse c' una brutta riacutizzazione di un'ulcera probabilmente di antica data. Le dir chiaramente quali alternative ha davanti. La prima, ed  quella che io caldeggio,  che lei resti qui per essere operato nel giro di pochi giorni, una gastrectomia parziale, che le spiegher in seguito. La seconda,  che lei resti qui in cura per due mesi, senza alcun intervento chirurgico. So anche, da quanto lei mi ha detto, che fino a novembre  molto impegnato; c' naturalmente una terza possibilit, che lei cio, pienamente consapevole dei rischi che corre, vada a casa tra uno o due giorni, e torni a farsi operare a novembre. Se sceglie quest'ultima soluzione, vorrei chiederle, per la sua sicurezza, che si impegni a tornare qui a novembre.
Mi sembr che questa fosse l'unica possibilit di scelta, e lo dissi, anche se mi sentivo morire all'idea di un'altra operazione addominale.
Solo poche ore dopo questa conversazione - ero ancora in ospedale -, ricevetti una telefonata da Londra. C'era stato un consiglio di amministrazione della societ creata per occuparsi dei miei affari, un incontro a cui avrei dovuto partecipare anch'io. Il co-direttore, che mi aveva chiamato, fu freddamente informativo. Era saltato fuori che a causa di un errore nella contabilit interna, le finanze della societ erano ben al di sotto di quanto avevamo immaginato. Le disponibilit finanziarie coprivano le spese, ma erano di poco pi alte; in questa riunione era stato anche chiarito che il mantenimento di Camusferna e delle lontre costava settemila sterline all'anno. Il nuovo direttore, un uomo d'affari in pensione, raccomandava l'immediata vendita di tutti i
beni della societ, compresi i due fari, ed anche, equivocando forse su chi fosse l'effettivo proprietario, qualcosa del mio.
Questa politica mi sembrava priva di finezza; e, soprattutto, mi sembrava ingiusto abbandonare la battaglia prima che venisse inflitto il colpo, solo perch le forze del nemico erano state valutate quasi pari alle nostre. Nessuno dei due fari, ad esempio, su cui avevamo sperperato tanti soldi, era gravato di ipoteche; ma noi riuscivamo ad affittarli, a comitive in vacanza, ciascuno a sessantacinque sterline la settimana (la somma pu sembrare eccessiva, ma era meno di dieci sterline a testa, compreso l'uso delle barche, dei motori e di un'isola privata). Questo era quanto mi passava per la testa; anche se, senza dubbio, ad un livello pi profondo, c'era il realizzare che la perdita dei fari avrebbe significato la fine del tanto amato progetto sugli edredoni, e in quel momento mi sembrava che nella mia vita non ci fosse altro a sostituirlo.
Cos risposi che non ero affatto d'accordo; che sarei tornato a Camusferna il giorno dopo, e avrei assunto temporaneamente la funzione di consigliere delegato, nel tentativo di recuperare una stabilit finanziaria. Di nuovo il topo e la tigre.
Quando tornai a casa e informai il dottore Dunlop della decisione presa, questi disse: Bene,  un trattamento assolutamente nuovo per un'ulcera duodenale, non c' dubbio; ma anch'io ho avuto un'ulcera, ed  guarita con una dieta a base di peperoncino e alcool, che non si pu davvero definire la cura adatta. Le auguro buona fortuna.
Quel quattro agosto dunque, rientrai a Camusferna con un atteggiamento di sfida, una doppia sfida, mentale e fisica. Intendevo assolutamente risolvere la situazione finanziaria della societ, e insieme finire il libro Lord of Atlas; ma volevo anche recuperare uno stato di totale benessere fisico e quell'attivit che possedevo prima dell'incidente con la Land Rover. Era un programma ambizioso, contro cui giocavano ovviamente fattori di tempo tra loro contrastanti.
La prima azione come consigliere delegato fu di cercare di accendere delle ipoteche sui fari. Tutte le persone con cui parlavo mi assicuravano che sarebbe stato facile, ma non lo fu affatto. Pi di una volta le trattative sembrarono giungere in porto; ma poi tutto saltava di nuovo per aria, e gli intermediari erano cos tanti, che non riuscivo mai a prendermi la soddisfazione di capire dove la catena si fosse interrotta. Il nucleo del problema era che le case, nonostante fossero solidamente costruite e sontuosamente arredate, sorgevano su un'isola, e questo fattore, che le rendeva quanto mai apprezzate come case dove passare una vacanza, costituiva il maggior ostacolo ad eventuali ipoteche. Nel frattempo scoprii che, per quanto cattiva fosse la situazione venuta alla luce in quel consiglio di amministrazione, il peggio doveva ancora veire, perch l'elenco dei creditori era ben lungi dall'essere completo. Conti, conti sempre maggiori, di cui i direttori erano all'oscuro, cominciarono a riversarsi a Camusferna, ma nonostante questa nuova valanga, la posizione finanziaria sulla carta reggeva ancora. Chiusi definitivamente il piccolo ufficio a Londra il quale, per quanto possa sembrare impossibile, si era rivelato responsabile di una spesa annua di tremila sterline. Trasformai questa uscita sproporzionata in una piccola entrata, perch riuscii ad affittare quel piccolo appartamento a poche sterline la settimana. Sistemata questa faccenda, e per guadagnare tempo, feci una cosa assolutamente assurda; consacrai l'intera eredit di mia madre alla solvenza dei debiti pi urgenti della societ. Io ero di fatto un minore azionista, e questo era il primo capitale in mio possesso dalla cessazione dell'attivit delle Shark Fisheries dell'isola di Soay, avvenuta diciotto anni prima. Da allora, avevo sempre speso tutto quel che avevo guadagnato, e come ritrattista, e come scrittore, perch mi era impossibile fare dei bilanci preventivi o mettere qualcosa da parte, non avendo mai un'entrata fissa. Ma ora, essendo la societ registrata a mio nome e non nell'oscurit discreta e nell'anonimato di una parola che non aveva niente a che fare con me, sentii che non avevo altra alternativa se non usare i miei soldi per pagare i debiti. Mi fu aspramente rimproverato che questa azione stava a dimostrare la totale mancanza del pi rudimentale senso degli affari, ma posso solo ripetere che allora sentivo, e ancora oggi ne sono convinto, che non avevo altra scelta. Il risultato, comunque, fu di aggiungere la mia personale miseria alle gi gravi difficolt della societ; ed i creditori sembrarono non apprezzare il fatto che io avevo agito per un senso di responsabilit morale. Per la maggior parte di loro, il denaro era la sola cosa che contasse, non importa la provenienza. So con certezza che molti ritenevano inesauribili le mie risorse personali, e che il mancato, immediato pagamento di ogni debito della societ, fosse da parte mia solo ostinata parsimonia. Cos, persi anche l'ultimo capitale che probabilmente avrei mai posseduto, e la colpa fu solo mia.
Studiai a fondo anche la situazione economica di Camusferna, e mi accorsi che la voce trasporti e comunicazioni era alla base di tutti i nostri problemi. Comperare all'ingrosso e immagazzinare in massa era per noi l'unica soluzione possibile. Il cibo, per gli uomini o per le lontre, ci veniva a costare un prezzo molto maggiore del valore nominale, essendo costretti a comperarlo in fretta e in piccole quantit, e spesso facendolo arrivare da grandi distanze. Vivere in una stazione metereologica nell'Antartide costa relativamente poco, ma se si vuole stabilire un contatto giornaliero o anche settimanale col mondo esterno, il costo della vita diventa assai pi alto di quello in un albergo con cinque stelle.
Ogni chiamata telefonica necessaria alla mia funzione di consigliere delegato di una societ in difficolt era una comunicazione interurbana, spesso assai lunga; alcuni dei nostri aiutanti temporanei facevano continue, interminabili conversazioni con le loro ragazze lontane centinaia di miglia: il conto del telefono era diventato il maggior salasso, che potevo fare ben poco per modificare; se ai nostri aiutanti veniva negato l'uso del telefono, ci avrebbero certo lasciati, e se se ne andavano io non avrei avuto pi tempo per scrivere.
Ma sul fronte trasporti e riserve il rimedio era ovvio; e cominciai a comperare grossi deep-freezer che contenessero cibo per gli animali e gli esseri umani sufficiente per parecchi mesi. Questa soluzione, nonostante sia stata l'emorragia finale delle mie risorse, risolse temporaneamente uno dei maggiori problemi.
Vale forse la pena di sottolineare, per coloro che con ogni improbabilit possano trovarsi nella stessa situazione che, nonostante Camusferna abbondasse di ogni genere di cibo naturale - molluschi, dai cardidi e le cozze alle ostriche; pesci di svariate specie; funghi commestibili e molte altre cose - l'adolescente medio mangia solo quello a cui  stato abituato. Una situazione parallela, ad esempio, a quella delle culture primitive dei Muslin, dove, per ragioni da lungo tempo dimenticate, alcuni uccelli, animali e pesci sono considerati impuri, mentre di altri, talvolta cos simili da non distinguerli,  lecito cibarsi. Ricordo che fui spedito una volta nelle paludi del sud dell'Iraq a sparare qualche colpo, perch non avevamo nulla da mangiare; la maggior parte degli uccelli che mi passarono a tiro erano una specie di trampolieri chiamati godwit, ed io ne uccisi quanti pi potei. Quando tornai con il mio bottino, questo venne attentamente e sonoramente diviso in puro e impuro; ce n'erano di due specie, il godwit dalla coda a strisce e il godwit dalla coda nera, e una delle due (non ricordo pi quale) era impura. I disgustosi cormorani pigmei e i serpentari africani erano, invece, puri, e fui rimproverato di non aver sparato a loro.
Ho tentato di spiegare centinaia di volte a ogni nuovo aiutante che, appena nato, amava solo il latte materno e, una volta svezzato, qualsiasi cibo offertogli da sua madre, che al mondo, per sopravvivere, bisogna adattarsi ai cibi abituali alla gente tra cui si vive, ma sempre invano. Il cibo deve essere come mamma lo fa (e spesso, saltava fuori, in scatola), e a Camusferna il provvederlo era estremamente costoso. Da un punto di vista gastronomico, lo spirito d'avventura, attribuito per tradizione al popolo inglese, mancava del tutto; eravamo circondati da ogni genere di cibo naturale che nessuno voleva mangiare, ma che in societ pi sofisticate sarebbe costato assai caro. (Ricordo un marinaio greco sullo yacht di mio fratello, a cui venne offerto un piccolo vol au vent al caviale, e a cui venne poi chiesto cosa ne pensasse. Rispose
che l'involucro di pasta era eccellente, ma che non gli piaceva affatto quella roba nera dentro.)
Quella lotta fu combattuta soprattutto con carta e telefono; il traguardo fisico che mi ero proposto di raggiungere, una sorta di ringiovanimento - ma soprattutto la gioia del contatto con gli elementi e il mondo naturale, che erano stati una parte cos importante della mia vita - era stato rapidamente accantonato, perch davvero non c'era n tempo n spazio per l'esercizio fisico. Stavo perdendo la battaglia su entrambi i fronti, ma come la regina Vittoria non pensavo davvero ad una possibile disfatta; ritenevo, semplicemente, che non esistesse.
Ottenni qualche insignificante trionfo nel settore economico. La posta non ci veniva consegnata a Camusferna, ma in una scatola di legno situata accanto a Druimfiaclach; quelle due miglia e mezzo di sentiero disastrato facevano si che la raccolta giornaliera delle lettere ci venisse a costare una piccola fortuna, tra gasolio e deterioramento meccanico, un'espressione davvero moderata per indicare assi e semiassi spezzati. Mi rifiutai a mia volta di considerare quel no una risposta, e alla fine di un veemente scambio di corrispondenza, mi furono assegnate cento sterline all'anno per ritirare a Druimfiaclach la posta mia e del vecchio podere al di l del campo. Economie di questo tipo riguardo l'intera amministrazione di Camusferna mi rendevano sicuro che sarei riuscito ancora una volta ad aprirmi una strada in quel marasma.
Ma provavo l'assoluta necessit di andarmene ogni tanto lontano da quella scrivania, a cui sedevo per qualcosa come dodici ore al giorno, occupandomi in parte del mio libro e in parte degli affari della societ, mangiando velocemente dei sandwiches e arrivando alla fine della giornata troppo stanco perfino per chiacchierare con gli amici. Nonostante la tradizione sportiva e la sete di sangue della mia giovinezza mi avessero ormai da lungo tempo abbandonato (perch la pesca  universalmente considerata uno sport sanguinoso rispettabile, mentre la caccia  ritenuta spregevole, - io ci vedo un'identificazione con le armi usate contro l'uomo: se catturare all'amo un essere umano avesse fatto parte dei metodi di guerra, la condanna contro il paziente pescatore sarebbe identica), accettai di partecipare a ottobre ad una battuta al cervo in una lontana riserva. Era stato in passato uno dei miei maggiori hobby, e pensai che, se ero ancora in grado di affrontare quel tremendo sforzo fisico, poteva pur essere il tonico di cui avevo un cos grande bisogno.
Lo fu. Quei giorni passati sulla collina, in pessime condizioni di tempo, difficili da immaginare, mi diedero una sensazione di totale e profonda liberazione, una comunione con la natura che da molto non provavo pi a Camusferna.
Un pomeriggio soprattutto, sufficientemente incruento da soddisfare anche il pi schizzinoso,  vivo nella mia memoria ancor oggi che scrivo.
Dal punto della collina in cui mi trovavo, col vento bagnato che mi sferzava con grosse raffiche il viso e gli abiti zuppi, non riuscivo a vedere, per la nebbia che mi circondava, pi in l di un raggio di venti metri. L'abisso sotto di me alla mia sinistra, un precipizio di seicento metri di ghiaione, nuda roccia e erica disordinatamente sparpagliata, era pieno fino all'orlo di nuvole bianco grigiastre in movimento; qui, sulla nuda cima dell'alta cresta, dove crescevano solo licheni e muschi tra frammenti di granito, piccole nubi stracciate, pi scure della nebbia che avvolgeva tutto intorno, emergevano ondeggiando verso l'alto dal grande abisso ricoperto; navigavano veloci e basse sopra la mia testa e sparivano nell'oscurit che tutto ricopriva. L'unico rumore erano le raffiche del vento che sparpagliavano qua e l le gocce di pioggia che continuava a cadere.
Improvvisamente, dal fianco nascosto della collina oltre il precipizio, lontano, ma chiaro e leggero sul vento, selvaggio e primordiale, giunse quel suono che durante i lunghi anni passati in mezzo al cervo rosso della Scozia, nel suo tempestoso e remoto paesaggio di roccia e nebbia, non aveva mai perso su di me il suo fascino - il richiamo di un cervo in amore. Basso e gutturale dapprima, come il muggito di un toro, erompe poi in cadenze pi alte, quasi agonizzanti, che sembrano contenere insieme sfida, disperazione e abbandono. Quella musica desolata mi commosse profondamente, come mi avevano commosso lo sferzare del vento e della pioggia, i miei vestiti zuppi, freddi come il ghiaccio, che mi si erano appiccicati addosso, l'acuto dolore dei muscoli da troppo tempo immobili, che si erano arrampicati dalla pianura infinitamente lontana della gola sottostante. L'acqua mi correva lungo il collo e la spina dorsale, gi fino alle scarpe piene d'acqua, il freddo era cos intenso che percepivo chiaramente i miei brividi, ma io mi sentivo spinto verso l'alto, sentivo il mio spirito sollevarsi. Questo era il mio regno, la mia ancestrale matrice, condivisa con le creature selvatiche; l'unico mondo a cui davvero anelavo, perch in me non c'era posto per star seduto a un tavolino.
In queste situazioni primordiali, il cacciatore reagisce ad un suono inaspettato esattamente come reagisce colui che  cacciato, istantaneamente. Improvvisamente, distante non pi di cinquanta metri, dal fitto della nebbia che mi circondava, giunse la stessa voce selvaggia, esaltata nella sua vicinanza dalla mancanza di visibilit, un impatto che mi fece balzare il cuore in gola e spalancare gli occhi; e l'immediato lanciarmi in una posizione prona obbed ad un istinto atavico. (Ho sempre pensato che c' qualcosa di rivitalizzante, una sorta di recupero di energie, in questo contatto delle mani e del corpo con la bassa vegetazione della terra di montagna.) Il vento e le nuvole passavano gemendo accanto al mio viso, e insieme a loro arrivava lo strano, ambiguo, pungente odore, di muschio e agrodolce, del cervo in amore.
Sul limitare della nebbia, figure senza apparenti legami mutavano continuamente aspetto. Un ciuffo d'erica, a solo pochi metri, assumeva ai miei occhi i contorni di una lontana cima boscosa; le biforcazioni dei rami di un'erica, biancastre e consumate dagli elementi, sembravano lontane ramificazioni di un cervo ancestrale.
Cominciai a strisciare in avanti, appoggiando la pancia bagnata sull'erica bagnata, che si trasform dopo alcuni metri in soffice torba nera, relitto di vegetazioni marcite milioni di anni fa, e nell'avanzare lo scuro impasto mi si conficcava sotto le unghie delle dita. L'odore del cervo si faceva sempre pi forte.
Di nuovo, la sua voce mi colp, cos vicina che fui io a esserne spaventato e a regredire nell'indistinta alba rossa della nostra razza, quando l'uomo era insieme cacciatore e preda. Contemporaneamente, vidi davanti a me le sue corna, confuse dalla nebbia, ma venti volte pi grandi dei rami dell'erica ingannatrice, mentre con l'angolo dell'occhio destro coglievo simultaneamente le orecchie di una cerva, anch'esse confuse, ma cos vicine che avrei potuto toccarle con una canna da pesca. Ero in mezzo a loro, e il pungente vento bagnato mi sferzava la guancia sinistra, cosicch il mio odore non arrivava alle narici della cerva solo per pochi centimetri, lasciandola ignara della mia presenza. Le nuvole in cima alla collina cominciarono ad infittirsi e ad imbiancarsi, e le corna del cervo sparivano a tratti in quei foschi vapori, ma quando bram nuovamente, il suono sembr ancora pi vicino di prima. Sfilai il cappuccio di cuoio a protezione del mirino, e restai steso con il mento appoggiato alla terra, stringendo lo scivoloso calcio del fucile bagnato tra le mani, mentre cominciavo ormai a battere i denti.
Le piccole, nere nuvole stracciate correvano ancora basse sulla mia testa, formando un'alta volta sopra di me, cosicch avevo la sensazione di stare in una piccola stanza piena di fumo, affollata di abitatori invisibili. Poi, trasportata dal vento, un'aquila sbuc fuori dalle veloci nuvole, cos bassa che riuscii ad udire sopra il tumulto della bufera e della pioggia, lo stridere dell'aria tra le grandi remiganti quando, non appena mi vide, si allarg per fuggire. Punt verso l'alto, lontano da me, e immediatamente si perse tra le nubi. Ma il violento movimento circolare di quelle enormi ali che si alzavano port un momentaneo cambiamento nella direzione del vento, perch la cerva improvvisamente troneggiava indistinta su di me. Era distante non pi di quattro metri, ma la vedevo come attraverso degli occhiali incrostati di ghiaccio. Diede un brontolio, un bramito soffocato, e scomparve velocemente nelle tenebre.
I cervi se ne erano andati, e io restai solo in cima alla collina ricoperta di nuvole, mentre la luce lentamente moriva, bagnato fino all'osso, con la pioggia quasi orizzontale che mi batteva le costole, e cinque miglia di cammino nella semioscurit prima di arrivare a casa, ma ero felice. Qui, forse, ero fuori dall'influsso del sorbo.
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18. Lepri e segugi.
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Tornai alla mia guerra di scartoffie, e a novembre mi presentai all'ospedale di Inverness per l'operazione allo stomaco che tanto mi angustiava. Lasciai Camusferna relativamente sereno, perch i miei impegni letterari erano stati portati a termine, le ipoteche sui fari sembravano ormai cosa certa, e i deep-freezer rigurgitavano di cibo per cani e umani, e di pesce per le lontre.
Tornai a Camusferna quarantott'ore dopo. Le radiografie avevano mostrato che l'ulcera si era completamente rimarginata, e il chirurgo non trov nessuna buona scusa per operarmi. Pensai che finalmente la marea stesse rifluendo da entrambi i fronti di battaglia, e che la vittoria fosse ormai alle porte.
Nonostante il lavoro di tavolino fosse diventato ormai la mia routine quotidiana, ebbi quell'autunno un'altra avventura nel mondo esterno, per me cos importante. Possedevo da tre anni un enorme deerhound di nome Dirk (che aveva sostituito un suo omonimo predecessore, morto tragicamente bevendo della benzina), e a settembre gli comperai una compagna, di nome Hazel. I deerhound sono cani di vita breve, e i miei avevano entrambi superato, secondo gli standards della razza, la loro stagione migliore. Non erano pi nel pieno rigoglio fisico, sia per la caccia che per la riproduzione, e per gli intenditori il primo punto  considerato assolutamente prioritario. Comunque, quando comperai Hazel, fui invitato a far parte di quell'organismo quanto mai selezionato che risponde al nome di Deerhound Club, e a portare entrambi i segugi all'annuale battuta di caccia nelle Highlands centrali.
Accettai e iscrissi Dirk e Hazel; non mi aspettavo da nessuno dei due una prestazione eccezionale; Dirk era del tutto privo di allenamento, e Hazel aveva portato a termine parecchie cucciolate ed era troppo vecchia per correre veloce. Ma, a parte ogni altra considerazione, ero molto curioso di vedere con i miei occhi quel tipo di battuta, sulla cui incredibile brutalit avevo avuto racconti dettagliati e scandalizzati sia da organismi contrari agli sport sanguinosi, sia da persone singole. Le lepri, mi era stato detto, vengono letteralmente e lentamente lacerate in due dalla coppia di segugi, e durante questo supplizio urlano dal dolore.  vero che le lepri urlano dal dolore, e la loro voce  sconvolgente, come il lamento di un bambino morente, e produce anche nel pi duro e incallito osservatore un angoscioso senso di identificazione. Era una cosa che avevo sentito dire spesso: non solo di situazioni di battute di caccia create artificialmente dall'uomo, ma di lepri catturate da volpi e aquile, i cui istinti predatori non possono chiaramente essere annullati, a meno di un ulteriore salasso di vite animali compiuto dall'uomo. Nessuna lepre muore mai di vecchiaia, come d'altronde assai raramente muoiono di vecchiaia gli altri non predatori; e l'uccisione di una lepre da parte di un cane controllato dall'uomo, piuttosto che da una volpe o da un'aquila (o dal lupo, sterminato dall'uomo nel nostro paese), mi sembrava pi vicina ad una norma ecologica, che non gli indubitabili orrori di una batteria di polli di allevamento o di un mattatoio. I predatori, d'altro canto, muoiono assai spesso di quelle che, per una stravagante ragione, vengono chiamate morti naturali - morte per vecchiaia o malattia - per distinguerla dalla morte violenta e dolorosa per mano di altre specie che non sia l'uomo.
Questa parola naturale, cos come viene applicata alla vita e alla morte, e a tutto quello che sta tra il nostro inizio e la nostra fine, d luogo a una vera e propria distorsione dei fatti. Per secoli, abbiamo descritto come innaturali modi di vivere e di morire comuni anche ai nostri parenti pi prossimi, gli unici a cui  giusto far riferimento per quel che  naturale. Oggi che abbiamo tra noi nuovi profeti come Konrad Lorenz e Lonard Williams, possiamo forse sperare che nel giro di un altro secolo questa parola venga usata con maggiore esattezza; sempre che, naturalmente, la specie umana non sia morta di una morte comune altamente innaturale.
Se queste morti naturali (ed entrambe queste categorie vanno accettate come tali da chiunque deplori l'intervento dell'uomo sulla scena) sono, per certi aspetti, meno incresciose delle normali morti violente dei non predatori, mi sembra allora che quegli organismi contrari agli sport sanguinosi, debbano limitare i propri interventi ai carnivori; i quali, se non vengono cacciati dall'uomo, muoiono in genere di malnutrizione e esposizione agli elementi. Ritengo che soprattutto questo sia valido nel caso della caccia alla lontra, l'unico sport sanguinoso (insieme alla corrida) in cui l'animale non ha praticamente alcuna possibilit di sopravvivere, perch, diversamente dalla caccia alla volpe,
l'insieme degli inseguitori umani si combina con i segugi in modo da rendere impossibile la fuga di un innocuo predatore che  effettivamente utile all'uomo. Il fatto che le lontre sopravvivano, anche se in numero sempre decrescente, l dove  consentito cacciarle, sta a dimostrare la loro eccezionale intelligenza, talvolta superiore (se l'animale  adulto), a quella di un folto numero di uomini e segugi addestrati al loro inseguimento.
In questa battuta di caccia, la preda era la lepre azzurra o lepre di montagna, che in inverno diventa bianca; ma prima di descrivere quelle giornate, voglio dire fin dall'inizio che, bench abbia visto con i miei occhi uccidere trenta o quaranta lepri, non ce n' stata una che non sia morta sull'istante, con l'osso del collo spaccato in due dalle mascelle del segugio, e non una volta ho udito una lepre emettere un lamento. Il che contrasta notevolmente con una lepre presa da una volpe o da un'aquila, e il fatto merita una certa considerazione da parte di coloro che condannano questo sport, cos come l'ho visto io.
Era una battuta mista con deerhound e saluki, e il grande e comodo albergo dove erano alloggiati i partecipanti, era gremito assai pi di cani che di esseri umani. La mattina, una lunga processione di macchine percorse alcune miglia verso una vecchia casa di campagna che si alzava nella nuda brughiera. Il freddo era pungente; c'erano ovunque chiazze di neve, che cadeva abbondante da un cielo uniforme, fine e polverosa, portata da un tagliente vento dall'est. Agli ordini di un giudice in giacca rossa, la comitiva cominci a snodarsi in una lunga fila attraverso la brughiera, e ciascuno teneva al guinzaglio il proprio o i propri segugi. Jimmy Watt portava Hazel e io Dirk. A circa trenta metri dalla testa della fila camminava l'aiuto, vestito come il giudice, il quale teneva i due cani selezionati con uno speciale doppio guinzaglio, che poteva sfilare con una semplice pressione del dito. Il giudice doveva essere molto attento, perch a ciascun segugio veniva assegnato un punteggio non solo per la velocit e la resistenza, ma per il suo contributo all'uccisione della lepre; cos, nel caso di una lunga corsa per quel terreno accidentato, il giudice non doveva perdere di vista n i cani n la lepre, ed essere in grado di seguire, con l'aiuto di un binocolo, i dettagli dell'uccisione e la parte avuta da ciascun segugio.
I primi due segugi in gara erano dei saluki, morbidi come seta, delicati e snelli, troppo gentili, sembrava, per uccidere anche soltanto un topo. Erano entrambi molto bene addestrati; bench venissero da allevamenti diversi, adattavano i propri movimenti l'uno all'altro, e nonostante tirassero leggermente, non si trascinavano dietro colui che li teneva.
La prima lepre, d'un bianco immacolato, schizz fuori da un ciuffo
d'erica privo di neve circa venti metri davanti a loro. Mi sorprese il fatto che i cani non venissero immediatamente sciolti, perch non avevo mai visto i saluki in azione, ed ero del tutto impreparato alla loro esibizione. L'aiuto diede alla lepre buoni sessanta metri di vantaggio, prima di sciogliere i cani che ora tiravano selvaggiamente al guinzaglio. La velocit con cui si lanciarono all'inseguimento toglieva il respiro, era inimmaginabile; sembrava impossibile che una creatura vivente possedesse quell'incredibile accelerazione. Una leggera nube di nevischio si alz dalla scia dei loro profili in volo, mentre correvano appaiati a incredibile velocit, avvicinandosi inesorabilmente alla lepre in fuga. La lepre correva dritta davanti a s, ventre  terre, ma quando, dopo circa un quarto di miglio, i cani le erano dietro di soli venti metri, cambi tattica e cominci a fare brusche deviazioni e giri. Qui si manifest lo straordinario affiatamento dei due segugi; nessuno dei due si lanci ad ucciderla, ma ciascuno la stringeva ad ogni nuovo giro, finch arriv il momento in cui uno dei due se la ritrov davanti. Con un unico, rapido colpo di quelle lunghe e ingannevolmente esili mascelle la lepre venne allora uccisa. Fu un'incredibile dimostrazione di velocit, abilit e precisione, ed i saluki uccisero la lepre certo in maniera pi pulita di quanto avrebbero fatto i suoi nemici naturali.
La coppia successiva erano due deerhound. Ci trovavamo ora su un terreno pi alto e pi impervio, vicini alla cresta di un lungo crinale circolare su cui era adagiato, tra gli sparpagliati ciuffi di erica bruciata, un sottile strato di neve. Questa volta la lepre part da circa ottanta metri, e i cani vennero immediatamente sciolti. Se l'impeto dei saluki era stato sorprendente, quello dei deerhound fu tale da ispirare un sacro timor reverenziale. Passarono correndo davanti a me a circa cinquanta miglia all'ora, i lunghi colli tesi in avanti, le grandi schiene arcuate, i potenti muscoli delle cosce spinti all'estremo, e il risuonare dei loro piedi in volo che colpivano quell'impervio terreno era simile al suono di cavalli al galoppo sfrenato. Mi sembr che corressero anche pi veloci dei saluki, e che il loro impeto fosse irresistibile, come l'assalto impetuoso di un'aquila che si abbatte in picchiata.
Solo quando cominciarono ad avvicinarsi alla lepre, mi resi conto che i deerhound erano pi impacciati rispetto ai saluki. La coppia, al pari dei suoi predecessori, agiva con intelligenza e affiatamento, riuscendo a manovrare i zig-zag con un identico, perfetto tempismo, ma la loro grande statura gli era contro. Ripetute volte la lepre si era trovata a portata delle mascelle dell'uno o dell'altro, ma quel secondo che il cane impiegava per abbassarsi di un metro e pi, era sufficiente alla lepre per virare di bordo e fuggire. Quella lepre sfugg, come molte altre, ai saluki e ai deerhound, o perch correva pi veloce dei segugi, o perch metteva in atto tattiche di successo, o perch riusciva ad infilarsi in un buco o in una fessura del fianco della collina.
Quando arriv il turno di Hazel, sbalord me e il suo precedente proprietario, che era presente alla gara. Fece sfoggio di incredibili doti di velocit per una femmina non pi giovane; nella prima corsa super il suo partner pi giovane e, mostrando un totale disprezzo per lo spirito di corpo, uccise da sola la lepre. In due giorni, corse quattro volte e uccise tre lepri, ma solo una volta fece un piccolo tentativo di cooperare con il suo compagno; e quando venne sciolta per l'ultima volta, e vide la lepre fuggire su per un ripido pendio, si ferm dopo trecento metri e torn indietro lentamente, con una chiara espressione di rimprovero sul viso. Si pretendeva troppo da una signora della sua et, soprattutto date le persistenti condizioni atmosferiche. Il pungente e sferzante vento dell'est non aveva mai smesso di soffiare, portandosi dietro raffiche di fine nevischio turbinante. Hazel voleva sdraiarsi, come era sua abitudine, su di un divano davanti ad un gran fuoco; il suo istinto omicida, come il mio d'altronde, era diminuito con l'et; e nonostante il suo tuttora perdurante esibizionismo, aveva sufficientemente dimostrato di essere ancora degna di ammirazione.
Finalmente arriv il turno di Dirk. Ero preparato all'insuccesso, ma non alla farsa. Fu accoppiato con un altro deerhound, pi giovane, e fin dal primo momento fu chiaro che era completamente incapace di accordare i propri movimenti con quelli del suo compagno. Quando la lepre fu stanata e la coppia venne sciolta, Dirk semplicemente non vide la preda. Il suo compagno si lanci all'inseguimento, e la cosa meravigli alquanto Dirk; lo segu per alcuni metri, poi torn indietro e cominci a saltare e a far capriole con fare divertito e pazzerellone su e gi lungo la linea di attesa. Era soprattutto affascinato dalle femmine umane che venivano letteralmente trascinate qua e l per la brughiera da coppie forsennate di cani della sua stessa razza, che avevano avvistato la lepre e non ubbidivano pi a nessun ordine. Grosse risate da ogni parte mi spinsero a scusarmi con il giudice, che rispose: Perlomeno  un perfetto buffone di corte!.
La seconda volta venne accoppiato con una bellissima femmina saluki bionda. Era chiaramente desideroso di stringere con lei rapporti pi intimi di quanto non permettesse la posizione parallela al guinzaglio. Quando la lepre fu stanata, la femmina schizz via a tutta velocit mentre Dirk, che era restato indietro nei primi venti metri, sembr improvvisamente non aver pi dubbi riguardo a quel che si voleva da lui. Era chiaramente una gara di corsa, vedere se un maschio deerhound riusciva ad acchiappare una bella femmina saluki e mietere cos gli allori del successo. Anche questa volta non vide subito la lepre, ma quando si accorse di lei la ignor completamente; non aveva nulla a che fare con lui, la sua preda era la femmina. Le si mise alle calcagna, e dopo un centinaio di metri era col naso attaccato alla sua coda, col naso, cio, schiacciato sotto la coda di lei, mentre entrambi correvano a circa cinquanta miglia all'ora. La femmina ignor completamente questo intimo contatto del tutto fuori tempo, e uccise da sola la lepre, nonostante il turbinio di attenzioni del suo non desiderato partner. Quando torn indietro, trotterellando con la lepre morta in bocca, Dirk la segu camminando tutto impettito, chiaramente fiero delle sue prodezze, ma caduto molto in basso nella considerazione degli umani, mitigata solo dalla sua forte inclinazione alla commedia.
Dopo questa seconda farsa, mi scusai nuovamente col giudice, che disse: Se non ha mai partecipato ad una gara, bisogner che impari. Possiede slancio e velocit, ma crede che questa sia solo una caccia alla femmina. D'ora in poi le permetto di scioglierlo dietro a qualsiasi lepre, purch sia a ragionevole distanza, non importa quali altri segugi stiano ufficialmente per correre.  l'unico modo perch impari quel che si vuole da lui.
La lunga linea cominci nuovamente a muoversi, aggirando una grande distesa paludosa dove la neve si ammucchiava in spessi strati sui ciuffi di erica, e l'acqua profonda alcuni centimetri scricchiolava rompendosi sotto i piedi come il ghiaccio che si frantuma nelle torbiere. Lontano da me furono stanate e uccise altre lepri da altri segugi, troppo distanti, ahim, per sciogliere Dirk e rischiare un'altra farsa. Basso sul vento, aprendosi la strada contro il fine nevischio, giunse uno stormo di Cygnus musicus, d'un bianco abbagliante contro il cielo di un intenso grigio-azzurro, e le loro voci simili al suono di trombe dorate indugiarono a lungo nell'aria pungente. Alcune pernici bianche si alzarono in volo schiamazzando dall'erica con un frullar d'ali, lasciandosi trasportare dal vento lungo un grande arco ricurvo, ma ancora non c'era nessuna lepre dietro cui lanciare Dirk. Il piede mi faceva male a tratti e, come Hazel, cominciai a desiderare la fine della battuta, e un bel camino acceso davanti a cui ristorarmi, lontano da quel freddo intenso e dai disagi di quella brulla e invernale brughiera.
Poi, mentre lasciavamo la ghiacciata distesa paludosa per inerpicarci su per un pendio, vidi davanti a me un alto ciuffo di erica, che spiccava nitido e scuro sulla nuda terra spruzzata di neve, e fui certo che l dentro c'era una lepre. Riaggiustai il guinzaglio di Dirk, e mi preparai a lasciarlo libero all'istante. La lepre part venti metri davanti a noi, candida sullo sfondo dell'erica scura; per la prima volta, Dirk realmente la vide e cap cosa si voleva da lui; ma io indugiai alcuni attimi prima di lanciarlo, ritardando cos l'inseguimento. Le corse dietro come una meteora mentre la lepre era ancora in vista, lontana su per un pendio all'orizzonte, e passarono buoni sette minuti prima che potessimo rivederli. La fila stava ferma, aspettando un cenno dal giudice, e quando finalmente riapparvero, la lepre in testa e Dirk ansante circa trenta metri dietro, puntavano entrambi dritti dietro la linea dei segugi. Sia la lepre che il cane erano esausti, e qualsiasi segugio appena slegato avrebbe potuto ucciderla in pochi secondi, ma il giudice mi disse di richiamare il cane e la lepre fugg via libera come meritava. Pass attraverso la linea dei predatori che tiravano forsennatamente, travers un profondo fossato, e finalmente scomparve alla vista in un turbinar di nevischio. Ma la reputazione di Dirk era salva; aveva compiuto una lunga corsa senza mai rallentare, e perse il nome di giullare di corte.
Il giorno dopo la conclusione della battuta, la neve cominci a cadere con fitti, pesanti fiocchi bianchi che scendevano gi da un immobile cielo silenzioso; noi ci dirigemmo lentamente verso Camusferna con la Land Rover, e con lei e col suo verricello riportammo sulla strada parecchie macchine che si erano arenate in un pallido mondo gelato.
Solo dopo il nostro ritorno, mi resi chiaramente conto che le ipoteche sui fari erano ormai un puro miraggio, e che solo un miracolo poteva salvare Camusferna.
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19. Lontano da casa.
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Questo accadeva nell'autunno del '65; il colpo finale venne all'inizio del '66. Jimmy Watt, che si era occupato dell'andamento della nostra famiglia in continua crescita e delle sue sempre maggiori ramificazioni per otto lunghi anni, decise, non a torto, che era ormai venuto il tempo di lasciarci e crearsi una sua vita altrove. Una volta presa questa difficile decisione, fu abbastanza generoso nel concederci cinque mesi di tempo per sostituirlo, ed era quindi disposto a occuparsi di Camusferna e del suo minuscolo ma complesso impero fino al maggio del '66.
Questa fu la campana a morto della vecchia Camusferna. Nessuno al di fuori di Jimmy, con la sua lunga esperienza di tutti i nostri problemi pratici, e la sua, davvero unica, capacit di risolverli con totale disinvoltura e ben giustificata fiducia in se stesso - problemi che andavano dalle provviste da ordinare in citt lontane, alla manutenzione delle case, delle barche di ogni tipo e misura, delle macchine di ogni genere, della cura delle lontre, dei cani e degli uomini - avrebbe potuto tenere in vita quel luogo. Riconobbi a quel giovane di eccezionale talento l'assoluto diritto di farsi una vita tutta sua, ma dovetti anche riconoscere che gli avevo permesso di diventare insostituibile. Mi ricordai, troppo tardi ahim, di un fatto avvenuto tanti anni prima, durante la guerra. Avevo molto insistito col mio superiore per trattenere un assistente specializzato che era stato comandato altrove. Il mio superiore sembr prendere il problema molto a cuore. Fece per alcuni minuti dei ghirigori sulla carta assorbente, e poi chiese: Lei mi sta dicendo che questa persona le  letteralmente indispensabile?. Caddi immediatamente nella trappola e risposi: Signors, esattamente questo. Allora replic, deve assolutamente andarsene. Nel SOE non possiamo davvero permetterci che qualcuno diventi indispensabile! Ma, protestai, anch'io ero, date le attuali circostanze, assolutamente indispensabile, e avevo personalmente addestrato il mio assistente. Allora dobbiamo fare immediati passi perch tutto quello di cui  a conoscenza venga affidato alla carta. Informer il Quartier generale e chieder una dattilografa e due reclute. So che questo significher per lei del lavoro extra, ma non ho altra alternativa. Disgraziatamente non avevo imparato quella lezione, che oggi, dopo tanti anni, tornava a porre un'inequivocabile fine a tutti i miei progetti. Significava trovare degli zoo che ospitassero le lontre, e la chiusura definitiva di quel posto cos come era stato, perch la casa non poteva star in piedi senza la sua pietra angolare.
Una volta digerita la cosa, guardai a questo pesante compito come a qualcosa di difficile, ma non di impossibile; pensai, nella mia ingenuit, che sarei riuscito a trovare le case giuste per tutti i miei animali; e che, per quanto fosse penoso dopo diciotto anni, potevo trasferire i miei interessi a un altro luogo, magari all'isola del faro di Kyleakin, e rifarmi l una vita, usando l'esperimento sugli edredoni come temporaneo centro di interesse. Gran parte del mio entusiasmo, comunque, se ne era andato quando mi ero reso conto che l'epoca di Camusferna era ormai finita.
Lasciai la Scozia nel febbraio del '66 per il Nord Africa, perch avevo da fare alcune ricerche ancora necessarie per portare a termine Lord of Atlas. Due assistenti, sotto la supervisione di Jimmy Watt, dovevano preparare l'isola di Kyleakin per l'esperimento sugli edredoni; creare fresche pozze d'acqua, spiagge piatte fatte di cemento, costruire scatole per nidificare sul modello islandese, e innalzare aste per bandiere e pavesi. Entrambi se ne andarono prima che io tornassi, lasciando il lavoro a met, cosicch l'esperimento sugli edredoni non fu mai neppure iniziato. Quella patina magica che aveva, anni addietro, illuminato il mondo di Camusferna, era diventata, col passare del tempo, uno strato sottile; e attraverso di essa, nudo e scostante, si mostrava solo il vile metallo dei passati errori.
Quando nel febbraio del '66 lasciai Camusferna c'erano ancora, come ho gi detto, tre aiutanti, Jimmy, e i due assistenti temporanei, che lavoravano a Kyleakin. Durante la mia assenza a questi si aggiunse una giovane signora che aveva in passato battuto a macchina alcuni dei miei manoscritti, e che cercava asilo in Scozia per problemi personali. Arriv a Camusferna nella primavera del '66, mentre io ero all'estero, insieme alla figlia di sette anni e ad una inimmaginabile schiera dei pi diversi rappresentanti del mondo animale (asini; ponies; barboncini nani e danesi; gatti e oche; e una stravagante ma affascinante
cucciolata di cani, il risultato di un incrocio tra il grosso, lanoso cane da pastore inglese e l'esile, setoso, timido cane da pastore Shetland), e gli accidentali incroci di questa eccentrica comunit si mostrarono in una spettacolare esplosione demografica. A un certo punto c'erano ventisei cani, per non parlare delle altre razze di animali. Camusferna divenne una fattoria degli animali, e i quadrupedi vi dettavano legge governandola con una dittatura ferrea e distruttiva; la casa era entrata in una nuova e pi visibile fase di declino.
All'inizio seppi tutto ci per vie traverse, perch al mio ritorno in Inghilterra a maggio non ero in grado di fare immediato ritorno alla mia casa e di affrontare i suoi problemi. Restai a Londra e insistetti nei miei infruttuosi e sempre pi febbrili tentativi di accendere ipoteche sui fari. Dovetti infine abbandonare l'idea, e li misi in vendita come case arredate. Sembrava che la fortuna non dovesse pi venirmi incontro; di giorno in giorno, le notizie che mi giungevano erano solo di ritardi, disastri o morte. Nel giro di quarantott'ore, ricordo, venni a sapere della morte del mio cane dei Pirenei a Camusferna, e di un bianco stallone Barb che avevo comperato in Marocco. Il cane mor perch era stato lasciato fuori tutta la notte legato ad una catena che correva per il campo; era una notte burrascosa, e nel tentativo di trovare un riparo, il cane si era strangolato mentre cercava di attraversare una recinzione di filo spinato. Lo stupendo stallone bianco, che sapeva danzare e alzarsi in piedi a comando, e che amava gli essere umani in quanto tali, mor per trascuratezza e maltrattamenti in uno squallido foundouk a Marrakech, mentre era a pensione da un arabo di cui mi ero fidato. Mor forse della peggiore morte che un animale pu patire, e non voglio ora riportare i dettagli di un fatto che mi fece stare fisicamente male (un corrispondente inglese mi sped non solo una descrizione dettagliata, ma delle fotografie a colori).
La sopravvivenza finanziaria esigeva ora una ritirata completa ma ordinata: cominciai quindi a vendere i nostri piccoli beni. Vendetti la cinepresa (che ci era costata quasi mille sterline), con la quale avevamo progettato di fare una serie di documentari sulle Highlands e sulle isole, a poco pi di un terzo di quel che era stata pagata. Vidi in questo un segno preciso, il primo riconoscimento esterno della fine di un'epoca. L'unico traguardo che intendevo raggiungere, era di chiudere Camusferna il pi decentemente possibile.
Rimandai il mio ritorno in Scozia quanto pi potei; tornai a Camusferna solo ad agosto, e cominciai con la morte nel cuore a fare dei preparativi per il trasferimento delle lontre in uno zoo. Jimmy se ne era andato, e a Camusferna non c'erano pi aiutanti; solo la giovane signora, sua figlia e il loro incredibile mnage di animali.
Richard Frere, che aveva portato a termine i lavori di ristrutturazione delle case dei fari, si era assunto la responsabilit dell'amministrazione della societ e dei miei affari personali a maggio, quando Jimmy se ne era andato, perch, egli sosteneva, amava le sfide, e assai difficilmente avrebbe potuto trovarne una maggiore. Previde chiaramente la parte che avrebbe avuto, quella del comandante di una disperata azione di retroguardia contro l'insolvenza, fino a che non avessimo trovato dei compratori per Ornsay e Kyleakin. Si butt in quell'impresa con lo stesso entusiasmo con cui avrebbe affrontato la scalata di una parete fino allora inviolata, senza farsi alcuna illusione riguardo alle difficolt e alle avversit.
Camusferna era ormai un luogo triste, molto diverso da quello d'un tempo, ma in quel tardo, assolato settembre del '66, passai un ultimo giorno memorabile con la Polar Star, che avevo deciso di trasferire l'anno seguente a Loch Ness per adibirla ad uso turistico. C'era stata una settimana di bufere e uragani, tra i peggiori di quanto posso ricordare in tutti gli anni di Camusferna. Tutto quel che poteva volar via, vol via; ma il mio maggiore timore era che la palizzata di legno che chiudeva le lontre venisse sbattuta a terra dalla tempesta, lasciando cos libere le lontre in mezzo a quella gran confusione di indisciplinati essere viventi, a cui Camusferna dava temporaneo asilo. Le palizzate comunque resistettero, e quando le bufere cessarono, subentr, come spesso accadeva, una piatta bonaccia e un cielo azzurro senza nubi. Alan MacDiarmaid era ritornato a lavorare da noi per una quindicina di giorni, perch io ero allora l'unico uomo a Camusferna, e avevamo parecchie cose da fare a Kyleakin e a Kyle di Lochalsh.
Quando la mattina lasciammo gli ormeggi, mi accorsi immediatamente che qualcosa non andava. I motori partirono insieme, ma quello di dritta sembrava non trasmettere alla sua elica. Dando gas, i giri sul contatore aumentavano, ma non ne corrispondeva un uguale aumento di velocit. Dall'interno della barca fummo in grado di stabilire che la trasmissione idraulica dei motori era a posto, e desumemmo quindi che doveva esserci qualcosa fuori posto all'albero dell'elica. Partimmo verso nord con un solo motore.
Quando attraccammo al molo di Kyle di Lochalsh, ci rendemmo conto che l'elica di dritta non c'era pi; le tremende batoste che la barca doveva aver preso durante quei prolungati temporali, il continuo battere delle onde sugli ormeggi, tutto ci aveva minato il punto debole del lavoro di chi aveva montato quell'elica, ed ora quella giaceva a vari metri di profondit sotto la boa di ormeggio. Immediatamente dopo il nostro ritorno, cominciammo a cercare la costosa muta da sommozzatore che tenevamo a Camusferna per queste emergenze. Ma non c'era pi; era sparita, insieme a molte altre cose, e nonostante lunghe ricerche e indagini, non fu mai pi ritrovata.
Cos, nel pomeriggio, tornammo da Kyle con un solo motore. Il che ci consentiva undici o dodici nodi; sufficienti, comunque, ad affrontare il flusso della marea che correva da nord nello stretto di Kylerhea. Venimmo gi lungo Glenelg e, circa due miglia a nord degli ormeggi della Polar Star, stretti contro le alte scogliere, vedemmo gli sgombri balzare sul pelo dell'acqua. Questo accade quando i grossi banchi di sgombri spingono in superficie la loro preda, gli avanotti loro e di altre specie, e l'inseguimento avviene proprio a fior dell'acqua. L'effetto, per chi osserva,  un intermittente turbinare di spruzzi bianchi, spesso iridescenti, e per coloro che fanno assegnamento sul pesce come cibo, quel turbinare  un richiamo irresistibile.
Questa era la prima prova certa che gli sgombri si trovavano ancora nella zona; arrivano a giugno o ai primi di luglio e se ne vanno insieme ai turisti, all'inizio o alla fine di settembre, a seconda delle condizioni del tempo. Oltre le teste e le code di salmone, a parte la dieta principale a base di anguille, gli sgombri erano il cibo preferito delle lontre, e poich questi erano ancora presenti, e io avevo investito molti soldi nei deep-freezer, volevo sfruttare al massimo questa occasione.
Avevamo a bordo due cosacchi (trenta braccia di filo, una coda di venti ami su cat gut, e esche di piume di gallina), e ci demmo da fare per prendere quanti pi sgombri eravamo in grado di catturare da quel grande banco, che forse era l'ultimo della stagione, in modo da riempire i deep-freezer per l'inverno.
Il risultato di quei venti minuti di pesca ebbe quasi del fantastico. Perdemmo il banco alcune volte, ma lo ritrovammo sempre dopo una lenta ispezione della zona, e parecchie volte tirammo su il cosacco che girava vorticosamente carico da dieci a diciannove (questo fu il record di Alan e, credo, di Camusferna) pesci che si dimenavano freneticamente; le loro strisce colorate blu lapislazzuli e verde smeraldo mi riportarono indietro alla mia infanzia nel Galloway, dove pescavamo quello stesso pesce con il cucchiaino munito di un'unica esca, e riuscire a prenderne in una giornata una trentina era una cosa degna di nota. Ora ci capitava di tirar su talvolta trenta sgombri in un minuto, e quando stufi di pescare, avemmo finalmente perso il banco, ci ritrovammo a bordo pi di cinquanta chili di pesce.
Ripartimmo sempre con un solo motore verso gli ormeggi della Polar Star. A met strada circa, vedemmo sul mare immobile un fulmaro, che sembrava incapace di alzarsi in volo. Si trascin goffamente cercando di allontanarsi dalla rotta della Polar Star, ma era assolutamente incapace di librarsi in aria. Dissi ad Alan che dovevamo trarre in salvo quel derelitto, e lui part al suo inseguimento su di un canotto di gomma gonfiabile, mentre io mi tenevo distante con la barca. Fu, per molti aspetti, un'esibizione assai comica; ogni volta che il canotto si avvicinava al fulmaro, questi riusciva velocemente a virare di bordo, e io coglievo il ricco fiotto di imprecazioni di Alan attraverso le poche centinaia di metri di mare immobile che ci separava. Ma Alan, come sempre d'altronde, non tollerava di essere sconfitto, e dopo un quarto d'ora era di nuovo a bordo con l'impotente fulmaro che protestava. La protesta, nei fulmari,  diretta e inequivocabile. Spruzzano fuori dalla bocca un liquido cos nauseabondo e puzzolente da scoraggiare chiunque, se non un incallito ornitologo o un volenteroso soccorritore. Mentre stavo legando le gambe e le ali dell'uccello, questo emise una cospicua dose di quell'orribile sostanza su di me e sui cuscini della Polar Star; finalmente riuscii a chiuderlo in una scatola di cartone, e puntammo verso i nostri ormeggi.
Avevamo a bordo pi di cinquanta chili di pesce, e nessun mezzo comodo per trasportarli a Camusferna, distante mezzo miglio col dinghy e mezzo miglio a piedi. Una camicia di tela da marinaio, oltre ai miei pantaloni, era quanto avevamo a disposizione. Annodammo le maniche e il collo, facemmo scivolare quella grande massa di pesce dentro questo traboccante ricettacolo e partimmo in direzione di Camusferna, Alan con il carico del pesce sulle spalle piegate dalla fatica, ed io che stringevo teneramente contro il mio cuore la scatola di cartone con dentro il fulmaro.
Eravamo a meno di cinquanta metri da casa, e stavamo attraversando le dune di sabbia, quando Alan disse:  davvero una strana giornata, guarda l!. Quasi ai nostri piedi, c'era una berta minore che si trascinava penosamente tra la fitta agrostide delle dune, e le grandi ali a scimitarra, adatte ai lunghi voli planati e ai veloci colpi d'ala della famiglia degli albatros, a cui sia la berta che il fulmaro appartengono erano ora usate come mezzi di locomozione terrestri. Buttato da una tempesta sulla spiaggia, disse Alan, e pu alzarsi in volo solo dall'acqua o da un luogo alto. Meglio portar dentro anche lui, fino a che non sia possibile lasciarli andare in migliori condizioni.
Cos quella sera, arrivammo a Camusferna con un fulmaro in una scatola di cartone, e una berta avvolta nella carta oleata (perch il contatto di una mano umana pu togliere alle penne di un uccello marino quello strato impermeabile che gli permette di fare il bagno che tanto desidera senza inzupparsi fino all'osso).
Li mettemmo entrambi nel bagno, la berta chiusa nel vano della doccia, e il fulmaro libero. Il risultato fu dei pi sgradevoli, perch il fulmaro espelleva, cos almeno sembrava, molto pi di quanto non ingerisse, e per gli umani che lo accudivano, la cosa era alquanto spiacevole. Tanto per cominciare, nessuno dei due uccelli mangiava spontaneamente; entrambi venivano imboccati a forza, uno di noi teneva il becco aperto e l'altro cacciava dentro il cibo spingendolo gi nel gozzo
che opponeva resistenza. Avevano ognuno una dieta particolare; al fulmaro davo pesce, fegato di pesce e grandi quantit di grasso di pancetta (ricordandomi, per esperienze passate, quanto si erano dati da fare intorno al fegato dei pescecani e delle balene, e a qualsiasi sostanza grassa che trovassero a disposizione), mentre nutrivo la berta con cozze, fegato di pesce e le parti carnose, ricche di proteine, delle patelle. Evitammo di toccare con le nostre mani il loro piumaggio ma ciononostante si rifiutarono di ridiventare impermeabili (un trauma o uno shock  spesso responsabile di questa condizione). Il fulmaro, impacciato, privo di grazia, e totalmente fiducioso, faceva il bagno con grande soddisfazione, sguazzando nell'acqua e compiendo gesti rituali che mimavano una completa immersione, e ne usciva completamente zuppo e inzaccherato. Alla berta minore, invece, il bagno veniva fatto a forza, perch sembrava detestare l'acqua e tutto quel che aveva a che fare con lei; ma una cosa avevano in comune: nutrirli due volte al giorno era estremamente penoso e faticoso. Quando le nostre dita emergevano dal gozzo dell'uccello, le punte ricurve dei loro becchi, simili a quelli di un pappagallo, riuscivano ad azzannarle con forza assolutamente inaspettata, tale da far uscire il sangue, prima che potessimo tirar via la mano, e alla fine della prima settimana, la mia mano destra era ricoperta di innumerevoli cicatrici.
Poich questi due uccelli che vivono sugli oceani, sono raramente, anzi quasi mai, conosciuti dal pubblico che frequenta gli zoo, proposi ad uno zoo scozzese di prenderli e tenerli fino a che non fossero pronti per essere liberati. La risposta fu che potevano forse prendere per un certo tempo il fulmaro, ma non la berta, perch era impossibile tenerla in vita in cattivit. Finalmente trovammo un ufficiale della Societ per la Protezione degli Animali disposto a provare; fino ad allora, eravamo gli unici che erano riusciti a mantenere una berta per tre settimane in buona salute, facendola anzi migliorare. Da noi, tra l'altro, i due uccelli andavano difesi da tutti gli altri animali predatori ospiti di Camusferna, e questo aggiungeva notevoli problemi ad un mnage familiare ormai trasformato in un caotico serraglio. Portammo gli uccelli in macchina a duecento miglia di distanza, al RSPCA di Aberdeen.
Cataste di alghe nel bagno, perch il petto del fulmaro potesse riposare contro di esse come era sua abitudine, grosse chiazze d'acqua, escrementi d'uccello biancastri e sdrucciolevoli ovunque nel bagno, pezzetti di fegato sparsi qua e l sul pavimento, l'andatura goffa e priva di grazia del fulmaro quando gli andava di muoversi; questi sono i miei ricordi dei due uccelli la cui trionfale liberazione, presso lo RSPCA alcune settimane dopo, ci ripag forse per quanto avevamo sofferto nel loro interesse.
La situazione degli animali, con l'aggiunta di questi uccelli chiusi nel bagno, aveva qualcosa di irreale. Ce n'erano talmente tanti, che quasi non riuscivamo pi a muoverci. Una porta aperta era un chiaro invito ad una chiassosa e smisurata valanga di cani, di ogni misura e forma, ma con desideri chiaramente contrastanti. L'incredibile fertilit della famiglia si cristallizz per me nella scoperta, un giorno, di una cucciolata di gattini svezzati che vivevano nel solaio sopra il corridoio, di cui nessuno sapeva nulla.
Con la necessit di fare degli immediati e pratici piani per i pochi animali che mi appartenevano, mandai a un ristretto numero di zoo la seguente lettera, e ogni parola che scrivevo mi lacerava il cuore, perch capivo che questa era proprio la fine di Camusferna.
Caro X,
Le scrivo perch  molto probabile che questo autunno io debba trovare una sistemazione per le mie due lontre Edal e Teko, e vorrei farne dono ad uno zoo che fosse in grado di tenerle cos come sono state abituate.
Ritengo che, dopo la morte della leonessa Elsa, Edal (dell'Anello di acque lucenti)  forse l'animale vivente pi noto, e potrebbe costituire certo una grande attrattiva per lo zoo che lo ospitasse. Anche Teko ha un notevole numero di ammiratori. Edal  una Aonyx capensis della Nigeria; Teko, della Sierra Leone, sembra appartenere ad una sottorazza non riconosciuta. Non si accoppiano, e devono essere tenute separate.
Tengo naturalmente moltissimo ad assicurare loro condizioni di vita ideali. Il che significa, soprattutto, quelle a cui sono state abituate: una zona interna riscaldata dall'alto con raggi infrarossi, e ampi e svariati giochi d'acqua all'esterno. Non si accontentano dell'acqua ferma, ma vogliono un qualche sistema di fontane, cascate, eccetera con cui giocare, oltre all'acqua profonda in cui immergersi. Poich non tutti sono in grado di poter provvedere a una sistemazione del genere, sto scrivendo a un ristretto numero di zoo, per trovare chi sia interessato a questa mia proposta.
Teko si nutre soprattutto di pesce e qualche anguilla, anche se  poi quasi onnivoro; Edal non mangia pesci di mare tranne gli sgombri, e viene nutrita soprattutto con anguille vive. Teko  oggi il pi giocherellone dei due, ma entrambi giocano per ore con un qualsiasi oggetto adatto che viene loro dato.
Le sarei molto grato se volesse farmi conoscere le sue idee in proposito, in modo che io possa restringere il campo di indagine.
La risposta a questa circolare fu entusiasta, e nell'agosto del '66 scelsi uno zoo il cui Consiglio direttivo, a quanto ero venuto a sapere, aveva deciso di stanziare la somma necessaria per la completa sistemazione delle due lontre. Questo significava una fontana in ogni vasca, e numerose altre piacevolezze che avrebbero protetto sia le lontre che il pubblico. Mi sembr allora che, nonostante questa soluzione fosse assai dolorosa, ero riuscito a risolvere egregiamente il problema della chiusura di Camusferna e del benessere degli animali. Queste due cose erano ormai l'unico mio scopo, e volevo portarle a termine con efficienza e nel miglior modo possibile.
Dapprima lo zoo chiese le lontre per la fine di settembre; poi, date alcune difficolt nei lavori, la data fu posposta a met ottobre. Lasciai Camusferna, e andai a vivere a un'ora di macchina dallo zoo. In ottobre la data venne di nuovo posposta di un mese, per le stesse ragioni. Solo a dicembre realizzai che il progetto era definitivamente saltato per aria. Visitai lo zoo per la quarta volta, accolto inaspettatamente da un'orda di giornalisti e di telecamere, e scoprii che avevano appena iniziato, ma solo appena, i preparativi per la sistemazione di un'unica gabbia. C'erano i corrispondenti di molti giornali; uno di loro aveva gi preparato il pezzo, che diceva, Riconoscete questa fotografia?  lui, s,  lui, l'eroe dell'"Anello di acque lucenti" di Gavin Maxwell, MIJBIL, la lontra di Maxwell, in latino, Lutrogale perspicillata maxwelli, ora regalata allo zoo di X. Non ero di buon umore, e feci notare acidamente che non era poi un gesto cos generoso regalare a uno zoo un animale morto ormai da nove anni. Non avevo mai fatto il giornalista, dissi, ma immaginavo che, come in quasi tutte le altre professioni, il successo fosse in buona parte dovuto ad un certo lavoro fatto precedentemente a casa; in questo caso, almeno una veloce lettura di quel che avevo scritto sulle mie lontre. Mi dispiace rispose ho solo letto uno dei suoi libri, "A Reed Shaken by the Wind", ma mia moglie e i miei figli ne hanno fatto la loro Bibbia familiare. Non so di nessun'altra lontra dopo Mijbil, e ho saputo dell'"Anello di acque lucenti", parlando per telefono con Londra.
A parte la stampa, che, per essere sinceri, era stata anche gentile, fu una mattina alquanto complicata. Una commissione sugli zoo, mi fu detto quel giorno, aveva cancellato la somma stanziata non lasciando neppure quelle poche lire necessarie a costruire anche una sola fontana. Fui informato tra l'altro, e per la prima volta, che il nostro accordo iniziale, che Edal sarebbe cio stata data in deposito per sei mesi, e quindi donata, se si fosse ambientata bene in quella nuova situazione, non poteva essere accettato dallo zoo, che era disposto a prendere Edal solo come dono diretto e immediato, nonostante la sistemazione del tutto inadeguata. Quell'accordo non era stato approvato dal Consiglio
direttivo, ma era una decisione di uno degli impiegati. Mi trovavo comunque, in un vicolo cieco, e per me particolarmente spiacevole; mi ero contorto e arrotolato su me stesso fino al punto di separarmi da Edal dopo anni di reciproco affetto, e ora dovevo srotolarmi sull'istante come la molla rotta di un orologio.
Sapevo che non avevo altra scelta: dovevo cancellare tutti i nostri accordi, e posporre la faccenda della sistemazione delle lontre di un altro anno. Solo la mia cieca fiducia in Richard Frere, e la sua capacit di combattere un'azione di retroguardia, rendeva possibile questo rinvio. La giovane signora, che insieme a sua figlia e ai suoi innumerevoli animali, occupava tumultuosamente Camusferna, acconsenti di occuparsi delle lontre fino a che non si fosse trovata un'alternativa soddisfacente e definitiva; e le due erano ancora a Camusferna quando vi tornai nell'agosto del '67.
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20. Il ritorno di Mossy e Monday.
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Le lontre sarebbero restate a Camusferna fino a che non avessi trovato una degna sistemazione: su questa dolorosa ma momentanea rassicurante nota, lasciai quel poco che restava della vecchia Camusferna nel dicembre del '66. Finora ho scritto la narrazione dei fatti lontano centinaia di miglia da casa, vivendo solo e all'estero, in una citt fino allora a me sconosciuta, cercando di riassumere il susseguirsi degli avvenimenti che portarono alla disintegrazione del mito di Camusferna e, insieme, alla mia decisione di tornare l per un'ultima estate; ricreare, almeno per una stagione, l'incanto quale era stato un tempo.
Alla fine di aprile del '67, in una citt assai lontana dal centro della mia storia, ricevetti due telegrammi da Camusferna. Il primo diceva: Monday oggi tornata a casa con i cani attendo istruzioni su cosa fare. E il secondo, due giorni dopo: Accolta in casa femmina macchie rosa sul naso ferita da tagliola maschio sotto pavimento ingresso Alan non riconosce stop non serve tenerla chiusa segue lettera.
Scrisse tre volte, ma i cambi di indirizzo uniti al cattivo funzionamento della posta in quel lontano paese, resero il suo racconto provocantemente frammentario; la prima sua lettera, in cui descriveva il miracoloso ritorno dopo quattro anni delle due lontre indigene da noi liberate, non mi arriv mai.
Lessi quindi la seconda provando una forte sensazione di irrealt, come si legge un episodio isolato di una storia poliziesca di cui si  perso l'inizio.
Le incontro spesso sulle isole e all'estuario del fiume. La cosa strana  che sono molto attive di giorno, tornano a casa la notte per mangiare e dormire.  meraviglioso vederle nuotare e giocare allegramente in mare, spruzzandosi in continuazione l'un l'altra. Monday  sempre il leader. La cosa positiva  che  troppo intelligente per cadere in una trappola una seconda volta... Sono riuscita a convincere il ragazzo che aveva messo la tagliola nel braccio di mare accanto a Druimfiaclach, a toglierla; il che  una cosa buona, perch le lontre vanno spesso a pescare in quell'insenatura. La zampa  ormai quasi a posto, solo un piccolo bernoccolo sull'osso nel punto della rottura. Nelle ultime due settimane sono state delle lontre fantasma. Avevo un ospite, e le due comparivano di sera per prendere il pesce. Ma dopo che l'ospite  partito, Monday  tornata a dormire qui, e domenica mattina mi sono alzata molto presto, e l'ho trovata che dormiva ancora nel vano della doccia, sulla schiena come Edal. E la sua pancia si muoveva - avevo gi avuto il sospetto che fosse incinta, ma ora ne ebbi la certezza. Non credo che far i piccoli nella doccia, perch c' stato troppo andirivieni di gente, e non credo neppure che il maschio (che pensiamo sia Mossy) la raggiunga li, ma spero che li faccia sotto il pavimento dell'ingresso, dove passano molto tempo, ma non so se usano quella scatola. Non ho il coraggio di sollevare quel portello per vedere, per paura che sentano invasa la loro privacy.
Monday mangia in bagno il pesce che le va, poi trascina il resto fuori per Mossy. Lui  un vero pirata; non l'ha nutrita quando si  rotta la gamba in quella tagliola e non poteva provvedere a se stessa. Ora Monday si assicura la sua parte; mangia quel che le va senza prestare alcuna attenzione a noi che stiamo ad osservarla, poi trascina quel che rimane di un pesce grande quasi quanto lei lungo il pavimento di linoleum, fuori della porta, dentro il buco che porta ai suoi appartamenti, sotto al pavimento dell'ingresso.
A parte la tortura delle supposizioni su cosa contenesse la prima lettera che era andata persa (oltre le poche righe citate, c'erano alcuni accenni a Druimfiaclach che non era pi disabitata, e ad una ulteriore, ancora pi spettacolare, esplosione demografica tra i cani e gli asini di Camusferna), lessi questa lettera con sentimenti contrastanti, perch circa a met cominciai a realizzare le sottintese implicazioni affatto contrarie a quella politica che avevo con fatica stabilito - passare un'ultima estate a Camusferna e poi chiuderla definitivamente, affidando le due lontre, Edal e Teko, a una pubblica istituzione che fossi stato in grado di trovare e che le avrebbe accudite. E invece mi trovavo di fronte la possibilit che quel figliol prodigo tornato ferito all'ovile, Monday, fosse tornata a Camusferna fidando ancora negli uomini, con l'intenzione di dare alla luce i suoi piccoli in quella che un tempo era stata la sua casa e il suo rifugio, quando ancora non era mai stata ferita, una casa che intendevo sgombrare di tutti i suoi animali, e lasciare aperta ai quattro venti. Se un'altra famiglia di lontre domestiche, piene di fiducia nei confronti del loro peggiore nemico, si fosse installata l, non avrei davvero potuto disfarmi del risultato della mia antica ospitalit permettendo che venissero uccise per la loro pelle, come certamente sarebbe accaduto. Sembrava che Camusferna non volesse lasciarmi andar via.
In risposta a un mio telegramma, arriv la sostituzione della lettera perduta.
La lontra femmina arriv il pomeriggio di marted diciotto aprile. La porta d'ingresso sul campo era aperta, e anche la porta tra l'ingresso e il soggiorno. Due dei miei cani facevano avanti e indietro, e la lontra entr disinvoltamente insieme a loro. Corsi a prendere due omelette che avevo appena cucinato per Edal e Teko, e chiusi le porte. Poi le mandai quel telegramma per sapere cosa dovevo fare.
(Avevo risposto: "La incoraggi e la nutra ma non tenti di rinchiuderla".)
L'attirai nel bagno con un pesce e le preparai un letto nel vano della doccia. Si accomod subito nel letto, e bevve dell'acqua da un catino che le tenni davanti. Era docile e domestica; si fece accarezzare, e riuscii a metterle della pomata alla cloromicetina su una grossa ferita che aveva sulla zampa anteriore destra e che buttava del pus.
Quella stessa sera, vidi la testa di un'altra lontra che occhieggiava da sotto la porta dell'ingresso. Andai in bagno a controllare, ma la femmina dormiva ancora nel vano della doccia. Non riuscii ad attirare la seconda lontra dentro casa, ma questo (era un maschio) era sufficientemente domestico e prendeva il cibo dalle mani. Ora che ce n'erano due, pensai dapprima che dovevo aprire la porta del bagno e lasciare libera la femmina, ma poi decisi che la sua zampa richiedeva una certa cura, e vidi che il compagno non lasciava la casa fino a che lei era dentro. Quando ricevetti il suo telegramma, aprii la porta, ma Monday mangi il suo pesce come al solito, e si rimise a dormire. Sembrava disinteressarsi completamente del suo compagno. Andava verso la porta del bagno, guardava fuori, poi la tirava per chiuderla prima di ritornare a letto, dal che ebbi l'impressione che l'avesse gi fatto in passato.
(Era vero,  una porta scorrevole, e nel periodo in cui tentavo di tenerla chiusa, quattro anni prima, aveva imparato a memoria quel difficile meccanismo.)
Fu difficile convincerla a nuotare nella vasca. Ogni tentativo di attirarla l era fallito, provai quindi mettendole davanti un pesce perch lo azzannasse, trascinandola poi con questo verso la vasca. Si trov immediatamente di fronte il grande specchio sopra la vasca, e rimase affascinata dalla lontra che l vide riflessa. Si spostava da una parte all'altra, e batteva i denti con una certa irritazione nell'accorgersi che l'altra lontra faceva le stesse cose; poi cominci ad accarezzare lo specchio con le mani. Sembrava avesse idee ben precise su come andasse gestito un albergo per lontre. Quando sporcava sul pavimento, continuava a battere tutt'intorno dove aveva sporcato, guardandomi e digrignando i denti fino a che non riusciva a convincermi a pulire.
Quando ha ben mangiato ed  soddisfatta, si stende sulla schiena mordicchiando e succhiando il suo bib, quella sorta di bavarola di pelle che ha sulla gola, come fa Edal, cosa che lei ha descritto con tanta grazia nei suoi precedenti libri sulle lontre di Camusferna. Poi si mette a dormire sulla schiena, con le zampe in aria. Comunque siano andate le cose, sembra considerarsi di diritto un membro della famiglia.
Fare il bagno  diventata una cosa molto difficile, perch Monday ha il vizio di mordere le dita dei piedi; non credo per aggredire, ma per una birichinata. Cos entro in bagno solo con gli stivali. Quando mi sono completamente spogliata tranne gli stivali, ne tolgo uno e metto quel piede nella vasca. Ha mai provato a sfilarsi da un piede uno stivale che non coopera affatto, stando in equilibrio su una sola gamba, in una vasca piena di acqua bollente?  un'esperienza che ha il suo uguale solo nel successivo tentativo di uscire dalla vasca.
Dopo quattro giorni che stava nel bagno, cominci ad interessarsi a ci che le stava intorno e a fare dei giri di ispezione. Nel frattempo, aveva messo su parecchi chili, ed era pi forte e notevolmente pi agile. Cominci coll'arrampicarsi sui ripiani e a lanciare di sotto tutto quel che trovava, assaggiando ogni cosa con i denti ed esaminandola quindi attentamente prima di buttarla via con disprezzo. L'espressione della sua faccia mentre affonda i denti in una saponetta,  una cosa che non dimenticher mai.
Il suo tour de force fu l'assalto all'armadietto con lo specchio sopra al lavandino. Si arrampic sul lavandino, e stette ferma abbastanza a lungo ad esaminare la faccia della nuova lontra che le si parava davanti: sembrava fare dei paragoni con l'altra faccia che aveva visto nello specchio sopra la vasca da bagno. Poi, avendo appurato che non aveva alcun odore di lontra, apr lo sportello dell'armadietto. Si reggeva con la mano sinistra ad uno dei ripiani, e usava la destra per lanciare di sotto tutto quel che c'era dentro. Aveva l'espressione di un bambino che, legato dentro una carrozzina, lancia fuori tutti i suoi giocattoli per vedere che effetto fa.
Nulla riusciva a convincerla ad abbandonare il bagno, e sembrava spaventata all'idea di uscire all'aperto, cos tagliai un buco nel muro (di legno intonacato) in modo che potesse andare e venire, senza paura
di restare chiusa fuori. In queste ultime due settimane, cio fino ad oggi, Monday e il suo compagno stanno fuori per tutta la giornata, e ritornano la sera, la femmina nel bagno, il maschio nei suoi appartamenti sotto il pavimento.
Dopo qualche tempo venni a sapere come era stata ferita. Avevo gi avuto il sospetto che fosse stata presa in una tagliola, ma non seppi nulla di preciso fino a quando, un giorno, andai a prendere una tazza di caff dai nuovi abitanti di Druimfiaclach. La signora parl di una lontra che suo figlio aveva preso con una trappola. Aveva messo una tagliola sul limitare del braccio di mare sotto casa e un giorno videro che l dentro qualcosa si muoveva. Suo figlio and a vedere di cosa si trattasse, e scopr che era una lontra. Quando apr la trappola, la lontra, invece di scappare via, gli si lanci contro, e il ragazzo la cacci via con un bastone. Lei torn all'attacco, e di nuovo lui si difese con il bastone. Finalmente la lontra se ne and, ma si guard indietro parecchie volte, come incerta se dovesse ancora attaccarlo. Tutto questo accadde cinque giorni prima che Monday arrivasse a Camusferna; e durante tutto quel tempo certo non fu in grado di badare a se stessa, perch il ragazzo disse che quando la vide era in buone condizioni, mentre quando arriv qui era assai magra. Che fortuna che si sia ricordata dove andare in un momento difficile, e che io fossi qui ad accudirla.
Erano passati esattamente quattro anni da che Mossy e Monday erano stati visti sotto il pavimento dell'ingresso della casa di Camusferna o a ragionevole distanza da essa, perch quella breve apparizione alla cascata, nell'estate del '64, era chiaramente contraria alle intenzioni di Monday. Ma la descrizione contenuta in questa lettera non mi lasci alcun dubbio sul fatto che fossero proprio loro: Mossy, stupido, timoroso, egoista; Monday incredibilmente agile, capace di arrampicarsi ovunque, cos intelligente da afferrare al volo i principi meccanici basilari. In passato avevo scritto: Spero che se scriver ancora di Camusferna, l'assassinio di Monday non debba macchiare le pagine del mio libro...  triste pensare che la sua dinamica personalit possa essere cancellata per appagare momentaneamente il profondo vuoto e la frustrazione che sono all'origine del desiderio di uccidere. Questo, almeno, non mi  toccato farlo. Ferita e incapace di provvedere a se stessa, si era ricordata di noi ed era tornata. Certo non aveva dimenticato che oltre al pesce a volont e all'affetto, c'erano state lunghe e forzate reclusioni contro cui lottare, ma nel cercare il santuario di Camusferna in un momento di difficolt, si era anche ricordata con quanta costanza e quanta insolenza si era burlata di noi, e sapeva di poterlo rifare se se ne fosse data la necessit.
A tante miglia da Camusferna, l'ultimo paragrafo della lettera mi riemp di una accorata nostalgia per quel che avevo un tempo tanto amato. Camusferna, in questi giorni,  pi bella che mai; ci sono grandi distese di primule, campanule, violette, e ovunque una gran profusione di fiori selvatici.
Ma la lettera aveva un poscritto: Un poltergeist  arrivato in casa; ieri ha rotto due finestre; una mentre sedevo nell'angolo del divano dove lei siede abitualmente, e una in cucina mentre stavo mettendo a posto.
Ditemi, che ne  dell'albero del sorbo?
...
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...
21. Malattie.
...
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Tornai in Inghilterra il diciotto giugno del '67, avendo fissato per lettera, senza averlo mai visto, un aiutante che mi desse una mano a Camusferna durante la mia ultima estate con le lontre. Era Andrew Scot, un ragazzo con cui avevo una regolare corrispondenza negli ultimi cinque anni, ma che non avevo mai incontrato di persona, e che lasciava ora la scuola all'et di diciassette anni. Nel frattempo, dovevo aspettare a Londra che la giovane signora che stava a Camusferna, traslocasse insieme ai suoi innumerevoli animali (tra cui due asine messe incinte dal poney ritenuto castrato), in una casa vicina al villaggio.
Affrontai immediatamente il problema di come sistemare definitivamente le lontre, perch l'esperienza dell'anno passato, e il crollo finale degli accordi con lo zoo prescelto, mi avevano insegnato che il tempo, in questo tipo di situazioni, non va mai sprecato. Pensavo che sarebbe stato bene chiudere Camusferna prima dell'arrivo dell'inverno: tanto valeva quindi cominciare subito le ricerche.
Avevo dedicato a questo problema molte ore di riflessione mentre ero all'estero, ed ero tornato con l'abbozzo di un piano. Avevo ormai capito che uno zoo non poteva risolvere i miei problemi; quasi tutti potevano disporre di uno spazio troppo limitato, e anche con la somma di denaro stanziata da quel Consiglio direttivo, sarebbe stato difficile assicurare quelle che io ritenevo le condizioni ideali. Cos esclusi tutti gli zoo, e insieme abbandonai la possibilit di una casa privata, perch ormai quel particolare tipo di milionario eccentrico non esiste pi.
Mi restava un'unica possibilit: qualcuno che investisse del denaro per offrire agli animali condizioni di vita ideali, in modo da poterne trarre alti guadagni, facilmente calcolabili d'altronde, diversamente da
uno zoo, dove  di fatto difficile riuscire a calcolare le possibilit di introito di ogni singolo animale in mostra.
I leoni di lord Bath a Longleat... il grande parco del duca di Bedford a Woburn, ma c'era qualche animale a Woburn, che potesse davvero competere con i leoni di Longleat? Dubito che i leoni di Longleat sarebbero stati un'entrata cos cospicua, se il pubblico non si fosse appassionato a loro attraverso la storia della leonessa Elsa di Joy Adamson; ma dopotutto, Edal aveva quasi superato nelle vendite Elsa, ed Edal era ancora viva mentre Elsa era morta. A Woburn c'erano,  vero, alcune notevoli rarit: il bisonte europeo e gli esemplari arrivati da quasi tutto il mondo dell'altrimenti estinto cervo di Padre David, ma questi non erano singoli animali famosi, con un pubblico di migliaia di ammiratori, come Edal e Teko.
Cos, tornai a casa con la mezza idea di tentare un approccio con Woburn, idea che mi venne riconfermata da due episodi verificatisi durante i miei primi giorni in Inghilterra. Primo, mi fu riferita una vignetta apparsa su di un giornale, dove erano rappresentati due van che arrivano a Woburn, rispettivamente con l'etichetta leoni e cristiani, e con la scritta Qualsiasi cosa faccia Bath, Bedford fa sempre meglio. Secondo, fu la scoperta che un mio conoscente, Michael Alexander, aveva ottenuto alcune concessioni a Woburn, soprattutto riguardo ad animali, e che c'era la possibilit che queste venissero estese.
Michael era entusiasta dell'idea, e mi port in macchina a Woburn dopo solo una settimana dal mio ritorno. Mi mostr 1'Angolo dei preferiti, dove un improbabile connubio di animali selvatici e domestici, tutti sublimemente disattenti al pubblico che camminava in mezzo a loro, erano covati da un immobile e benigno avvoltoio appollaiato maestosamente sulle grate di legno di un piccolo recinto centrale. Tre stupende are, libere e senza catene, volavano di albero in albero tutt'in-torno a noi, e il fantastico splendore delle loro piume si accendeva ai raggi di un brillante sole pomeridiano. Attraversammo l'Angolo dei preferiti lasciandocelo alle spalle, fino ad un luogo semiabbandonato, che Michael pensava potesse servire da casa per le lontre. Non appena
lo vidi, capii che questo, se fosse stato possibile ottenerlo, poteva essere il paradiso per le lontre. Avevamo davanti a noi un piccolo lago cosparso di ninfee, un lago non perfettamente rotondo, largo forse sessantacinque metri per cinquanta. L'acqua, mi fu detto, al centro era fonda tre metri e mezzo, e digradava ai bordi fino a un metro e mezzo. Ci doveva essere certamente, da qualche parte, un sistema di immissione e emissione d'acqua, perch tra le ninfee vicino a noi vidi un leucisco dorato, e pi in l alcuni piccoli pesci che saltavano fuori dall'acqua, troppo lontani per poter essere identificati. Ci trovammo sotto un colonnato di pilastri e archi di legno, decorato alla maniera cinese, che
abbracciava per met la circonferenza del lago, una sorta di passaggio coperto ricco di ornamentazioni, separato dall'acqua da un metro circa di prato erboso. Questa spettacolare stravaganza era chiamata la Casina cinese, costruita con l'agio di spazio dei tempi andati, come un gioiello a s stante nella corona dei Bedford; proprio dietro di noi, si apriva un'ampia stanza che affacciava sul colonnato. La situazione era perfetta; anche il pi cauto uomo d'affari avrebbe giustificato una grossa spesa, perch le lontre sarebbero state in mostra da sole, e il pubblico avrebbe pagato un biglietto apposta per vederle. Peccato solo che l'incompatibilit tra Edal e Teko creava alcuni problemi, perch il lago avrebbe dovuto essere diviso in due.
Pianificammo isole e fontane artificiali, e dove disporre gli appartamenti notturni riscaldati; e nonostante che questo non fosse che un semplice giro di ricognizione, noi decidemmo ogni cosa fin nei minimi dettagli. Restava a Michael di ottenere la concessione di questa parte della tenuta, che al momento attuale non procurava certo entrate degne di nota.
Quando ormai non c'era pi nulla da discutere, Michael mi port in una delle sue escursioni-safari attraverso il grande parco. Questo enorme e non deturpato pezzo di campagna, millecinquecento ettari circa chiusi da un alto muro di mattoni lungo pi di tredici miglia, racchiude dieci specie diverse di cervi, che vivono allo stato completamente selvatico in un suggestivo paesaggio, per non parlare del bisonte europeo e di quello americano, dei piccoli canguri australiani, dei lama, degli alpaca, dei guanachi, dei nand tanto simili agli struzzi, e delle gru sarus. L'organizzazione delle escursioni-safari in grandi veicoli a quattro ruote, in modo che il pubblico potesse vedere tutte queste meraviglie assai da vicino, quasi come nelle riserve di caccia africane, era stata l'ultima felice impresa di Michael a Woburn, e aveva incontrato una popolarit ampiamente meritata. Mi parve di tornare indietro di secoli, assai prima dell'industrializzazione, quando gran parte dell'Inghilterra era cos, grandi distese erbose con nobili querce e branchi di cervi che brucavano. Robin Hood e i suoi uomini dal vestito verde non sarebbero sembrati qui meno fuori posto dei cervi. A parte l'interesse degli animali, molti dei quali permettevano alla macchina di avvicinarsi a pochi metri da loro, il fascino maggiore era la totale mancanza di ogni frazionamento all'interno di quella vasta estensione di terra, l'immensit e il silenzio; e posso ben capire come anche coloro che non nutrono un interesse particolare per gli animali, potessero trovare, in quella mezz'ora di safari, un mondo magico in netto contrasto con la sterminata distesa di mattoni, pietre e stridori meccanici, entro cui un numero cos grande di persone  condannato a vivere. Tornando dal safari attraverso quel parco verde, tra animali silenziosi e pacifici, pensai che nonostante questa fosse soprattutto un'iniziativa commerciale, era anche un servizio pubblico profondamente necessario.
Nel frattempo, era cominciata ad affiorare una sequela di strani e allarmanti disturbi fisici. Poco dopo il mio ritorno dal Nord Africa, ero seduto alla scrivania per fare alcune telefonate. Quando il primo numero rispose, fui stupefatto di scoprire che, senza alcun sintomo premonitore, non avevo pi un filo di voce; non riuscivo nemmeno a sussurrare qualcosa. Il giorno dopo stavo piuttosto male, col mal di testa, nausea e cattiva digestione. Presi degli antibiotici, ma dopo cinque giorni questi non avevano fatto alcun effetto: mi decisi quindi a chiamare il dottore. Mentre mi auscultava, notai che indugiava a lungo sul polmone sinistro, e quando ebbe finito disse: Non ho dubbi che cambiando l'antibiotico, la situazione generale migliorer sensibilmente, ma sento alcuni crepitii alla base del polmone sinistro, e penso che lei abbia un inizio di polmonite. Vorrei fare un controllo radiologico il pi presto possibile.
Risposi: Bene, suppongo di essere l'individuo adatto per un cancro al polmone; sono nell'et giusta e fumo ottanta sigarette al giorno.
Vorrei fissare un appuntamento con la Clinica toracica ! disse il dottore. Fece una telefonata, ma riusc a ottenere un appuntamento solo per il venerd, e i risultati mi sarebbero stati comunicati solo il marted successivo. Gli chiesi quale era la cosa peggiore che i raggi potessero rivelare, e lui rispose: Quel che lei ha appena detto. Data questa probabilit, non disse nulla di positivo o di negativo a riguardo, ma quando gli chiesi se, una volta avuti i risultati, mi avrebbe detto l'assoluta verit, rispose: S, lei  uno dei miei pazienti con cui ritengo giusto agire cos.
Il tempo tra mercoled e venerd pass molto lentamente, e durante quei giorni mi convinsi che i risultati sarebbero stati positivi. Ero, come avevo detto al dottore, il caso classico per quella malattia, ed ora che mi ero messo in testa quell'idea, riconobbi che avevo molti dei sintomi descritti nei libri. Milioni di persone sono passate attraverso questi giorni di attesa, e per periodi molto pi lunghi; ma a me non  mai capitato di leggere qualcosa scritta di prima mano: vale forse quindi la pena che io annoti qui le mie sensazioni. Come prima cosa, sentii che era impossibile cercare gente o parlarne con qualcuno che non avesse presentemente o non avesse avuto, un cancro. Sembrava un mondo privato, chiuso, terrorizzante, da cui tenersi alla larga. Raccontai i nudi fatti ad alcuni che potevano esserne interessati, ma non fui in grado di discuterli. In seguito a questa sensazione di esclusione, di esser tagliato fuori dal mondo normale, cancellai tutti i miei impegni fino al seguente marted, quando avrei saputo i dettagli e la prognosi. Sopraggiunse, inaspettata, una totale rassegnazione, che ritengo si sarebbe dimostrata temporanea: mi preoccupava meno avere un cancro (come ormai ero convinto di avere, al di l di ogni ragionevole dubbio), che i possibili cambiamenti dei miei piani e dei miei programmi che questo avrebbe necessariamente comportato; cosa sarebbe stato di Camusferna fino a che le lontre non fossero state spostate a Woburn; chi le avrebbe trasportate l; chi si sarebbe occupato dei miei affari. La paura e la disperazione, ritengo, sarebbero sopraggiunte pi tardi, ma durante quelle quarantott'ore, non provai n l'una n l'altra.
Il venerd pomeriggio, all'una e mezzo, mi presentai alla Clinica toracica, ed ero sul punto di andarmene, una volta fatti i raggi, quando il radiologo mi disse: In termini normali, lei dovrebbe aspettare per il risultato fino alla prossima settimana, quando il suo dottore glielo comunicher. Ma questo significherebbe tenerla in ansia per altri quattro giorni, cos se pu aspettare qualche minuto, saremo in grado di dirle qualcosa oggi. Sempre che lei lo preferisca.
Dissi che certamente preferivo cos, e che ero davvero molto grato, il che non era completamente vero. Sedetti nella sala d'aspetto leggendo numeri arretrati del Punch; la maggior parte di essi contenevano vignette e battute politiche che mi erano del tutto incomprensibili, perch mi era stato impossibile seguire gli affari interni del paese durante il mio lungo soggiorno in Nord Africa. C'era un cartello con VIETATO FUMARE; desideravo molto una sigaretta, dicendo a me stesso che se avevo un cancro al polmone, una sigaretta in pi non avrebbe certo cambiato niente, e se non ce l'avevo, meglio cos, sarebbe stata una delle tante sigarette della giornata. Ma far fuori quei pochi passi fino alla porta e uscire per strada, avrebbe potuto significare perdere i risultati quando venivano a dirmeli, e quindi non mi mossi. Considerando la mia posizione, capii che la clinica poteva dirmi qualcosa solo nel caso di un risultato negativo; se questo era positivo, avrebbero fatto in modo che la notizia mi giungesse attraverso il mio dottore. In questo caso, quindi, il non aver notizie avrebbe significato cattive notizie. Dopo mezz'ora non era successo nulla; nella stanza c'erano altri pazienti; osservandoli, cercai di capire dal comportamento se stessero aspettando delle risposte per loro fondamentali, ma quelle facce non esprimevano niente. Sperai che anche la mia fosse impassibile. Dopo pi di tre quarti d'ora, entr un'infermiera e si guard intorno con aria interrogativa. Il signor Maxwell? Mi alzai in piedi, e lei mi guid nel corridoio.
Il dottore mi dice di dirle che le sue lastre sono assolutamente soddisfacenti.
C'era nel suo modo di esprimersi una imponderabile venatura delfica, e la certezza della condanna mi attanagli la gola.
Cio, chiesi cautamente, riuscendo a stento a mantenere la mia voce su di un tono neutro la qualit delle radiografie  soddisfacente o la mia condizione  soddisfacente?
Mi lanci un'occhiata radiosa da dietro un paio di occhiali con una pesante montatura d'osso. Intende dire che non trova alcuna traccia di condizioni patologiche. In parole povere, che lei sta bene.
Resistetti alla tentazione di abbracciarla o di abbandonarmi con lei ad un balletto. La ringraziai, ed uscii fuori nel sole estivo e nelle strade affollate di gente, in quel mondo in cui mi sembrava improvvisamente di essere rientrato.
Ma la commutazione della sentenza di morte in sentenza di vita fu seguita, a breve termine, da un'altra pena. Ancora non lo sapevo, ma non ero tornato solo dal Nord Africa.
Mi ero portato una malattia estremamente rara, fino allora mai registrata in Marocco, dove avevo vissuto in quei mesi. Avevo messo a segno un doppio bersaglio; avevo scoperto l una colonia di spatole - Platalea leucorodia -, che si ignorava nidificassero in Nord Africa, perch erano sparite dall'Algeria molti anni prima. Questa scoperta, di una certa importanza da un punto di vista ornitologico, era avvenuta nel momento culminante della guerra del Medio Oriente; i giornali arabi tendevano, in quel periodo, a dare poche notizie sugli affari internazionali, e la mia scoperta fu pubblicata, completa di un disegno dell'uccello, sulla prima pagina del giornale locale. Era, dopotutto, quanto ci si aspettava dagli inglesi durante le crisi mondiali.
Pensavo che un morso assai doloroso, ricevuto da un serpente in quelle paludi dove nidificano le spatole, fosse il giusto prezzo per la mia scoperta scientifica; mentre di fatto, questo si rivel essere solo un acconto, perch mi ero portato dietro in Inghilterra un altro organismo vivente non registrato in Marocco, un protozoo intestinale estremamente spiacevole chiamato Coccidia isospora belli. L'ultima parola si riferisce a un'epidemia della malattia allora sconosciuta, tra le truppe attendate a Gallipoli durante la prima guerra mondiale; come per giustificare il suo nome, riapparve tra le truppe tedesche in Tunisia e Algeria, durante la seconda guerra mondiale. Non se ne conosce la cura; si dice che scompare da sola, e che ha un ciclo di sei o sette settimane. I sintomi sono violenta diarrea, nausea, vomito, e dolori addominali pi o meno acuti. Talvolta ero assalito da tutti questi sintomi contemporaneamente, e il loro effetto combinato  davvero tremendo; nel giro di quindici giorni avevo perso pi di dieci chili, ed ero cos debole che riuscivo a malapena a trascinarmi attraverso la stanza.
Cos ridotto, camuffato come meglio potevo, tornai a Woburn, feci schizzi dettagliati degli appartamenti delle lontre secondo il gusto cinese, in modo che armonizzassero con il motivo ornamentale della Casina cinese, e finalmente ricevetti un'approvazione di massima all'intero progetto.
Nel frattempo, la prosperosa colonia di Coccidia che si era stabilita nel mio intestino era stata bombardata con ogni sorta di medicine. I primi antibiotici fecero loro l'effetto dello champagne: divennero pi allegri, pi gioiosi, perfino pi disinibiti. Poi ci fu un breve momento di speranza; dopo un trattamento di cinque giorni, il loro numero sembr notevolmente diminuire, e i superstiti erano cos malati da far pensare a una severa sconfitta. Ma solo tre giorni dopo, il sedici luglio, erano di nuovo nel pieno delle loro forze, e d'altronde i sintomi non lasciavano alcun dubbio in proposito. Non esisteva una cura ufficiale, anche perch la malattia era cos rara che non era facile incontrare soggetti su cui fare esperimenti: il mio dottore prov medicine su medicine, ma tutte senza alcun effetto. Il ventotto luglio decisi che, date le circostanze, potevo benissimo andarmene in Scozia, invece di restare a Londra, soprattutto perch il quindici luglio (giorno del mio compleanno), eravamo finalmente riusciti a vendere Ornsay, e c'erano parecchie cose che andavano discusse sul posto.
Non potevo tornare a Camusferna, perch la giovane signora e la sua folta schiera di animali era ancora l, e non era chiaro quando avrei potuto riavere la mia casa. Ormai l'ultima estate che avevo deciso di passare a Camusferna stava paurosamente assottigliandosi.
Andai invece a stare vicino a Inverness, ospite di Richard Frere che, con la vendita di Ornsay, aveva quasi portato a termine la sua lunga e valorosa azione di retroguardia. Arrivai a casa sua il primo di agosto, e il quattro fui assalito da un acuto e violento dolore al polmone destro. Riuscivo a malapena a respirare, e ridere o tossire mi scatenava dei dolori infernali. Avevo conosciuto in passato i dolori causati da costole rotte o dalla pleurite; questi somigliavano a entrambi ma, poich le mie costole erano tutte sane, ne dedussi che si trattava di pleurite. L'otto agosto ricevetti l'atteso appuntamento ad Ornsay, per discutere di persona l'inventario con il nuovo acquirente, e poich sapevo che non potevo assolutamente rischiare l'eventualit di un rinvio della conclusione finale della vendita, attraversai in macchina la Scozia, imbottito del maggior numero possibile di analgesici, che speravo non mi avrebbero ucciso.
Camusferna era ormai vuota, abitata solo da Andrew Scot che accudiva le due lontre, i miei due deerhound, Hazel e Dirk, e quel che restava della grande schiera migratrice che la giovane signora non era ancora riuscita a trasportare nella sua nuova casa: un papero bianco, un gatto timido ma assai loquace, due asini e sei barboncini.
Cos tornai finalmente a casa mia, ma il giorno dopo sputavo abbondantemente sangue, e il giorno dopo ancora ero dentro un cubo di vetro in un ospedale per tubercolotici, e Camusferna era lontana mille miglia. Sembrava che fossi sfuggito al cancro solo per ammalarmi di tubercolosi.
Quando, ventiquattr'ore dopo, venni a sapere, per puro caso, che non avevo la tubercolosi, ma un grumo di sangue nel polmone sinistro, attribuibile forse all'infezione da Coccidia, firmai perch mi dimettessero, e tornai alla paziente e affettuosa ospitalit di Richard e Joan Frere. Dovevo avere un ospedale a portata di mano per fare degli esami del sangue ogni tre giorni, cos solo alla fine di agosto tornai finalmente a Camusferna. Nel frattempo, i superstiti della precedente occupazione si erano ridotti a un papero, un gatto e quattro barboncini.
Non avevo raggiunto il mio traguardo n nel tempo previsto, n secondo i miei piani, ma l'avevo raggiunto.
...
.
...
22. Rientro a Camusferna.
...
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...
Tornando a Camusferna dopo tanto tempo, fui colpito da due prevalenti sensazioni, anche se, data la loro natura, registrai la prima molto pi velocemente della seconda.
Non mi ci volle molto ad accorgermi che durante i diciannove anni che avevo abitato l, non avevo mai visto la casa e i suoi dintorni in un simile stato di disordine e abbandono. Un inverno inusitatamente cattivo e umido, e la presenza della folta schiera di animali, si erano dati man forte nel devastare i fogli di intonaco che ricoprivano le stanze costruite intorno al vecchio cottage rivestito con pannelli di pino; e anche l il legno, in alcuni punti, era inciso profondamente dai segni di unghie maleducate. L'intonaco era costellato di veri e propri buchi, come se si fosse trovato sotto un fuoco di artiglieria; ma i segni delle unghie e dei denti tutt'intorno a quei buchi mostravano che, per una qualche tecnica ingegneristica difficile da comprendere, questi potevano essere addebitati solo all'azione di determinati cani. Il soffitto del bagno era crollato sotto il peso di una cucciolata di barboncini sistemata temporaneamente su quel solaio; dieci scuri e dodici paletti delle finestre erano completamente fuori uso; erano andate perse le chiavi non solo delle porte d'ingresso, ma anche di quelle del bagno e del gabinetto. I tappeti e gli stuoini erano cos luridi che fu necessario bruciarli; sembrava che uno sciame di cavallette onnivore fosse passato attraverso la casa con l'ordine di distruggere tutto quel che gli si parava di fronte.
All'esterno, la situazione era leggermente migliore. Il vento marino aveva sferzato i muri bianchi fino a farli diventare d'un color grigio sporco, ricoperti in alcuni punti da un fungo verde polveroso; la staccionata bianca davanti la casa era rotta in parecchi punti, e lungo le dune, tra la casa e il mare, c'erano mucchi di rifiuti, cumuli di barattoli
arrugginiti e di bottiglie vuote, riportati alla luce, forse, dal vento sferzante sulla sabbia che ricopriva un tempo le nostre profonde fosse. Da molto, ormai, Camusferna non ospitava pi un maschio gagliardo capace di scavare una di quelle grandi fosse per i detriti che, nell'ra del cibo in scatola, diventava impossibile bruciare. Ancora peggiore, per me di gran lunga peggiore, era un altro orrore, a cui io sono assai pi sensibile di molta altra gente: una nausea che mi riafferra se rivado con la mente ai lunghi anni delle Soay Shark Fisheries, e al giorno in cui scoprimmo che sedici tonnellate di carne di pescecane messa sotto sale, erano marcite nel serbatoio chiuso della salamoia. A Camusferna qualcuno aveva tolto la corrente elettrica al pi grande dei deep-freezer, e i pesci all'interno si erano putrefatti. In ultima analisi so che ci sarebbe voluto un olfatto assai pi fino del mio per distinguere tra sedici tonnellate di carne di pescecane marcia, e quattrocento chili di merluzzo putrefatto.
Un preciso tocco di squallore era dato dalla presenza e dalla attivit, sia escrementizia che peripatetica, di circa quaranta capi di robuste vacche nere, grosse creature gravide che, a furia di calpestare, riducevano ogni soffice pezzo di terra in un melmoso pantano di fango. Forzarono i leggeri cancelli che proteggevano la nostra minuscola propriet, e sgranocchiarono i pochi gladioli che ancora resistevano tra le erbacce nelle aiuole sotto le finestre, un tempo cos ordinate; si appoggiavano o si grattavano su ogni cosa che poteva cedere, e cedette, ahim, sotto il loro peso; queste, o qualcosa di altrettanto pesante, avevano rotto le assi del ponte che attraversava il torrente; fuggivano continuamente nella zona circostante adibita a rimboschimento, tantoch Andrew Scot pass gran parte del suo tempo a raccoglierle e a mandarle fuori. Camusferna era nel caos, e le immagini prevalenti erano di fango, ruggine e decadimento.
Cos invadenti erano queste tinte depressive, che solo alcuni giorni dopo il mio arrivo mi resi conto che ce n'erano delle altre, in conflitto con questo scenario, tali da formare un quadro completamente diverso. Avevo fissato, a migliaia di miglia di distanza, un aiutante temporaneo che non avevo mai incontrato di persona, ed ero incappato, per una fortunata coincidenza, nell'unica persona, forse, in grado di affrontare quella situazione non solo senza sgomento, ma con allegria e perfino con divertimento. Andrew Scot, le cui lettere durante i precedenti cinque anni erano state archiviate sotto la dicitura giovani ammiratori, (non erano molto diverse nel contenuto da altre i cui autori ora so che si sarebbero dimostrati del tutto disadatti a quell'impresa), cominci a rivelarsi il salvatore ideale di Camusferna nel suo momento pi difficile. Il tempo cattivo, l'umido e il vento; le condizioni di vita ormai ridiventate primitive; l'assenza dei cinema e della vita sociale; il
lavoro giornaliero incredibilmente duro e spesso spiacevole, a cui era impossibile sfuggire; la faticosa camminata su per il ripido sentiero della collina fino a Druimfiaclach, spesso con il fango e l'acqua fino alle caviglie, per prendere la posta o le pesanti provviste ordinate al negozio del villaggio; la ricerca della legna per il camino lungo le desolate e gelide spiagge sotto la pioggia sferzante - tutto ci era per lui il cibo quotidiano, e mai una volta si lament o fece un accenno a quanto avrebbe potuto essere felice altrove. A lui tutto sembrava facile.
Ma non era tutto. Nonostante conoscesse fin nei minimi particolari le brutte ferite inflitte in passato da Edal e Teko ad alcune persone, e l'evidente rischio quindi che anche lui poteva correre, suo unico fine e suo massimo desiderio era di poterle toccare, carezzare, andare con loro a fare delle passeggiate, soprattutto avere con loro non un rapporto da guardiano di zoo che ha sotto la sua responsabilit alcuni animali pericolosi. Lo capii da una domanda che mi aspettavo, ma che ciononostante mi lasci alquanto sconcertato: Quando comincio a portare a spasso le lontre?. Risposi: Mai, per quel che mi riguarda; sono l'unica persona che non hanno mai tradito e che non ha paura di loro. Non voglio davvero esporre nessun altro al pericolo di una brutta mutilazione.
Non prese quel no come una risposta; fece di tutto per trovarsi in una posizione di grave, potenziale pericolo. Ottenne il permesso dei suoi genitori, e ormai l'unico ostacolo da superare era il mio no. Finalmente anch'io acconsentii.
Erano passati ormai otto mesi dal mio ultimo contatto personale con Edal e Teko, ed io stesso non sapevo come sarei stato accolto. Cominciai con Teko; perch, come ho detto all'inizio di questo libro, c'era stato tra noi uno strano, rassicurante, breve incontro nel novembre del '66. Cos, dopo i primi giorni a Camusferna, giorni passati a riorganizzare le mie forze dopo i molteplici disastri delle ultime settimane, uscii una mattina tempestosa ma assolata, per ristabilire un contatto con Teko.
Non era visibile nel suo recinto, e immaginai che stesse dormendo nella sua casa. Aprii il cancello e lo chiamai, e dall'oscurit dietro la porta semichiusa giunse un pigolio di risposta e di benvenuto. Aspettai e chiamai di nuovo, e dopo un minuto o due usc fuori, un po' incerto, in quel mondo privo di recinti che non vedeva da pi di quattro anni. Il lato destro della sua faccia era gonfio e l'occhio completamente chiuso; aveva l'aspetto di un animale malato, troppo grasso, chiaramente sofferente per l'inasprimento di quelle infezioni all'alveo di un dente, che periodicamente affliggevano la vita di queste lontre dell'Africa occidentale. Sembrava sbalordito e smarrito, ma come si avvicin e colse il mio odore, cominci di nuovo a parlare, quei piccoli gridi di gioia e di affetto che da tanto non sentivo. Mi chinai e appoggiai le mani su di lui, e un momento dopo mi annusava il viso con il suo naso bagnato e i baffi ruvidi, infilandomi le sue piccole dita da scimmia nel naso e nelle orecchie, e raddoppiando i gridi di gioia e di affetto. Lo ricambiai con emozione; cosa avevo fatto, pensai, per meritare quel calore, quella costante fiducia, quelle amorose accoglienze? Lo avevo tenuto prigioniero per quattro anni; lo avevo privato della compagnia degli uomini a cui era stato abituato fin da piccolo, non certo per sua volont; a un certo punto, avevo anche deciso di mandarlo in uno zoo, sotto la custodia di gente estranea che forse non lo avrebbe amato. Lo avevo tradito, e poich il nostro linguaggio comune  cos limitato, non mi era stato neppure possibile spiegargli le ragioni del mio comportamento.
La nostra prima passeggiata dopo tanto tempo fu triste, oscurata da fitti sensi di colpa. Teko, chiaramente sofferente per qualcosa di simile a un forte mal di denti, era smarrito e insieme stupito dal mondo esterno rimastogli solo frammentariamente nella memoria, e ben di rado si allontanava dai miei piedi. Ogni pochi metri mi fermava in cerca di nuove rassicurazioni, nuove parole d'amore; non voleva nuotare, non desiderava divertirsi negli antichi luoghi dei suoi giochi, le immobili, tranquille pozze da esplorare o la stimolante acqua bianca della cascata. Aveva bisogno di me, e di me solo, e tutto il resto era in secondo piano. Quando lo riportai alla sua casa, l'unica sua preoccupazione era che non lo lasciassi nuovamente solo. Quali torture la razza umana infligge ai suoi cosiddetti beniamini.
In una qualsiasi altra comunit, sarebbe davvero stravagante interpellare un noto medico sulle condizioni di salute e sulla cura di un animale, ma questo significherebbe non tener presente la personalit del dottor Dunlop. Il nostro veterinario locale (distante cinquanta miglia tra strada e traghetto), Donald MacLennan, che aveva miracolosamente curato le mie lontre negli ultimi otto anni, era in vacanza, e cos mi rivolsi al dottor Dunlop. Prescrisse con gran sicurezza l'antibiotico da usare, e nel giro di cinque giorni Teko era di nuovo una lontra sana e attiva, piena di interesse per tutto quel che lo circondava.
Cos, la mia seconda passeggiata con lui fu molto diversa dalla prima. Stava effettivamente pi vicino a me di quanto non facesse una volta, ma ritrov i suoi antichi luoghi di svago, e si abbandon con gioia al piacere che gli davano; insegu i pesci e fece il delfino nelle calme anse del ruscello, emergendo ogni cinque minuti per mettersi in piedi davanti a me come per ringraziarmi con squittii di piacere, depositando sui miei pantaloni ormai zuppi, il pesante carico della sua pelliccia colma d'acqua.
Le difficolt cominciarono quando lo riportai a casa. Era una lotta
tra le nostre due volont, e mi ci volle pi di un'ora per risolverla. Teko non intendeva rientrare nel suo recinto. Era stanco, aveva fatto pi esercizio di quanto non ne avesse fatto in quattro anni, e era chiaro che l'unico suo desiderio era arrotolarsi tra le coperte sotto la lampada a infrarossi, ma non voleva diventare di nuovo volontariamente un prigioniero. Si avvicinava al cancello nello steccato, metteva dentro la testa, borbottando continuamente tra s o contro di me con tono basso e piagnucoloso, ma nulla riusciva a persuaderlo a entrare di quel tanto sufficiente a chiudere il cancello dietro di lui. I giorni della bretella e del guinzaglio erano ormai lontani; sapevo che solo gli allettamenti potevano servire, e tentai di allettarlo, usando ogni mia astuzia. Ogni volta che lo chiamavo, rispondeva con una piccola variazione sulla sua solita nota di benvenuto, una variazione che non avevo mai udito prima e che conteneva un chiaro e articolato discorso di protesta e di rimprovero. Subito fuori del cancello si rotol e si strofin sull'erba, movimenti che erano sempre stati di preludio al sonno, mentre io lo chiamavo e lo richiamavo, ed Andrew Scot, seduto come una sentinella sul ripido fianco della collina, stava quasi dando di matto sotto orde di moscerini divoratori. Era assolutamente necessario cambiar tattica; smisi di chiamare, entrai nella sua casa e mi sedetti sul letto sotto la lampada. Dopo alcuni minuti, le parti si erano significativamente capovolte; ora era lui che chiamava me con ansia crescente, ed io non rispondevo. La sua voce si tramut in quel grido, qualcosa a met tra un fischio e un guaito, con cui un cucciolo di lontra chiama i genitori che non riesce a trovare. Si avvicinava sempre di pi, e si spegneva ogni volta su di un ansioso punto interrogativo. Io restavo ostinatamente in silenzio, ed improvvisamente la sua faccia apparve nel vano della porta. Invece di ritirarsi ora che aveva individuato la mia posizione, come in parte temevo, arriv saltando attraverso il pavimento, ciarlando di gioia, e si arrampic su di me, dando la stura a tutti quei rituali di affetto e di amore, come se fossero mesi che non mi vedeva. Lo ricambiai di ugual misura, e mi abbandonai all'intero repertorio di rassicurazioni che aveva conosciuto nei lontani giorni in cui era un cucciolo; soffiai nella sua pelliccia come se fosse un guanto di lana in una bianca giornata invernale; strinsi le punte delle sue piccole dita da scimmia tra le mie labbra, rispondendo al suo naso contro la mia bocca con uno scambio di saliva. Tutto bene, pensavo, mentre il suo pesante, guizzante corpo si dimenava e si contorceva su di me, ma come potevo uscirne senza adoperare un trucco che avrebbe ucciso la confidenza che aveva in me? Avevo giudicato male la situazione; sembrava uno di quei bambini che, trattenendo a fatica gli sbadigli, protesta perch  troppo presto per andare a dormire, ma cade istantaneamente addormentato quando la figura di un genitore si china su di lui per rimboccargli le coperte. Teko
era nel suo letto, aveva ricevuto l'equivalente di una buona dose di coperte rimboccate e baci di buonanotte, e non so se sarei riuscito a farlo nuovamente uscire se avessi tentato di farlo. I miei cauti, furtivi tentativi di svignarmela senza che se ne accorgesse, erano assolutamente ridicoli; l'unica cosa che ormai lo preoccupava, era trovare una comoda posizione per il sonno, e l'aveva trovata anche prima che io chiudessi il cancello dietro di me.
Avevo raggiunto almeno una parte di quel che avevo sognato in quella tempestosa sera d'autunno un anno prima; avevo restituito un po' di libert e di gioia a questa creatura che era stata un tempo mia compagna a Camusferna, e n lui n io eravamo pi dei prigionieri. Nei giorni successivi, quando lo portavo alla cascata, o alle spiagge di sabbia bianca delle isole, e lo osservavo nuotare e tuffarsi nell'acqua chiara come il cristallo, cominciai a ritrovare in me alcuni colori dell'antico paesaggio di Camusferna.
Dopo una settimana da quel riavvicinamento con Teko, mi resi conto che non sarei mai riuscito a ricreare l'antica immagine di Camusferna, se non avessi tentato di riallacciare i nodi della mia amicizia con Edal. Non sapevo quanto questo fosse possibile, ma ero disposto a rischiare perch avvenisse. Da cinque anni e mezzo nessun essere umano l'aveva pi toccata, per cinque anni e mezzo aveva vissuto entro i confini del suo piccolo recinto. Nessuno aveva capito cosa avesse causato quelle esplosioni di rabbia e violenza che periodicamente avevano punteggiato il suo passato di animale affettuoso e allegro. Eppure i fatti parlavano chiaro: aveva inflitto gravi mutilazioni e infine, all'inizio del '62, aveva quasi fatto a pezzi il sistema nervoso di Jimmy Watt, rincorrendolo e costringendolo sui travi del soffitto della sua stanza senza permettergli di scendere, urlandogli contro la sua rabbia se tentava di muoversi da l. Da allora, le vicissitudini di Camusferna e dei suoi molteplici occupanti, non mi avevano lasciato la possibilit di tentare di ristabilire un contatto con lei; e per essere sincero, devo confessare che cominciai a temerla quando Jimmy ne ebbe paura, perch sapevo che in genere Jimmy non si spaventava senza una ragione. Ma sapevo anche che non mi aveva mai dato motivo di temerla, e che avrei perso ogni rispetto per me e non avrei mai ritrovato l'antica immagine di Camusferna, se non avessi tentato di fare per Edal quello che ero riuscito a fare con Teko. L'uomo aveva ucciso i loro genitori quando erano piccolissimi ed entrambi erano stati condizionati a una innaturale dipendenza dagli esseri umani e dalla loro compagnia, di cui erano stati in seguito privati perch, una volta diventati adulti, si erano comportati come animali selvatici, e non come pechinesi bene educati. Se il loro comportamento  stato per noi fonte di meraviglia, il nostro deve averli colpiti ancora di pi; erano stati condannati a morte per le loro azioni che, dato il carattere tipicamente isterico che le aveva caratterizzate, erano ormai lontane dalla loro memoria.
Rimuginai a lungo queste cose dentro di me, e capii che se continuavo a rimandare di giorno in giorno il tentativo di riconquistare l'antico rapporto con Edal, anche questo progetto sarebbe diventato parte del declino pervadente, dell'atmosfera di cose non finite e di abbandono, che aveva macchiato di s l'intero paesaggio di Camusferna negli ultimi cinque anni. Cos, domenica dieci settembre, decisi che il giorno seguente l'avrei portata a fare una passeggiata.
La decisione pu essere stata presa d'impulso, ma la preparazione e le attenzioni messe indicavano un notevole grado di previdenza. Sarebbe stato da irresponsabili, dati i suoi trascorsi, rischiare di farle incontrare degli estranei sulle spiagge; cos decidemmo che Andrew si sarebbe appostato sul fianco della collina, in modo da dominare visivamente entrambi gli accessi alla baia, e mettere in guardia gli eventuali visitatori che c'era un animale potenzialmente pericoloso libero sulla spiaggia. Avrebbe seguito i nostri movimenti con un cannocchiale, e se Edal mi attaccava, doveva correre a casa e telefonare al dottore del villaggio. Per mia sicurezza misi sul tavolo del bagno delle bende, ago e filo chirurgico. Aggiunsi anche, spinto da un ripensamento, una siringa da ipodermoclisi e una soluzione di cocaina. Come misura di emergenza, che si dimostr grazie a dio inutile, mi munii di uno strumento a cui, non capisco perch, non avevo mai pensato prima: un barattolo di pepe. Sapevo che qualsiasi animale della misura di Edal, risoluto ad attaccare, poteva essere neutralizzato con questo espediente.
C'erano tre vie per fare uscire Edal dai suoi appartamenti. La prima, fuori questione per la quantit di oggetti che potevano essere distrutti da una lontra curiosa e ficcanaso, era attraverso la lunga stanza prefabbricata che era stata un tempo di Jimmy e che portava in ingresso. La seconda dava direttamente in anticamera, e da qui all'aria aperta. La terza, era un nuovo cancello nella palizzata di legno che affacciava sulle dune di sabbia, e che Alan MacDiarmaid aveva fatto qualche giorno prima, mentre io arrivavo, per cos dire, al giusto punto di ebollizione nel decidere di liberare Edal.
Quando Andrew era ormai al suo posto di vedetta, ed era giunto il momento di aprire il suo cancello e chiamarla fuori, mi ricordai quel che mi avevano detto Malcolm e Paula MacDonald, quando avevano portato Edal per la prima volta a Camusferna, otto lunghi, tremendi anni prima: Lascia che sia lei a venire da te; non forzarla mai. Fai finta di ignorarla, e lei ti diventer amica.
Cos aprii il cancello sulle dune e la chiamai come usavo fare un tempo: Whee-ee! Ee-
eedal! Whee-ee!. Ci fu uno scalpiccio di piedi nel tunnel che proteggeva i suoi appartamenti notturni dal vento, ed improvvisamente mi fu accanto, molto pi interessata al meccanismo del cancello che non a me. Esamin coscienziosamente i cardini toccandoli con le mani, entr di nuovo dentro per osservarli da un'altra angolatura, poi d'un tratto si lanci in un giro di ispezione agli edifici della casa. Tutto per lei era nuovo, ogni cosa andava ispezionata con la meticolosa pignoleria di un detective di una compagnia di assicurazione. Fece pochi metri, e arriv alla jeep sconquassata accanto al ripostiglio degli arnesi. Ci si infil sotto e rimase l a lungo, toccando ogni cosa con le dita come se dovesse stendere un rapporto sulle condizioni del veicolo. Ci vollero pi di cinque minuti prima che emergesse di l sotto, emettendo uno dei suoi forbiti starnuti da vera signora (spesso si riparava realmente con le mani), e si arrampic al posto del guidatore. Tast ogni interruttore, scese in terra per infilare le dita nella leva del freno, e premere i pedali, e improvvisamente comparve in piedi dritta sul sedile del guidatore con le mani sul volante, scrutando al di l del cofano come per controllare la visibilit. Lasci l'automobile con un'espressione che suggeriva le parole Una nota di biasimo a chi ha la responsabilit di quest'arnese, e si diresse verso un dinghy capovolto che aveva avuto diverse tavole danneggiate dall'ultima burrasca. Spar sotto di esso, e per parecchi minuti non si fece vedere; solo un occasionale dito indagatore testimoniava il suo interesse per le assi danneggiate. Finalmente ricomparve, si arrampic su di esso, e si fece strada lungo la cresta della chiglia, servendosi sia delle dita che del muso per valutare la situazione. Resasi conto che qualcuno aveva di nuovo commesso un grossolano errore, lasci il dinghy e cominci a seguirmi verso il mare, ma improvvisamente torn indietro. Il ripostiglio degli arnesi, che non aveva mai visto, ben meritava un attento esame.
Oltre a un ammasso confuso di arnesi e attrezzature meccaniche, il capannone al momento conteneva i due deerhound, Dirk e Hazel. Erano in attesa di essere trasferiti nella loro nuova casa nel Perthshire, (perch nonostante la mia decisione di restituire alle lontre una parziale libert, ero a Camusferna soprattutto per disporne la chiusura), e per questo motivo restavano chiusi. La chiave del capannone, come tutte le altre chiavi, era scomparsa; avevamo quindi bloccato la porta con una traversa di ferro incastrata nel terreno e tenuta ferma da due pesanti pietre.
Edal fu naturalmente affascinata da questa situazione. Per mesi ed anni si era abituata all'odore dei deerhound, ed ora se li ritrovava qui, rinchiusi, una sfida alle sue ingegnose abilit inventive. Cominci ad armeggiare sulla traversa di ferro; la spinse con le mani, e rendendosi conto che non cedeva, si butt a pancia all'aria e cerc di tirarla gi con violenza. Cap che anche questo non serviva a niente, fece un paio di volte il giro della costruzione, e poi deliberatamente si lanci all'attacco delle pietre che bloccavano la traversa. Nel frattempo, io cominciavo ad allarmarmi, perch vedevo con costernazione cosa sarebbe accaduto se fosse riuscita a liberare i cani. Mi avviai in direzione del mare e, quando la chiamai, grazie a dio, mi venne dietro.
Tra Edal e la linea della marea stava la massiccia forma della Polar Star sulla sua sella dotata di ruote, e anche questa richiese una lunga e dettagliata perizia, - assi, ruote, tutto quello che poteva essere esaminato a fondo da una lontra incline a minuziose ricognizioni. Quando lasciammo la Polar Star per le sabbie lasciate scoperte dalla bassa marea, Edal venne con me, ma mi ignor nel senso fisico della parola; pensava ai fatti suoi, e non ritenne di farmene partecipe. Sulla secca rigata da costole di sabbia, dove il mare non  pi fondo di un metro, insegu i granchi e ne cattur uno; era felice, ed io non ebbi pi paura di lei; n Edal, sono sicuro, diffid mai di me.
Ma il portare fuori entrambe le lontre (come ho gi spiegato, non dovevano mai incontrarsi), ci riport indietro ad una situazione che affondava le radici nel lontano 1959, quando Terry Nutkins era stato ingaggiato per fare da aiuto per le lontre a Jimmy Watt. Non potevo certo portare a spasso i due animali e fare contemporaneamente il mio lavoro di scrittore. Andrew voleva a tutti i costi arrivare con loro ad un completo contatto; date le insistenze da parte sua, e il permesso dei genitori perch tentasse, non rimaneva per me altra logica alternativa.
Se Andrew, in breve, riusciva ad instaurare un rapporto di fiducia con entrambi gli animali, non avrebbe considerato la sua presente condizione come quella di un semplice assistente temporaneo, che mi aiutava a chiudere Camusferna, ma avrebbe potuto accompagnare le lontre a Woburn e restare l ad accudirle, rispondendone direttamente a me. Questo progetto, che lui vedeva con entusiasmo, secondo solo al-l'ahim impossibile progetto di restare per sempre a Camusferna con le lontre, mi tolse un gran peso dal cuore. Significava che le lontre potevano essere accudite da qualcuno in cui avevo gi cominciato a riporre molta fiducia, qualcuno che le conosceva, le capiva e le amava, qualcuno che poteva maneggiarle se malate, laddove un estraneo sarebbe stato impotente. Significava, anche, che il contatto umano, riannodato dopo un intervallo cos disperatamente lungo, non doveva essere rotto, e a questo io davo grande importanza, perch attribuivo le attuali, perfette condizioni fisiche dei due animali a un ringiovanimento psicologico.
Lo stesso Andrew provava un sempre maggiore interesse per il futuro delle lontre, pi di quanto egli stesso realizzasse. Durante la mia convalescenza, quando ero ospite di Richard e Joan Frere, avevo cominciato un modello in scala della nuova complessa sistemazione delle lontre a Woburn, e tornato finalmente a Camusferna, me lo ero portato dietro e avevo continuato a lavorarci tutti i giorni. Centinaia di ore di lavoro erano ormai state spese in quel modello, nel tentativo di fondere insieme quattro principi quasi inconciliabili: il motivo decorativo cinese, in modo che l'aspetto della Casina cinese non ne venisse a soffrire; il benessere e la comodit degli animali nello spazio a disposizione; l'esigenza per un guardiano di raggiungere e tener pulite le quattro zone, senza essere costretto ad attraversarle tutte; e infine, che il pubblico potesse vederle bene, in modo che la forte somma spesa in questo ambizioso progetto da quell'inveterato ottimista che  Michael Alexander, non andasse persa.
Questi problemi erano ormai stati, per quanto possibile, quasi completamente risolti, ma per una serie di differenti proposte avanzate sia da Michael che da me, non avevamo ancora raggiunto un accordo sul come dividere il lago in modo da tenere Edal e Teko ben separati. Diagrammi e disegni, campioni di materiali, complicati calcoli matematici e costi, si ammucchiavano sul mio tavolo, ma i piani erano ancora per aria a met settembre. Il diciassette andai a letto un po' prima di mezzanotte, dopo aver passato l'intera serata a revisionare alcuni progetti. Dormivo d'un sonno leggero, quando fui svegliato dallo scricchiolio di uno scalino. Un attimo dopo, udii girare la maniglia della porta, e la voce di Andrew disse: Sei sveglio? Dormi gi?. Lanciai un'occhiata al mio orologio da polso fosforescente; erano le tre e venticinque. Dissi: No, sono sveglio, c' qualcosa che non va?. Ci fu un silenzio, poi Andrew rispose: Beh, credi che Edal stia bene?.
Accesi la luce. Andrew era in vestaglia e a piedi nudi. Chiesi: Cosa c' che non va?.
La sua piscina, quella nuova. Non credo sia sicura. Vedi, Edal sta in piedi su di essa.
Fuori, la pioggia batteva alle finestre, come batteva quando ero andato a dormire, come batteva ormai da giorni. Guardai attentamente Andrew. I capelli erano asciutti e molto in disordine, come se avesse appena sollevato la testa dal cuscino; e sia la vestaglia che i piedi erano completamente asciutti. Fui quasi certo che era ancora profondamente addormentato. Parlami di questa piscina, dissi.
 quella nuova piscina circolare in vetroresina, o qualcosa del genere, solo che  trasparente. Non credo sia sicura perch  alta un metro, e stando in piedi su di essa, come sta ora, pu passare dalla parte di Teko e ucciderlo.
Edal aveva tre piscine ormai da parecchi anni, e tutte erano incassate in terra; non vi era dubbio, Andrew era sonnambulo, e io non sapevo davvero come comportarmi, perch era una situazione di cui non avevo alcuna esperienza. Arrischiai una domanda che poteva svegliarlo: Era molto bagnato fuori?. Sembr riflettere un momento, poi disse: Fuori dove?.
Alla sua piscina, sta piovendo a dirotto.
Ma non sono stato fuori. Poi improvvisamente: Dio mio, ma non sto mica dormendo, non  vero?.
Beh, un po' addormentato lo sei, e certo molto pieno di sonno. Torna a letto, e se c' qualcosa che non va nella piscina di Edal, ti prometto che me ne occuper. Buonanotte.
Buonanotte disse allegramente, e scomparve.
La cosa straordinaria di questo incidente, che Andrew la mattina dopo ricordava confusamente, fu che dopo poche ore che era sveglio, abbozz un nuovo schema per dividere il lago, con la parte visibile sopra il pelo dell'acqua alta un metro e composta di un materiale semitrasparente simile nella tessitura al vetroresina. Non dovevano esserci, sottoline, punti d'appoggio per le lontre a livello dell'acqua, perch se ce ne fossero stati, Edal era in grado di raggiungere la sommit del vetro divisorio e saltare addosso a Teko. L'inconscio di Andrew era, anche se un po' inarticolato durante il lavoro, certo assai industrioso.
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23. La pace prima del cader della notte.
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Quella stessa mattina, Andrew mi pose nuovamente di fronte alla domanda, la cui risposta mi causava sempre un continuo conflitto: Quando posso portare fuori Teko?. La decisione non poteva pi essere posposta, cos come non avevo pi potuto rimandare il mio incontro con Edal, e mi resi conto che dovevo ormai decidermi, anche se la cosa era assai difficile. Non potevo pi prendere come scusa i rischi relativi alla presenza di altri animali; i cinque barboncini se ne erano finalmente andati; il grosso papero bianco li aveva seguiti alcuni giorni dopo, seduto sulla Land Rover al posto del passeggero, grottesco e maestoso, dentro un grande sacco annodato intorno al suo collo; ed eravamo infine riusciti a catturare, non senza riceverne in cambio parecchi graffi, un querulo e quanto mai loquace gatto, inafferrabile come un fuoco fatuo, che ci ossessionava con la sua presenza, quando ormai il resto del serraglio veniva ricordato solo per la massiccia opera di distruzione inflitta alla casa e al terreno circostante.
Questo accadeva un luned, e c'erano buone ragioni per rimandare l'esperimento di alcuni giorni. D'altra parte, sebbene Andrew non avesse la paura che assaliva invece me a quella sola idea, stava chiaramente chiamando a raccolta tutte le sue energie per superare quella dura prova. Decisi di fissare come giorno sabato, per poi proporgli, il gioved all'ultimo momento, di uscire quello stesso giorno, in modo che la notte del venerd, che avrebbe probabilmente passato in bianco, non gli smorzasse l'entusiasmo e il coraggio.
Nel frattempo gli ricordai l'atteggiamento migliore da tenere per produrre in Teko una calma disposizione d'animo. Conoscevo ormai da lungo tempo il mondo degli animali e degli uccelli, e quello dei bambini, e sapevo che i suoni ripetuti e monotoni sono da loro percepiti
come atteggiamento benevolo nei loro confronti, e quindi rassicurante; al contrario, una singola nota, soprattutto se aspra di tono, significa invariabilmente pericolo o sfida. Questo  il motivo inconscio che sottost alle cantilene con cui ci si rivolge ai bambini, alla distorsione delle parole, al dar loro un ritmo, una cadenza, un alto e basso, e che trova il suo corrispettivo in gran parte del regno animale. Come singolo esempio, si pu mettere a confronto il soddisfatto chiacchiericcio delle cornacchie con l'aspro, prolungato grido di allarme che annuncia la presenza di un pericolo.
Per queste ragioni, e non solo perch le lontre erano state condizionate in precedenza a questo, avevo sempre usato con loro un cantilenante linguaggio infantile, modulato su di un ritmo giambico, a cui rispondevano con un comportamento disteso e affettuoso. Quando, nell'autunno del '66, ero stato sul punto di mandarle in uno zoo, aveva costituito per me un grosso motivo di imbarazzo incidere un lungo nastro di questi suoni umanamente ridicoli a beneficio dei loro futuri guardiani, che, con molta verosimiglianza, non li avrebbero mai usati. Fortunatamente, poich le lontre non erano andate allo zoo, la piccola bobina, cos ricca di ridicolo, rimase al sicuro in mio possesso.
Andrew non aveva nessuna delle prevedibili inibizioni nel salmodiare le mie sciocche cantilene, anche se lo avevo avvertito di farlo continuamente durante le sue passeggiate; in questo, come in molte altre faccende, diede prova di una saggezza e di una ragionevolezza ben al di l dei suoi anni, qualit che avrebbero davvero potuto salvare Camusferna se fosse comparso sulla scena assai prima, perch sembrava nato per quella vita.
Il gioved mattina, - Andrew si era appena finito di vestire - dissi che era una bella giornata di sole, e gli chiesi se gli andava di portare fuori Teko. Sembr solo leggermente stupito, ma immediatamente rispose: Certo che mi va.
Non voleva portarsi dietro il barattolo del pepe, ma io insistetti. Ora che era arrivato il momento era, sotto ogni aspetto, calmo e sicuro di s, e fui io che dovetti fare appello alla mia capacit di autocontrollo per nascondere la mia agitazione.
La distribuzione delle finestre, a Camusferna,  inadeguata per chi voglia osservare tutt'intorno per un angolo di trecentosessanta gradi, cos come le autorit scolastiche ritengono si debba poter fare, per ragioni di sicurezza, da un edificio usato come base per una vita di svaghi all'aperto. Camusferna era stata costruita con la schiena rivolta ai prevalenti venti di sud-ovest, frutto in questo dell'esperienza di una precedente casa che sorgeva circa settanta metri al di l del campo, i cui abitanti furono costretti a sfuggire al mare in tempesta che infuriava fin dentro la casa, dall'unica minuscola finestra sul lato riparato, rivolto
verso terra. Io avevo aggiunto alla casa originale, cos come l'avevo trovata, solo due finestre, degli obl della HMS Vanguard quando venne disarmata nel cantiere navale di Clydeside. Erano entrambe al piano di sopra; una guardava a nord-est, direttamente sopra il recinto di Teko, e l'altra a sud-ovest, verso la baia di Camusferna e la lunga distesa di mare dietro di essa, fino alle lontane isole di Eigg e Muick. Cos, non c'era una sola finestra da cui fosse possibile seguire l'andamento del primo incontro tra un animale potenzialmente molto pericoloso e un ragazzo pieno di coraggio. Dovevo cominciare sporgendomi in fuori dall'obl a nord-est, piazzato all'interno dello spessore del muro di casa, e quindi spostarmi di stanza in stanza, man mano che i due avanzavano, speravo, almeno, sarebbero avanzati, verso il mare.
Andrew non dava segni di nervosismo mentre si dirigeva, con in mano un vassoio colmo di sarde in scatola, le leccornie preferite di Teko, verso il suo cancello chiuso, chiamandolo con una buona imitazione del mio linguaggio salmodiante. Con la testa tutta fuori dall'obl, e le spalle incastrate nel vano in cui questo si apriva, stetti ad osservare come Teko indugiava nella sua casa, senza dare segni di risposta. Andrew indossava i miei vestiti in modo da avere un odore rassicurante (un metodo non dei pi sicuri, forse, perch poteva spingere l'animale a trattare l'essere umano come un impostore da punire); finalmente Teko colse l'odore e comparve. Sembr alquanto sconcertato nello scoprire che non c'ero io ad aspettarlo, rifiut le sarde e torn in casa. Il suo cancello con il mondo esterno era ancora chiuso, e sapendo per certo che prima o poi Andrew l'avrebbe aperto, sentivo crescere in me una gran tensione nervosa. Dopo uno o due minuti Teko torn verso il cancello, e mentre Andrew lo apriva, Teko lo afferr con le mani, e usc; stava parlando un linguaggio che non riuscivo bene a capire, una sorta di borbottata variazione al suo wow-wow-wow-wow che poteva significare o sorda irritazione, o soddisfazione nel trovarsi di fronte un cibo interessante (e forse difesa di questo), qualcosa insomma che posso solo descrivere come effettivit aggressiva. Poi si rotol sulla schiena, gesto che in tutti i mustelidi pu esprimere o un atteggiamento di difesa prima dell'attacco, o di sottomissione nei confronti del pi forte; io non sapevo davvero quale dei due fosse, e cominciai letteralmente a sudare. Poi vidi Andrew chinarsi e mettere un dito nella mano di Teko, come si fa con un bambino la cui presa  ancora insicura; vidi le piccole dita da scimmia chiudersi su di esso, ed improvvisamente capii che tutto andava per il meglio, e che se un rapporto di reciproca, piena fiducia poteva tardare a venire, le basi di tale accordo erano ormai buttate.
Mentre Andrew camminava verso il mare con Teko alle calcagna, un mare spoglio luminoso, quasi lattescente, sotto un cielo pallido, e gli scogli scuri e le alghe brillavano nel tenue scintillio di un autunnale, il passato mi balz improvvisamente incontro come attraverso un vecchio telescopio ben oliato, e io stavo osservando Jimmy o Terry allontanarsi con una lontra per la loro consueta passeggiata mattutina, tanti tanti anni prima. La vita, cos come intendo io la vita, era ritornata alla casa e a coloro che la abitavano.
Mi spostai di stanza in stanza, cercando di non perderli di vista mentre dopo un'ispezione agli oggetti sconosciuti meno accurata e coscienziosa di quella di Edal, Teko seguiva Andrew oltre le dune, gi fino all'estuario del piccolo fiume. Finalmente scomparvero al mio sguardo; uscii sulle dune per poterli seguire e, se necessario, dirigere la loro avanzata lungo la spiaggia. Dopo un'ora li vidi tornare, circa a un centinaio di metri dalla casa, e per risparmiare ad Andrew lo sgradevole compito di rinchiudere un animale che non aveva perso occasione per dimostrare la sua insofferenza a rientrare in cattivit, entrai nella sua casa e lanciai un richiamo-esca, a cui Teko rispose immediatamente.
La tensione si era finalmente sciolta: ero certo ormai che Teko non avrebbe fatto del male ad Andrew; anche se, a giudicare dal fare distaccato con cui l'animale aveva ignorato l'uomo, servendosene come di una guida ufficiale alla sua escursione, pensai che ci sarebbe voluto parecchio tempo prima che tra i due si stabilisse un rapporto pi stretto. Sapevo che l'affetto di Teko era fissato su di me, ma davo a me stesso un credito eccessivo. Solo quattro giorni dopo, alla fine della loro terza passeggiata, avvenne l'incredibile. Era una giornata grigia, con raffiche di vento bagnato che soffiavano dal mare, e una pioggia leggera quasi continua. Andrew e Teko erano stati in giro per pi di due ore; dalla mia scrivania li vidi tornare al di l del campo, vidi Andrew chiamare inutilmente Teko, il quale si gingillava all'inizio del ripido sentiero su per la collina, e di tanto in tanto spariva dentro ai cespugli che crescono sul bordo, dove un piccolo rigagnolo nascosto scorre gi profondamente incassato tra le pareti perpendicolari. Ora pioveva forte; e cercai un montgomery prima di uscire per far rientrare Teko nella sua casa. Una volta indossatolo, guardai nuovamente fuori dalla finestra, e vidi Andrew e Teko rotolarsi e giocare allegramente insieme nell'erba zuppa del campo, e le espressioni di affetto e di gioia di Teko mi giungevano perfino attraverso la finestra chiusa. Andrew era steso sulla schiena nell'erba madida, e Teko gli si arrampicava sul petto annusandogli la faccia e le orecchie con estatici gridolini di gioia; vidi Andrew soffiare nella sua pelliccia, come facevo anch'io, e Teko annusarlo sotto la giacca; vidi l'espressione di intensa gioia del ragazzo, ed ero assolutamente incredulo. Sembravano due amici intimi, che il tempo aveva troppo a lungo tenuti separati, e che si erano improvvisamente ritrovati; e mi
chiesi quanto e in che maniera, il desiderio di Andrew per questo rapporto si fosse comunicato all'animale. Sono fenomeni di cui sappiamo cos poco.
L'amicizia non fece passi indietro, anche se ci volle un'altra settimana prima che Andrew fosse in grado di rimettere in casa Teko senza aiuto. Il giorno seguente era fermamente deciso a provarci, ma dopo che la coppia si era avvicinata alla casa in paziente processione, per pi di una trentina di volte, ora condotta dall'uno, ora dall'altro, il tutto sotto una pioggia torrenziale, pensai che dargli una mano era solo un atto di umanit.
Dopo pochi giorni, riconquistai a pieno la mia antica amicizia con Edal. Era una di quelle rare giornate d'autunno senza un alito di vento, e il sole incendiava con i suoi raggi l'oro, il ruggine e il rosso delle foglie d'autunno sul ripido fianco della collina sopra la casa. La marea era lontana, molto lontana e il mare calmo e azzurro rompeva con minuscoli fiocchi di schiuma sulle sabbie scultoree; le sfumature dei colori erano cos delicate, cos finemente contrastate, da dare a quello scenario una parvenza di fragilit, un che di irreale, come se da un momento all'altro potesse scoppiare come una bolla di sapone, lasciando colui che stava osservando entro un guscio vuoto privo di colori.
Portai Edal alle spiagge dell'isola e alla bianca sabbia di corallo; lei stessa era come inebriata dai raggi del sole e dalla quiete intorno, e correva velocemente qua e l, e saltava, mostrando un entusiasmo che ben le conoscevo. Superata la punta dell'isola, e giunti alla baia detta Traigh e Ghuirabain, mi accorsi che la marea era ancora pi bassa di quanto non l'avessi mai veduta; gli alti steli e le gommose foglie marroni della laminaria, emergevano nudi e rilucenti sulla spiaggia di sabbia e sassi e, in lontananza, sembravano schierati sull'acqua piatta come le fronde a baldacchino di una foresta primordiale. Trovai alcune grosse conchiglie di Venere allo scoperto lungo la linea raggrinzita della marea, ed entrai in mare alla ricerca di altre. L'acqua era cos trasparente che, anche quando mi arrivava oltre il ginocchio, riuscivo a vedere ogni minimo particolare del fondo; le conchiglie a ventaglio dai molti colori; i trochidi di madreperla; i geroglifici bianco calce, simili a un alfabeto ormai dimenticato, con cui il Chaetopterus ha ricamato conchiglie, e perfino pietre; il minuto disegno cremisi e bianco delle piccole alghe simili a felci. Ero assorto nella contemplazione di queste cose sotto la superficie del mare, e mi ero momentaneamente dimenticato di Edal che, l'ultima volta che l'avevo vista, faceva il delfino un centinaio di metri pi in l. Sentii un improvviso colpetto alla gamba, mi girai e la vidi che mi toccava, avvitata come un cavaturaccioli; girava su se stessa, cio, come uno spiedo impazzito. Mi ricordai improvvisamente di come si abbandonava, da piccola, a questo gioco; un'espressione, si sarebbe detto, di immensa gioia per quel che le stava intorno, qualcosa di pi di un semplice senso di benessere: quasi, sembrava, di estasi. Ricordai un'altra cosa da tempo dimenticata: come la afferravo per la coda, facendola roteare in circoli tali da stordire un uomo, mentre lei si lasciava andare con una vacua espressione di felicit e di appagamento. Questo era il momento per riallacciare quei piccoli rituali di rapporto; la presi per la coda e cominciai a farla girare, veloce, sempre pi veloce, e lei si abbandon felice a quel gioco, e la sua faccia aveva quella stessa espressione, da tanto dimenticata, di pieno appagamento. Quando la lasciai libera, sfrecci via nell'acqua chiara, e mentre la osservavo, mi chiesi chi dei due avesse restituito di pi all'altro. Per me, il cielo e il mare e le montagne erano pi vive, pi reali, il fondo del mare pi brillante, perch quell'opaco velo di nebbia dovuto a un senso di colpa si era finalmente sollevato, lasciando il paesaggio intorno chiaro e lucente. Sapevo, ormai, che il futuro si sarebbe risolto da solo, perch ero certo che mai pi avrei potuto spezzare quel legame di amicizia che mi teneva stretto ai miei animali.
Tornando verso casa, Edal si ferm su di un ciuffo di erica e erba, e su questo cominci a rotolarsi e a pulirsi. Mi sedetti ad alcuni metri da lei, intenzionato a non distruggere la riallacciata fiducia con un atto di intrusione, e accesi una sigaretta. Mi ero certo trovato di fronte, durante gli ultimi anni, questi spettacoli e questi suoni: Ben Sgriol con la sua prima cuffia di neve, simile a un merletto, contro un cielo autunnale azzurro pallido, il lontano bramire dei cervi sui pendii sopra le spiagge di Skye, le bacche scarlatte del sorbo, il fiume che scorre freddo come il ghiaccio nella tranquilla baia di Camusferna, punteggiato delle dorate foglie d'autunno; ma mi dicevano poco, li percepivo solo coi sensi, perch non facevo pi parte di loro e, in termini ecologici, ero ormai un estraneo. Ora ero tutto proteso verso quel mondo un tempo familiare, come Andrew e Teko si erano protesi l'uno verso l'altro, e mi sentii finalmente, dopo tanti anni, all'unisono con tutto quel che i miei sensi potevano cogliere. Alte sopra di me, due poiane si libravano nell'aria lungo un arco ricurvo, miagolando come gattini, e una solitaria oca selvatica volava verso nord sopra il Sound - un'oca zamperosse, che lanciava continui richiami, sola e sparsa, come mi ero perso io per un cos lungo tempo.
Edal, nel frattempo, si era avvicinata sempre pi a me, ora contorcendosi sulla schiena, ora pulendosi ostentatamente il petto e la gola. La sua pelliccia aveva riacquistato la lucentezza d'un tempo, e gli occhi le brillavano, invece dello sguardo spento, opaco, a cui mi ero ormai abituato. Si spinse gi per il pendio, avanzando quasi sempre sulla schiena, dimenando nell'aria le zampe e le piccole dita da scimmia, fino a che finalmente il suo naso venne a contatto con la mia coscia. Non sapevo ancora fin dove potevo spingermi con lei, ma in quel momento, e poi in seguito, il senso di stretta fratellanza, di reciproca gioia e affetto, ebbe il sopravvento. Mi comportai con lei come quando era un cucciolo, in quei giorni dove ogni cosa era semplice, e l'antipatia era un sentimento inesistente; la presi per le spalle, la strinsi a me, la accarezzai, le soffiai nella pelliccia, la feci rotolare, le feci il solletico, le stuzzicai le dita dei piedi e i baffi, e lei rispondeva come aveva risposto Teko, con piccoli sbuffi di affetto e contorcimenti che la avvicinavano a me. Quando ci dirigemmo verso casa, sentii che Edal e Teko mi avevano restituito la terra in cui avevo vissuto, l'immagine che avevo perduto. Solo l'inverno, e le implacabili scadenze dei nostri addii, creavano, tra me e le mie realt, una barriera: ma era una barriera parziale, perch sapevo ormai che pianificare il meglio o aspettarsi il peggio, sono sogni privi di reale sostanza. Qualcosa di intermedio, imprevedibile nella forma, non obbediente a un proposito volontaristico, prende il posto di entrambi, e lava via sia le lacrime che i sogni di gloria, lasciando al loro posto una serena accettazione, la capacit di affrontare una prova pi reale. Nei momenti di pace come quello passato quel giorno con Edal, esiste una comunione con il resto del creato da cui  assente ogni rito, senza la quale le vite di molti diventano prive di significato. Il termine estinto pu applicarsi sia ad un'attitudine mentale di fondo, sia a creature ormai scomparse, come il Dodo. Oggi, in questo contesto, non  pi possibile aspettarci che qualche scoperta scientifica giunga ad evitare la distruzione della nostra specie: la cosa  evidente,  scritta su ogni muro. La via per ritornare a vivere non sar la stessa per ciascuno di noi; per quelli come me, significher scendere la scala fino a ritrovarsi di nuovo uniti alle altre creature della terra, e condividere con esse, anche se di poco, l'orizzonte di vita, nonostante questo possa essere definito una visione romantica alla Wordsworth.
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Epilogo.
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Esattamente a un anno e un giorno di distanza dalla rottura delle trattative con lo zoo, nel dicembre del '66, ricevetti una telefonata da Woburn, in cui mi veniva detto che era impossibile adattare la Casina cinese alle nostre richieste. Il sovrintendente offriva delle situazioni alternative, e io mi misi in viaggio verso il sud, con un tempo da polo nord, per esaminare gli stagni bianchi e gelati che erano disponibili. A parer mio, nessuno era adatto allo scopo; e inoltre, gli appartamenti per le lontre erano stati ideati per stare al riparo del colonnato.
Il futuro era incerto, ma il presente era appagato; Teko era stato restituito alla sua antica condizione di cucciolo, e passava ore e ore a giocare nel soggiorno dando la caccia con la coda al fascio di luce di una torcia, o abbandonandosi a violenti giochi con i suoi compagni uomini. Edal era di nuovo un'amica di cui non avevamo paura, e a me sembrava finalmente di aver raggiunto quel che mi ero proposto.
Nelle prime ore del venti gennaio 1968, il fuoco divamp a Camusferna, sventrando la casa e distruggendo tutto quel che le stava intorno. Non ci furono perdite umane, e Teko fu messo in salvo, ma Edal mor con la casa, ed  sepolta ai piedi del sorbo. Sulla pietra sopra di lei, sono incise le parole Edal, la lontra de "L'Anello di acque lucenti", 1958-1968. La gioia che vi ha dato, restituitela alla natura.
Stanotte, nell'ultima parte di un sogno, sto pensieroso davanti alla porta della mia casa. Qualcuno, forse, un giorno costruir di nuovo a Camusferna, ma molte cose non potranno essere ricostruite mai pi.
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FINE.